Una tragedia del neoliberismo

Tra le sconvolgenti immagini e notizie che i media ci vanno sciorinando sul disastro americano acquistano una pedagogica teatralità, da dramma brechtiano, quelle riguardanti le venti piattaforme petrolifere off-shore (mostri di oltre mille tonnellate di tralicci, tubi, macchinari d’acciaio) strappati agli ormeggi e scagliate con furia selvaggia sulle coste a completare l’opera del vento e dell’acqua che l’uragano trascina con se.
Un simbolo della natura che si ribella e travolge proprio gli strumenti dell’industria petrolifera, causa principale dell’effetto serra, del riscaldamento dei mari, dell’infittirsi e dell’aggravarsi degli uragani tropicali come Katrina.

E’ venuto facile quindi al “verde” Ted Kennedy accusare sulla stampa americana George Bush di avere contribuito, dando ascolto alle lobby petrolifere, al disastro per non avere onorato la firma di Bill Clinton sugli accordi di Kyoto e naturalmente di non avere neanche iniziato quelle azioni di contrasto all’inquinamento che aveva promesso all’annuncio della mancata firma.

Certo Bush, che ha ammesso solo poche settimane fa, a denti stretti, la connessione tra l’inquinamento atmosferico prodotto dall’uomo, e quindi dagli Usa, e l’effetto serra, ha una grossa responsabilità non solo di non avere firmato ma di avere ritardato con ogni mezzo la ratifica da parte degli altri paesi degli accordi di Kyoto e di avere sollecitato misure di politica economica che hanno portato, ad esempio, alla diffusione fino al 50% del totale delle immatricolazioni dei SUV che consumano 2, 3 e 4 volte di più di una macchina normale, di avere così nel 2004 aumentato del 4% il già elevato consumo di petrolio americano e soprattutto di avere scatenato conflitti a livello mondiale, non per portare la democrazia o per evitare la minaccia di armi di sterminio inesistenti, ma per garantirsi il controllo delle risorse petrolifere dell’Iraq e dei paesi vicini. Ma anche Clinton ha la sua parte di responsabilità assieme al suo vice “verde” Al Gore, per avere imposto a Kyoto il dimezzamento degli obiettivi di riduzione delle emissioni proposte dagli europei e l’escamotage per i paesi ricchi e inquinatori di comprare dai paesi poveri e quindi non responsabili dell’inquinamento certificati verdi e soprattutto di avere lasciato trascorrere gli ultimi anni del suo mandato senza muovere un dito per la ratifica.

Si tratta quindi di una responsabilità bipartisan, come si dice, strutturalmente legata al modello di sviluppo neoliberista che gli Stati Uniti perseguono almeno dall’avvento di Reagan.

Ma ad aggravare gli effetti sconvolgenti di Katrina ha contribuito e contribuisce quel processo di deregolamentazione delle norme e delle consuetudini che anche in America, a partire dal new deal roosveltiano, avevano portato a grandi investimenti, come nella vicina valle del Tennessee, non solo per ricavarne energia pulita ma anche per regolamentare il corso dell’acqua, evitare le piene e le alluvioni, promuovere e sviluppare per questa via l’irrigazione e l’industrializzazione. A questa esperienza, tra l’altro, nella mia Sicilia negli anni ’40 e ’50, sia dirigenti illuminati come Li Causi, Mario Ovazza e Riccardo Lombardi e sia soprattutto il grande movimento contadino per la riforma agraria, si sono ispirati per imporre assieme alla rottura del latifondo la creazione dell’ ESE – Ente Siciliano di Elettricità – che ha portato in alcune parti dell’Isola, fino a che è durata la spinta del movimento, a grandi trasformazioni come, ad esempio, nella Piana di Catania.

