Una svolta nelle relazioni industriali italiane

Milano, 6 settembre 2010. Federmeccanica per bocca del suo presidente, Pierluigi Ceccardi con mossa ben ponderata, si preoccupa di informare la stampa di voler recedere dal contratto nazionale dei metalmeccanici siglato il 20 gennaio 2008. La disdetta, quindi, entrerà in vigore dal 1° gennaio 2012 e, a detta della presidente di Confindustria Mercegaglia, quella disdetta fa chiarezza. Ci dà, infatti, una grossa mano a capire che il contratto vigente per i lavoratori metalmeccanici è quello del 2008 firmato anche dalla Fiom. Mentre l’accordo separato, o meglio l’ipotesi di firmato da Fim e Uilm (senza la Fiom) è proprio una mera ipotesi. Quello che Federmeccanica vuole far saltare, in quanto contratto cogente, è quello del 2008. E non, come affermato da Angeletti e Bonnani che: “la disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici del 2008 da parte di Federmeccanica è un atto puramente formale visto che riguarda un contratto che di fatto non è applicato: il solo contratto in essere in tutte le fabbriche è quello del 2009”. Delle due l’una: o ci prendono in giro o prendono in giro Federmeccanica che perde tempo dietro un contratto collettivo che non ha alcun valore. Che la questione non sia di lana caprina lo capiscono anche le pietre. Di mezzo ci sono i diritti, le retribuzioni, insomma la vita di migliaia di lavoratori ed operai metalmeccanici.

Basta sbirciare il Sole 24 ore che, per bocca di Michele Martone, sabato 11 settembre 2010 a pagina 7 ci fa capire cosa ne pensa al riguardo: “la decisione di Federmeccanica di recedere dal contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici, quello sottoscritto anche dalla Fiom il 20 gennaio 2008, rappresenta un vero e proprio terremoto. Un terremoto di cui è difficile valutare gli esiti ma che ci lascia con la certezza che, d’ora in poi, il nostro sistema di relazioni industriali non sarà più lo stesso”. Si tratta di una scelta epocale nelle relazioni industriali italiane. Si chiude un’epoca, quella del contratto collettivo nato negli anni ’60 e negli anni trasformato dai rapporti di forza tra le classi, arrivando alla più recente concertazione degli anni ’90, dove si faceva scomparire il conflitto tra capitale e lavoro, si introduceva il dialogo sociale ove venivano ammessi solo parti sociali “affidabili”.

Tuttavia per capire il perché del precipitarsi degli eventi che hanno portato alla disdetta del contratto bisogna fare un passo indietro, facendo riferimento al modello Pomigliano d’Arco ossia l’Accordo dello scorso maggio fra Fiat ed ancora una volta Cisl, Uil, Ugl e sindacati minori, fatto ad hoc per il superamento, in senso peggiorativo, del contratto collettivo del 2008. Il nodo di questo tipo di accordi si definisce concession bargaining e consiste in un baratto impari a favore del datore di lavoro: scambiare occupazione contro salari e diritti. E’ un tipo di accordo che ormai si sta sviluppando in tutta Europa e si caratterizza per essere concessivo a senso unico: in cambio della promessa di cospicui investimenti per l’occupazione (futuri o futuribili), si chiede l’aumento immediato dei turni e dei ritmi di lavoro, la flessibilità assoluta degli stessi, l’assenza di ogni tipo di conflitto limitando il diritto di sciopero con la cosiddetta clausola di responsabilità (che viola un diritto costituzionale quale quello di sciopero e che come tale non può essere oggetto di rinuncia né di disposizione). Oltre ai profili di evidente illegittimità costituzionale nascono anche grandi incongruità per ciò che riguarda la legittimazione degli attori sindacali e di come questi possano stabilire i diritti dei lavoratori con i loro accordi. Infatti nel caso di Pomigliano si tratta di un accordo aziendale che investe una sfera di interessi collettivi che risultano in ogni caso indivisibili. Pertanto tale accordo interessa tutti i lavoratori ed è il caso di segnalare che vi è anche ampia giurisprudenza del lavoro che considera l’accordo aziendale quale normale contratto di diritto comune e come tale efficace solo tra le parti che lo vanno a sottoscrivere.

