Una sfida nuova che non ammette mezze misure

Avevo osato, non a caso, con un pizzico di autoironia, qualche tempo fa, intitolare un articolo: “Comunisti, dopo Genova”. Siamo di fronte, infatti, a mesi che valgono anni; si sono manifestati temi, soggetti, culture che lasceranno il segno. E stiamo vivendo giorni ed ore in cui il cosiddetto movimento antiglobalizzazione affronta un percorso aspro, che è cosparso delle durezze e dei populismi della democrazia autoritaria dello Stato e dei poteri globali. Per questo le tesi espresse, tra gli altri, da Grassi e Pegolo, lo dico con la franchezza indispensabile ad un dibattito serio e vero, non mi convincono. Esse, ad esempio, non indagano a sufficienza su un punto essenziale: ci troviamo di fronte ad un possibile mutamento di fase, pur in una situazione di paradosso storico, in cui sono mutati poteri istituzionali, sono stati ristrutturati i poteri militari, si è rafforzato il comando Nato sul monopolio globale della forza? E in questo orizzonte di ricollocazione dei poteri, il movimento non è forse un luogo centrale della costruzione di strutture intermedie in una società che vogliamo di democrazia organizzata, autogovernata, conflittuale? E’ il luogo in cui si verificano strategie politiche, punti di raccordo programmatici e progettuali, evitando il rischio di ricadere in pulsioni difensive e neofrontiste? Questa sfida non ammette mezze misure. Noi siamo parte del movimento, non perché ci sciogliamo come partito o rinunciamo alla lotta per l’egemonia ma perché rompiamo la separatezza dell’autoproclamazione della rappresentanza politica, perché (parafrasando Brecht) siamo compartecipi dei tanti problemi e delle tante questioni irrisolte che il movimento ha davanti. Non abbiamo bisogno di giuramenti anticapitalistici formali, di “frasi scarlatte” (come direbbe Gramsci). Noi, contro le sinistre liberali, abbiamo puntato su un mutamento di paradigma; dalla rottura con il governo Prodi abbiamo fatto “saltare il banco”; e abbiamo avuto ragione. Questo movimento è cresciuto proprio sui medesimi presupposti della nostra analisi della globalizzazione come rivoluzione del capitale, come gendarmeria planetaria, come mercificazione ed alienazione pervasive e totali, come crisi di modello e di civiltà. L’antiliberismo del movimento, così radicale in una fase in cui il liberismo incomincia a conoscere le parole incertezza e crisi, lo schiera nettamente da una parte, contro il capitale.

Un giudizio ingeneroso.
Scrivere, come Burgio e Grassi hanno fatto, che questo movimento è, in qualche modo, «funzionale alla spettacolarizzazione della protesta», è un ingeneroso abbaglio dogmatico. Scrivere che esso non è sufficientemente schierato con i palestinesi ed i curdi (credo di poterlo dire a ragion veduta) significa semplicemente non conoscerlo; quanto al suo comportamento politico sui temi della guerra, della Nato, dello scudo spaziale, in vista del vertice Nato di Napoli di settembre, pure in una indubbia articolazione interna di accenti, il movimento esprime linea e progetto: «Nessuno scudo fra noi e le stelle». Quanto, poi, all’accusa più sferzante, quella di non assumere la “centralità del lavoro dipendente” e della contraddizione capitale-lavoro, andrebbe, sul piano politico, riconosciuto che, sin dalla preparazione e svolgimento dei forum napoletani del marzo scorso, il movimento ha compiuto un inedito salto di qualità rispetto alle stesse scadenze europee precedenti, dando grande attenzione al tessuto sociale conflittuale (sindacalismo di base ed autorganizzato, sinistre sindacali, comitati dei disoccupati e dei precari), riscoprendo lo spirito originale di Seattle, la cui ossatura fu costituita proprio dal nuovo sindacalismo statunitense. Ma perché negare anche il ruolo di analisi, di proposta, che splendidamente hanno svolto all’intero del movimento i Giovani comunisti? Ruolo che sarebbe stato, certamente, inefficace se si fosse svolto in una “separatezza” di ruoli fra partito e movimento (separatezza che, a ben vedere nella storia del movimento operaio, non è, nelle fasi di conflitto, nemmeno un tratto di ortodossia teorica ma di lettura scolastica di Lenin)? Sto pensando al Marx che chiede ai comunisti di essere parte, la parte certo più conseguente e progettuale, dei movimenti di lotta.

Tre temi.
Nomino solo, per cenni, tre temi: a) avremmo dovuto costruire, con il movimento, “un rapporto ed una relazione tra soggettività distinte”? Ma il ruolo dei comunisti è la costruzione del movimento proprio per riaprire, a livello di massa, la questione dell’alternativa di società. E’ dentro il movimento che entrano in relazione ed in lotta per l’egemonia culture e percorsi: è lì che i comunisti conducono la lotta per la trasformazione sociale complessiva. Ha ragione Peppe De Cristofaro: «Occorre capire come cambiare, trasformare, ampliare, come far diventare i global forum delle singole città quelle istituzioni di movimento che sono, forse, le moderne “casamette” indispensabili alla rifondazione della politica». Questo è un punto cruciale del nostro congresso, di una identità comunista che realmente si rifonda di fronte alla cartina al tornasole del primo movimento internazionale del nuovo secolo dopo anni di trionfo liberista; un movimento capace di influenzare perfino il congresso della Cgil e di esplodere all’interno del congresso Ds molto più di rapporti diplomatici o manovre politiciste. b) Questo è un movimento, ho detto, contro il capitale. La sua crescita, rompendo la cappa, anche ideologica dell’immobilismo sociale, alimenta il conflitto anticapitalista. Esso ha osato dichiarare che il Re è nudo. E’, quindi, naturale tramite di relazione fra tutti i soggetti oppressi dalla configurazione materiale degli attuali rapporti sociali capitalistici. c) Ma dove è il maggior dissenso fra noi? Io temo che Claudio alluda ad una concezione della politica delle alleanze sociali così meccanicistica da essere, metodologicamente più indietro, per paradosso, rispetto alle tesi di Lione. Il tema delle alleanze non può essere affrontato dimenticando la nostra stessa elaborazione, dalle marce per il lavoro, alle conferenze meridionali, alla conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori. Parlo proprio della composizione materiale della classe, dei “nuovi proletariati”. I giovani antigloablizzatori non sono un’altra gamba, un segmento da porre in alleanza con i lavoratori. Sono già parte del nuovo “meticciato” sociale, di quell’embrione di riunificazione sociale che si innerva dentro la attuale soggettività del giovane meccanico, del giovane precario, della ragazza interinale globalizzata, del disoccupato. Ma anche della forza lavoro immigrata. Il blocco sociale, il nuovo blocco storico della trasformazione non può che nascere dalla mistura non ideologistica, ma materiale dei soggetti sociali dentro la nuova composizione di classe. Questo è l’approdo naturale di una cultura classista solida, critica, contemporanea. Occorre, forse, ritentare oggi il medesimo percorso di rielaborazione profonda che, non a caso, in un’altra fase cruciale di svolta, operammo con il “quaderni rossi” e con le tesi sul controllo operaio. Anche allora fioccarono gli anatemi. Ma è questa la nuova frontiera della contraddizione capitale-lavoro, la critica dell’economia politica in una fase del capitale in cui ogni bene diventa merce, ogni valore d’uso un valore di scambio. E’ un bene, con questo dibattito il nostro congresso sia già cominciato: sulla cultura politica e non sulla gestione burocratica.