Invece le prime polemiche denunciano sulla stampa americana investimenti di pochi milioni non realizzati, per sanare i guasti provocati dal ciclone dell’anno precedente, alle dighe del lago che ora hanno ceduto contribuendo in modo enorme alla distruzione della città di New Orleans. Parlano di centinaia di case-roulottes abitate dai più poveri disseminate lungo la costa e travolte, di bische, di speculazioni fondiarie che danno uno spaccato di quella società americana in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e quindi esposti ai disastri.
Gli effetti di Katrina stanno mettendo in luce lo scenario economico e sociale prodotto da quasi un trentennio di neoliberismo americano in cui per ridurre le tasse ai ceti più abbienti (come in Italia voleva incominciare a fare Berlusconi ma non solo lui) e per sostenere le spese di guerra sono stati aboliti e ridotti tutti gli interventi dello stato volti alla difesa, anche la più elementare del territorio, ed allo sviluppo dei servizi sociali, scuola, sanità, lasciati in mano alla speculazione privata che toglie, a sempre più larghe fasce della popolazione, la possibilità di adire a servizi che nella vicina Cuba sono gratuiti e costituiscono l’elemento di coagulo di una società e di uno stato che certo non è perfetto ma almeno garantisce ai suoi cittadini una vita media superiore a quella dei cittadini del ricco e potente vicino americano.
Ma c’è un terzo aspetto che i mass media ci comunicano: lo sciacallaggio come forma di reazione immediata a condizioni di vita normalmente disperate rese del tutto insostenibili dai tragici eventi. In un paese in cui normalmente 2 milioni di cittadini in gran parte neri sono in carcere ed altri 7 milioni sono in libertà vigilata pronti ad essere inviati all’ergastolo o alla camera a gas appena commesso il terzo reato e in cui ogni anno milioni di cittadini perdono il diritto all’assicurazione sanitaria. Ma c’è un altro sciacallaggio che avanza: quello degli speculatori e dei petrolieri che pigliano lo spunto da Katrina per spingere in alto i prezzi del petrolio e con questi la quotazione dei titoli in borsa e i loro profitti, o quello dei grandi complessi elettrici che richiedono ed ottengono, con il pretesto delle centrali spente nella zona disastrata, l’abolizione delle poche misure antinquinamento a cui erano sottoposti, mentre si profilano come in tutte le sciagure (l’esperienza dei terremoti in Sicilia e in Irpinia insegna) ondate di speculazione.

In ogni caso siamo solo all’inizio di un processo che non può che aggravare e rendere più evidente la crisi del neolioberismo americano stretto ormai tra la crescente opposizione alla disastrosa avventura irachena, che assume forme di lotta inusitate e nuove (la protesta davanti alla residenza di Bush della madre del marine morto in Iraq) e le polemiche sul modello di vita americano che inevitabilmente sorgeranno come reazione alle conseguenze economiche e sociali di un disastro ecologico annunciato e favorito.

Pace e ambiente così diventano nel XXI secolo un binomio inscindibile per la mobilitazione popolare e il superamento del modello neoliberista di economia e di società. E sicuramente una grande nazione come quella americana saprà trovare le vie per l’affermazione di nuove regole e di nuovi programmi di vivere civile.

Ma quello che succede negli Usa riguarda tutti noi nell’epoca della globalizzazione.

La grottesca copia del modello neoliberista americano è in crisi nel nostro paese in modo evidente con le sconfitte e le difficoltà di Berlusconi. Ma il neoliberismo non è solo Berlusconi e Tremonti, tutta la polemica sul centrismo di Casini, Follini, Rutelli, Mastella, Monti non spinge al superamento di questo modello ma anzi vuole darne una lettura più efficiente e più presentabile. Il cambiamento per essere tale deve partire in Italia come negli Stati Uniti e in tutto il mondo dalla lotta per il superamento delle due contraddizioni principali di questa fase della storia dell’umanità: la pace e la difesa dell’ambiente. Non come ritorno ad un passato impossibile da realizzare o a metodi di luddismo ecologico impopolari, ma come progetto di sviluppo di una nuova società capace di dare più scuola, più salute, più lavoro e più diritti attraverso un mutamento del modello di sviluppo (e l’energia è l’elemento centrale) che sia perciò anche un modello di società più democratica e più partecipata.

Pace e ambiente dovrebbero perciò essere più al centro del confronto e del dibattito politico sia nella consultazione in corso delle primarie dell’Unione sia poi nel programma della stessa Unione per aprire in Italia una fase veramente nuova tenendo presente che non si può proporre una radicale modifica ambientale senza un mutamento altrettanto radicale dell’economia e della società. Non si può essere ambientalisti senza essere anche comunisti e viceversa.