L’Accordo di Pomigliano, pertanto, sembra essere il frutto avvelenato della disdetta del contratto collettivo. Infatti sembrerebbe che: “Marchionne comanda, Ceccardi obbedisce. Il modello di relazioni sociali in Italia dev’essere quello imposto a Pomigliano d’Arco, senza scioperi e senza mensa, senza orari e senza diritti sindacali e chi si mette di traverso fuori dai piedi. O così o me ne vado da Federmeccanica, dal contratto, dall’Italia, aveva minacciato l’uomo forte del Lingotto. E Federmeccanica ha eseguito, tra gli applausi del governo e i brindisi dei sindacati complici, eccitati dall’esclusione della Fiom da ogni confronto” (Loris Campetti sul Manifesto dell’8 settembre 2010). In realtà pare che Marchionne e Ceccardi agiscano in complicità verso un nuovo modello di relazioni industriali. Quello che verrà non è ben definito. Innanzi tutto è in campo un nuovo soggetto unico che impone le decisioni a tutti i lavoratori: esso è composto da Confindustria, Cisl e Uil ed il modello che avanza potrebbe seguire un paio di varianti:

1) si lascia in piedi formalmente il contratto collettivo nazionale come cornice, di fatto svuotando la funzione del contratto stesso ossia quello di assicurare un livello decoroso minimo di diritti inderogabili in peius. Rimane un contratto depotenziato che ammetterà un’ampia serie di deroghe per ciò che riguarda ad esempio i permessi sindacali, le ferie oppure la malattia per fare degli esempi. Viceversa saranno gli accordi aziendali, come è già avvenuto in Fiat, a regolare tutti gli aspetti che avranno ad oggetto la materia dei diritti dei lavoratori;

2) si smonta il contratto collettivo nazionale e si inaugurano nuovi contratti di comparto, che attengono e si dividono in base alle produzioni industriali. Per esempio nasce un nuovo contratto di comparto che riguarda le automobili per accontentare Marchionne e la Fiat. Come si attua concretamente? Si licenziano i lavoratori, eliminando dal posto di lavoro quelli che svolgono attività sindacale in modo particolare gli operai Fiom, mentre i lavoratori che stanno alle nuove condizioni vengono riassunti da un’altra società che impone il nuovo contratto, aggirando in questo modo ogni tipo di deroga che potesse venire da un contratto collettivo nazionale.

La strada che sembra voler prendere il blocco Confindustria-Cisl-Uil è la prima, tenendo sullo sfondo l’accordo separato del 2009. Bisogna interrogarsi, quindi, sul modello di lavoro che stanno imponendo rapidamente in Italia. Qui è in nuce un nuovo modello ormai alternativo che entra sempre più in contrasto con la Costituzione. E’ in atto, inequivocabilmente, una rivoluzione reazionaria che sta riportando l’Italia alla forme di organizzazione lavorative prettamente ottocentesche. Anche se ammantato della retorica dell’innovazione e della competitività, in esso non c’è nulla di nuovo: le condizioni di lavoro, orari, diritti, permessi lavorativi ritornano paurosamente a somigliare a quelli diffusi subito dopo la Rivoluzione Industriale. Si parte prima con la limitazione dello sciopero, dei permessi sindacali e si potrebbe finire anche col negarli. Inoltre, poiché la Costituzione è un ostacolo al nuovo modello di relazioni industriali, essa, oltre a non essere applicata, è aggredita pervasivamente ed è fatta oggetto di un’immensa deroga in peius, come si vede dal dibattito sulle modifiche/superamento dell’articolo 41 affinchè l’iniziativa economica privata sia libera da ogni fine sociale. Pertanto, non esistono più diritti inderogabili ma è tutta una giungla di deroghe o meglio “riforme” che, tuttavia, vengono spacciate come necessarie per il “bene dell’Italia”. La cittadella dei diritti intoccabili è stata da un pezzo assaltata e saccheggiata e il bene degli imprenditori si sussume ormai nel bene dell’Italia tout court. L’impresa è diventata una divinità assoluta e i lavoratori sono gli agnelli sacrificali sul banco del mercato mondiale.