«Una rivoluzione democratica»

L’Ecuador, nel 2000, è stato il primo paese dell’America latina ad abbandonare la moneta nazionale, il sucre, prendendo come unità di conto, mezzo di pagamento e riserva monetaria il dollaro Usa.
Nonostante la contrarietà dell’amministrazione Clinton e della Federal reserve il governo del presidente Jamil Mahuad dopo la profonda crisi economica che attraversò l’Ecuador nel ’99, decise di rinunciare definitivamente alla politica monetaria e valutaria: il paese non può più svalutare, né creare entrate tramite creazione di moneta. Mahuad voleva una moneta «forte come il condor andino e che volasse in alto come l’aquila del Nordamerica».
Per quella mossa Mahuad perse la presidenza, travolto da una rivolta popolare, e la dollarizzazione non ha rafforzato l’economia, non ha contrastato realmente l’inflazione ma ha stabilizzato un costo della vita insostenibile per le classi medie e basse, ha ridotto la competitività del paese e il 60% della popolazione non può soddisfare le necessità basiche.
Che ne pensa Rafael Correa, ministro dell’economia nel 2005 (prima di dimettersi) con il presidente Anfredo Palacios e ora candidato favorito nelle elezioni di domani? Qualche settimana fa visitando l’Europa, con l’occhio rivolto a quella grande fetta di elettorato costituita dall’emigrazione ecuadoriana (mezzo milione in Spagna, 20.000 in Italia: badanti, giardinieri, camerieri…), è passato anche per Roma.
Crede che la dollarizzazione fosse la strada giusta? Una volta presidente, ha intenzione di uscirne?
E’stata decisa per ingraziarsi le oligarchie bancarie e le elites economiche, un disastro: ci ha sottratto competitività, le banche ci tengono in ginocchio, fu un assurdo. Ne usciremmo se potessimo. In economia ci sono però cose cui è facile entrare ma difficile uscire: se introducessimo, ora, una nuova moneta avremmo una crisi paragonabile a quella del ’99. E’ chiaro che l’Ecuador non può mantenere una moneta forte e straniera, però nel breve periodo non sarà possibile uscirne: risulterebbero più cari i capitali giusto quando abbiamo bisogno di rinnovare il paese, di fare forti investimenti nel sociale e avviare grandi politiche d’inclusione. Nel medio e lungo periodo, però sì. Magari nella prospettiva di una moneta unica dei paesi andini.
L’Ecuador è stato scosso da forti proteste contro il Trattato di libero commercio. Tra le richieste Usa: esclusione di norme a tutela dei lavoratori, dell’ambiente, delle conoscenze ancestrali indigene; la non tassazione dei profitti in uscita dal paese. Arriveranno le patate americane, più economiche, soppiantando quelle prodotte dai piccoli contadini andini e loro principale alimento…
Non solo le patate sussidiate dagli Usa arriveranno. Questa è una politica che mira a distruggere le nostre relazioni commerciali, non abbiamo moneta nazionale, non possiamo svalutare, più che mai abbiamo bisogno di mantenere una politica commerciale aggressiva. Come possiamo pensare di imbrigliarci in un meccanismo come questo? Sarebbe una follia. La piccola e media impresa non è in grado di competere con le multinazionale e con i beni sussidiati. Dopo la firma del Tlc in Messico, il Nafta, un milione e mezzo di posti di lavoro persi, triplicata l’emigrazione e l’unica cosa a cui hanno pensato gli Usa è stato costruire un muro lungo il confine. Il Messico è passato da un’autosufficienza alimentare ad una dipendenza totale dagli Stati uniti, ora non hanno più nemmeno il mais per le tortillas. E questo è successo ad un paese molto più sviluppato di noi. Noi appoggiamo le proteste anche per una questione di democrazia. Il popolo vuole un referendum, vuole esprimersi, ma il governo rifiuta. La nostra borghesia vuol far credere che il paese entrerà, per mezzo del Tlc, nella globalizzazione. Le elite ecuadoriane e gli Usa tutelano solo i loro interessi. Sarebbe come dire che la tigre può attaccare il coniglio perché anche il coniglio può attaccare la tigre. E ci vogliono imporre misure che l’America stessa non ha mai messo in atto. Non siamo contro il commercio, o la globalizzazione, però il Tlc è in funzione esclusiva degli interessi degli Stati uniti. Non possiamo cadere in questa trappola. Il commercio va bene, ma non senza aumentare prima la nostra base produttiva, la nostra capacità di generare impiego. Con questo fondamentalismo neo-liberista non importa se si distrugge l’economia di un paese: solo comprare e vendere finché non sei diventato completamente dipendente. Forse che a Washington mettono alla mercè del libero mercato le loro riserve petrolifere?
Con Correa presidente, l’ Ecuador costruirà un percorso nuovo?
E’ tutto un popolo che andrà avanti, io sarò un facilitatore. Vogliamo fare una rivoluzione. Rivoluzionare la politica, avviare una democrazia partecipativa con il potere che risponda ai cittadini e non ai partiti. L’auto-determinazione del popolo ecuadoriano. La rivoluzione sociale di cui abbiamo bisogno: l’istruzione e la salute stanno diventando privilegi. Dobbiamo assegnarvi risorse crescenti, prendendole in parte da quelle finora destinate ai 10 miliardi di dollari del debito estero. Chiederò una rinegoziazione del debito, compatibilizzandone il pagamento al nostro sviluppo. Anche in campo economico ci vuole una rivoluzione. Attualmente il settore bancario sta registrando record storici di profitti, mentre il paese reale è sotto stress. Chi crea la ricchezza è in crisi e chi l’ amministra guadagna sempre di più. Significa che c’è una distorsione del modello economico che privilegia la speculazione finanziaria invece che la generazione di lavoro e benessere. La classe dirigente deve cambiare.
Lei rappresenta questo cambio?
Per questo stiamo lavorando: se le elite continuano a gestire il potere non ci sarà nessn cambio. Il nostro concetto di sviluppo non è quello di far stare meglio i ricchi ma chi sta peggio.
Che ne pensa del vento di sinistra che soffia sull’America latina?
Credo che finalmente in America latina stia verificandosi un cambiamento epocale. Hanno tentato di convincerci che la migliore strategia di sviluppo fosse quella di lasciare mano libera al mercato. Hanno tentato di imporci il più grande errore della storia: che l’individualismo è il motore della società. Un’assurdità. L’America latina sta reagendo, sta costruendo un socialismo del XXI secolo, che si adatti ai suoi problemi, senza schemi preconfezionati, ideologie e miti importati.
L’America latina sta marciando verso la tanto sospirata integrazione?
E’ prematuro parlare di unione di tutta l’America latina, ma quello è l’obiettivo su cui in molti stiamo lavorando. L’obiettivo non deve essere la creazione di un consumatore latino, in un’ottica esclusivamente commerciale. Dobbiamo creare una cittadinanza sud-americana, una logica di cooperazione, non di concorrenza, e cosi entrare nella globalizzazione. Non con il Tlc…