Una sconfitta di nome Peretz

Gerusalemme Amir Peretz, una meteora. Dopo aver alimentato speranze (eccessive) di una rinascita laburista, il leader del partito che fu di Rabin sembra già giunto al capolinea. Proprio come era accaduto ad uno dei suoi recenti predecessori, quell’Amram Mitzna che nel passaggio da sindaco di Haifa a candidato premier esaurì tutto il carburante politico fino a rimanere a piedi. Con lui i laburisti nel 2003 subirono una sconfitta durissima (19 seggi in meno del Likud di Ariel Sharon) e sparì dalla scena, anche se qualcuno lo intravide a Ginevra promuovere una iniziativa di pace scomparsa nel nulla come lui. Potrebbe accadere lo stesso a Peretz, che pure nel governo Olmert occupa il ministero della difesa, la posizione di potere più importante in Israele dopo quella di premier. Un anno fa i giornali esaltavano la sua sorprendente vittoria sull’anziano Shimon Peres nelle primarie laburiste. «E’ l’uomo nuovo del Labour», scandirono in coro vecchia guardia e nuova generazione. Ora i mezzi d’informazione descrivono impietosamente il suo declino mostrando gli ultimi dati statistici che lo vedono al gradino più basso delle preferenze dell’opinione pubblica israeliana. Olmert inoltre farebbe volentieri a meno della sua presenza nel governo.
La mancata vittoria contro la resistenza libanese, tema che da tre mesi domina il dibattito in Israele, presto potrebbe avere la sua prima vittima politica eccellente, dopo le dimissioni di alcuni generali messi sotto accusa per l’insuccesso contro Hezbollah. Circa l’80% degli israeliani, secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Maariv, pensa che Peretz dovrebbe dimettersi per non aver saputo dirigere le operazioni militari in Libano e per non aver avuto la «determinazione necessaria» per mettere fine al lancio dei razzi artigianali palestinesi su Sderot che, peraltro, è la città dove risiede. Un altro sondaggio, pubblicato da Yediot Ahronot, ha rivelato che una buona fetta di israeliani vuole il ritorno al ministero della difesa dell’attuale ministro dei trasporti Shaul Mofaz. Il leader laburista appare deciso a resistere. «Peretz prosegue il suo lavoro di ministro della difesa e nessun altra idea è stata presa in considerazione», è scritto in un comunicato diffuso dal suo ufficio. Ma non potrà andare avanti a lungo, perché deve fare i conti anche con una temibile fronda interna, che gli rimprovera di aver tradito le promesse fatte agli elettori e ad alcuni importanti compagni di partito. A ciò si aggiungono i rapporti molto tesi con il premier Ehud Olmert che potrebbe scegliere di sacrificarlo per mettere a tacere le critiche sulla conduzione della guerra in Libano che vedono anche lui sul banco degli imputati.
Come qualcuno aveva intuito, l’ingresso del leader dell’estrema destra Avigdor Lieberman nel governo è avvenuto proprio in chiave anti-Peretz. La presenza del leader laburista pesa in un esecutivo che nei prossimi mesi dovrà prendere una decisione definitiva riguardo all’Iran. Non che Peretz sia un pacifista – il suo sostegno alla guerra in Libano e alle operazioni devastanti in corso a Gaza sono sempre state chiare – ma potrebbe non approvare un attacco aereo contro le centrali atomiche di Teheran. Il ministro della difesa, a differenza di Olmert, esorta a riprendere il negoziato con la Siria perché, afferma, arrivare a una intesa sul Golan (occupato da Israele nel 1967) è il modo migliore per isolare Teheran, legata a Damasco da una alleanza strategica. Una sua uscita di scena favorirebbe i disegni di un premier e di un governo che hanno già mostrato di non avere esitazioni nell’usare la forza.