Una stele sopra

Attorniato dai giornalisti al seguito, Gianfranco Fini è corso ieri in Iraq, a Baghdad e a Nassiriya. Una visita nell’Iraq in guerra non è mai una visita di stato ordinaria. Stavolta, davvero, si è trattato di un fatto straordinario, pesante e grave per quel che ha fatto e detto il ministro degli esteri. «Nicola Calipari medaglia d’oro al valore militare», ecco la semplice stele in bronzo sistemata dal ministro nel compound italiano a Baghdad. Non è certo Spoon river che prometteva ogni epigrafe corrispondente alla storia in vita. Ma il gesto è importante e dovuto. Ahimé però, quanto distante dalla verità e, proporzionalmente, dal luogo dell’uccisione di Nicola Calipari. Distante dalla verità perché noi insistiamo a ritenere Nicola Calipari «eroe di pace», lui che abilmente si era destreggiato a fronteggiare blitz armati dei marine contro i sequestri, per avviare invece trattative e portare a buon fine la liberazione degli ostaggi. Impossibile poi, pare di capire, un stele sulla famigerata strada dell’aeroporto, quella dell’omicidio. Gli americani non avrebbero apprezzato perché, in quel caso, il «valor militare» sarebbe stato per «fuoco amico», cioè esplicitamente contro le regole d’occupazione dei comandi militari Usa. Eppure nessuno ha mai risposto alla domanda semplicissima: chi non ha dato l’ordine di non sparare a quello strano check point lasciato al buio? E alle verità sulla velocità della macchina e i segnali d’avvertimento mai arrivati. Verità così incontrovertibili che addirittura il governo italiano ha dovuto rompere con l’unanimità del rapporto dei comandi militari Usa. Ma adesso, mentre Fini correva a Baghdad, è emersa un’ulteriore verità, che mette in discussione l’intera versione americana sull’omicidio di Nicola Calipari: a sparare, dicono i periti balistici, sono state due armi. Non una come sta scritto nel rapporto acclarato dal presidente Bush.

E’ in questo quadro che si cala l’operazione mimetica tentata ieri da Fini. Il quale, mettendo una lapide sopra a Calipari, è in realtà corso a Baghdad a dire forte e chiaro che «è prematuro parlare di ritiro» dei soldati italiani, ma che tutto sarà discusso con gli Stati uniti e con il governo iracheno. Rimangiandosi ogni ventilata promessa sul possibile ritiro a settembre fatta da Berlusconi e dallo stesso ministro degli esteri italiano su un rientro entro febbraio 2006. Non basta. Perché Fini è andato anche a Nassiriya, per rassicurare i nostri allarmati militari, proprio nei giorni in cui appare sempre piu chiaro che alle origini della nostra presenza nel sud dell’Iraq c’è stato l’interesse esplicito della compagnia petrolifera di bandiera, l’Eni, che ben sei mesi prima della guerra consigliava di «coinvolgerci» proprio a Nassiriya per la rilevante concentrazione di pozzi e della raffineria già oggetto di ottimi traffici con Saddam. Fini ieri ha voluto mettere una pietra sopra alla verità, nascondendo di nuovo la guerra che continua senza sosta e gli interessi petroliferi che ci hanno coinvolto tanto da mettere dei soldati nell’avamposto di Nassiriya senza ruolo se non quello di bersagli a guardia del barile d’oil.

No, la lapide di Calipari dice che dall’Iraq dobbiamo ritirarci subito.