Una storia esemplare: Luis Posada Carriles, terrorista

Da trent’anni al servizio della Cia per uccidere Castro ma non solo. Più di 100 omicidi. Ha chiesto asilo negli Usa

Luis Posada Carriles ha formalizzato la sua richiesta di asilo politico negli Stati uniti e attende l’esito ufficiale di una procedura che si prospetta piuttosto lunga. Ieri comunque la Associated Press ha raccolto un commento singolare quanto significativo di un anonimo alto funzionario dell’ Immigration and Naturalization Service: «Mr. Posada potrebbe essere fermato e fatto oggetto di un eventuale ordine di deportazione qualora dovesse presentarsi di persona al Department of Homeland Security». Ossia la polizia federale e statale della Florida non ha alcuna intenzione di prelevarlo e tantomeno di interrogarlo nella residenza dei due figli e dei tre nipoti a Miami, ove risiede da 22 giorni. Luis Posada Carriles è un personaggio da 30 anni arcinoto ai servizi segreti, alle polizie nazionali di una ventina di paesi dell’America latina, all’Interpol e all’Europol ed occupò le prime pagine della stampa mondiale nell’ottobre 1976 quando insieme a un suo non meno illustre collega, Orlando Bosch, ora cittadino statunitense, organizzò l’attentato dinamitardo contro un aereo della Cubana Airlines che portò alla morte di tutti e 73 i passeggeri inclusa l’intera nazionale di scherma di Cuba. La sua sembra una storia uscita dalla penna di un John LeCarré o di un Ian Fleming, con la differenza che invece di operare per la Spectre, la Stasi o il Kgb egli è sempre stato a libro paga delle Cia e degli altri servizi segreti Usa ed ha avuto stretti rapporti con i vertici delle amministrazioni Bush sr e Bush jr. Per numero di assassinii perpetrati e accertati è un recordman: più di 100. Tra le sue vittime un giovane industriale genovese, Fabio Di Celmo, saltato in aria con una carica di esplosivo C4 nell’Hotel Copacabana all’Avana il 4 novembre 1997. Quello fu uno degli 11 attentati commessi nello stesso anno in tutta Cuba, con decine di feriti. Esecutore il salvadoregno Raul Ernesto Cruz e due altri esuli cubani che dopo l’arresto identificarono come mandante e finanziatore dell’intera operazione per l’appunto il Posada. In una intervista rilasciata al New York Times il 12 luglio 1998 lo stesso Posada si attribuì la responsabilità diretta di questi attentati e a proposito della morte dell’impresario italiano dichiarò: «La morte del turista italiano è stato solo un incidente imprevisto che non mi turba affatto i sonni. Anzi io dormo come un bambino: quell’italiano si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato». Dopo la pubblicazione dell’intervista sollecitammo attraverso la Commissione europea il governo italiano a chiedere la sua estradizione ma a tutt’oggi non ne sappiamo nulla.

Posada venne assoldato in giovane età dalla Cia un anno prima della fallita invasione alla Baia dei porci, dopo aver servito nelle forze di repressione del dittatore Fulgencio Battista. Da allora non gli sono mai venuti meno l’ispirazione, i finanziamenti e soprattutto l’ala protettiva della intelligence Usa. Addestrato a Fort Benning, in Georgia, all’uso di esplosivi, assunse un ruolo guida nel gruppo terrorista anti-castrista Alfa 66 e non gli mancò certo l’immaginazione nei tre tentativi effettuati di assassinare Fidel Castro. Nel 1996 assoldò tre sicari venezuelani, fornì loro una telecamera contenente un’arma da fuoco ad alta precisione e li appostò tra i giornalisti a Santiago del Cile ove si attendeva la visita di Fidel. Quando i sicari rinunciarono per paura, Posada ne assoldò altri che, con la stessa telecamera truccata, dovevano uccidere il leader cubano in visita a Caracas. Ma anche non se la sentirono. Il terzo attentato a Fidel finì in malo modo nel 2000 a Panama City quando lo stesso Posada e tre complici vennero identificati dal servizio segreto cubano e arrestati dalla polizia panamegna. Condannati ad 8 anni, la visita di Colin Powell a Panama City nell’agosto 2004 risolse il problema. La presidente uscente Mireya Moscoso il giorno dopo la visita graziò Posada ed i suoi complici che vennero accolti trionfalmente a Miami dalla comunità dei fuoriusciti cubani. Non accertato invece il ruolo della Cia nella sua fuga, vestito da sacerdote, da un carcere venezuelano dove negli anni ottanta stava scontando una più lunga pena per l’attentato all’aereo cubano. Ma la sua scia di terrore e di sangue percorre molti altri paesi dell’America centrale e meridionale; è attivo con i contras nella guerra sporca contro i sandinisti nicaraguensi, nel Salvador, in Honduras, in Colombia. Ovvia l’indignazione di Fidel che alla tv ha detto: «Chiunque dia asilo o protegga un terrorista è un terrorista».