Una sconfitta impossibile da nascondere, dopo nove anni di guerra imperialista

Traduzione di l’Ernesto online

Il 7 ottobre 2001, gli USA e la Gran Bretagna iniziarono l’attacco all’Afghanistan bombardando la capitale, Kabul, e altre grandi città del paese, Jalalabad, Kandahar, Herat, Kunduz, Farah e Mazar. Seguì l’invasione, la deposizione del governo talebano e l’occupazione del paese con la NATO che assunse il comando delle operazioni. Nove anni dopo, il bilancio è tragico.

L’obiettivo di democratizzare la vita politica non ha mai oltrepassato lo stadio della propaganda. Nelle ultime “elezioni”, ad esempio, solo il 24 per cento degli elettori aventi diritti ha fatto apparizione alle urne, e i rapporti sulla compera di voti, o sul traffico di schede hanno segnato l’avvenimento.

La corruzione è intrinseca al regime sostenuto dagli USA e dai loro alleati, come evidenziano le denunce di appropriazione dei fondi destinati alla “ricostruzione”. La produzione di oppio, secondo le Nazioni Unite, è fiorita come mai era avvenuto prima, e si estende ora per un milione e centomila ettari.

Il numero dei civili morti in conseguenza delle azioni militari degli occupanti supera i 33.000 (veteransforpeace.org), a cui aggiungere, secondo i dati ufficiali, 27.000 morti tra i membri dei corpi armati della resistenza e circa 7.000 effettivi del contingente afghano.

La guerra non è mai cessata. Più di 2.100 soldati occupanti sono già morti in combattimento, circa il 60% dei quali sono nordamericani. Più di 7.000 soldati degli Stati Uniti sono stati feriti e migliaia sono ritornati dalle rispettive assegnazioni con gravi disturbi psichici.

Sono gli stessi nordamericani ad ammettere che negli ultimi tre anni gli insorgenti hanno acquistato vigore. L’anno 2010 è già il più pesante per le morti per le truppe invasore con più di 560 soldati abbattuti in combattimento.

Obama è peggiore di Bush

Barack Obama ha aumentato il contingente degli USA garantendo l’inizio del ritiro per il secondo semestre del 2011. Ma la realtà dimostra che la cosiddetta nuova strategia del presidente nordamericano non ha portato alla pacificazione del territorio.

Dopo la maggiore offensiva militare dal 2001, realizzata nel febbraio scorso, nella provincia di Helmand, i gruppi che resistono all’occupazione hanno accumulato simpatia popolare e hanno guadagnato terreno.

Attualmente, i ribelli dicono di controllare il 75% del territorio e la maggior parte della rete stradale. Il totale dei nordamericani morti in Afghanistan durante l’amministrazione Obama ha superato, nell’agosto di quest’anno, il totale delle perdite durante l’amministrazione Bush.

L’ONU ammette che nei primi sei mesi del 2010, più di 2.500 civili afghani sono morti o sono rimasti gravemente feriti in conseguenza di operazioni USA/NATO, il che rappresenta un aumento del 30 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009.

D’altro canto, i gruppi della resistenza sono lontani dal rappresentare un corpo omogeneo di ispirazione confessionale legato ai talebani. L’anno scorso, Matthew Hoh, un alto quadro del Dipartimento di Stato in Afghanistan, ha ammesso, nella lettera delle sue dimissioni, che, al contrario di quanto cercano di far credere gli USA, la maggioranza dei combattenti non lotta per il recupero del potere da parte dei talebani, ma per l’espulsione degli stranieri dal paese.

Il ritiro è la soluzione

In tale contesto, il ritiro delle truppe occupanti è l’unica soluzione possibile. E poiché l’imperialismo cerca di nascondere il pantano in cui si è trasformato l’Afghanistan (mettendo a tacere, minimizzando o mentendo sugli episodi violenti e i combattimenti), sta manovrando dietro le quinte una tregua con alcuni dei signori della guerra.

Non lo fa direttamente. Tramite il suo uomo, Hamid Karzai, promuove il cosiddetto Alto Consiglio della Pace – struttura che riunisce membri del governo e leaders territoriali e di gruppi armati -, alletta i combattenti con garanzie di denaro e lavoro e appoggia l’instaurazione di ponti di dialogo con l’ex arci-nemico Mohammad Omar. L’obiettivo è non permettere che si consolidi una sconfitta umiliante, che scalfisca l’immagine dell’imperialismo nordamericano come superpotenza militare e animi la resistenza di altri popoli nei confronti delle azioni belliciste di Washington.