Una rivolta figlia del liberismo economico

Sono passati quattordici anni dalla “intifada delle banlieues” del `91, ma i problemi sono ancora tutti lì, semmai amplificati dal contesto attuale, come timidamente suggeriva Alain Touraine nell’intervista riportata da Repubblica giovedì scorso. Il fatto che la terza generazione degli immigrati francesi appaia ancora più smarrita ed emarginata delle precedenti non deve stupire. Le immagini che in questi giorni tornano sono quelle consuete: gli scontri, le macchine bruciate, i pattuglioni che rastrellano i quartieri “nemici”. Ci parlano di un’inquietudine di vecchia data, del dilagare di una enorme rabbia e del cronicizzarsi di una condizione urbana segnata da una crescente divisione sociale e dalla povertà. Il monito è chiaro: non si può pensare che le popolazioni penalizzate e marginalizzate nell’Europa attuale se ne staranno buone per sempre, confinate negli spazi che sono stati loro riservati. Ed è quantomeno miope, se non addirittura criminale, attribuire i disordini attuali prevalentemente ad un problema di identità culturale o religiosa. La “violenza” è frutto di una lunga esasperazione. Quanto avviene in questi giorni a Parigi è da un lato la logica conclusione di una lunga serie di promesse non mantenute, dall’altro il risultato dell’impossibilità di governare con criteri “tradizionali” una situazione che è oggettivamente anomala. Lo dimostra il fatto che per tutto il decennio appena trascorso episodi analoghi si sono susseguiti senza soluzione di continuità facendo parlare alcuni commentatori di una sorta di “guerra civile strisciante”. A questi giovani era stato detto che per raggiungere l’uguaglianza dovevano solo diventare francesi. Apprendere usi e costumi, frequentare le scuole, conseguire un titolo di studio, padroneggiare la lingua. Poi ci sarebbe stata la contropartita, un trattamento paritario, e sarebbero stati inseriti come e meglio dei loro padri. La prospettiva era quella di approdare almeno ad una condizione media, se non al benessere.

In realtà quello che è stato offerto loro sono stati soltanto posti di lavoro di scarto e una casa negli squallidi palazzoni dei Grands ensembles. Per questo la questione sociale che trova una sua clamorosa espressione nei conflitti che scuotono la banlieue c’entra poco con il “terrorismo” o con “l’islamismo di ritorno” dei giovanissimi. I “barboni” integralisti sono lì a guardare, pronti magari a reclutare quanti usciranno massacrati dai commissariati, ma non rappresentano certo il motore della rivolta. Il nodo della questione risiede nei processi economici che producono disuguaglianza, nella disoccupazione e nella precarizzazione del lavoro, in un quadro generale reso ancora più aspro dalla crescente discriminazione etnica e socio-spaziale, che fa sì che nuove frontiere interne si creino nelle città.

Tanto più grave è la situazione in cittadine come Clichy, epicentro della rivolta, vero e proprio ghetto di quasi 30.000 abitanti, da cui i ceti medi sono progressivamente fuggiti, in cui il 50% degli abitanti ha meno di 25 anni e il tasso di disoccupazione raggiunge il 25%. Ebbene proprio in centri come questi, in cui la situazione era precariamente tenuta insieme da reti di volontariato e di associazionismo, gli aiuti statali sono negli ultimi anni progressivamente diminuiti, mentre la promessa di abbattere i vecchi palazzoni per creare insediamenti più umani è rimasta per lo più sulla carta. Se il fallimento della politica della casa per i migranti è uno degli aspetti non appariscenti, ma sostanziali della crisi, è anche inutile continuare ad illudersi che nell’andamento attuale dell’economia vi sia qualcosa di “naturale”, e che si tratti solo di “gestirne” le conseguenze. Sotto questo profilo il fatto che vinca la linea Sarkozy o quella de Villepin è scarsamente rilevante, se non per quanto riguarda lo scontro politico tra i due. Il fatto che si affermi la maniera dura, la “tolleranza zero”, o che prevalga l’orientamento ad un “contenimento soft” nel ricondurre i marginali alla ragione, non scalfisce in alcun modo la loro condizione.

Esiste oggi in Europa una grande ipocrisia, che ricopre la questione dell’ineguaglianza, che nega che l’insicurezza sociale sia il risultato di mutamenti strutturali intervenuti, che si appella a sempre più esili confini di legalità stabilite in altre epoche storiche per difendere privilegi ed ingiustizie. In questo senso ricondurre strumentalmente quanto avviene al “terrorismo” potrebbe essere un errore fatale, se non addirittura l’espressione di una falsa coscienza in cerca di facili autoassoluzioni.

Certo i fuochi della banlieue sembrano ancora dire solo un no inarticolato, alzare un grido di protesta senza prospettive. Ma chi saprà ascoltare le parole di questa rivolta? Se l’unico modo di affrontare i problemi che essa pone sul tappeto sarà quello di imporre forme più rigide di controllo poliziesco del territorio e di compartimentazione degli spazi, allora vuol veramente dire che dobbiamo prepararci al peggio. Per le città europee, in mancanza di coraggiosi ed energici interventi riformatori, si prospetta un’epoca selvaggia.