Una risposta a Romano Prodi su famiglia, matrimonio e omosessuali.

Romano Prodi non ha dubbi, dunque: è impossibile attribuire le terminologie “famiglia” e “matrimonio” a persone che si amano ma che, sventura loro, possano essere del medesimo sesso. Così il liberal cattolicesimo margheritino-campanilista del centrosinistra si frega le mani e plaude alle affermazioni del professore bolognese. Finalmente, dicono dalle parti dei cattolici destrorsi di Follini, Prodi è uscito allo scoperto e anche se con qualche mese di ritardo si è pronunciato su un tema di quelli che “tiene banco” e che interessa tanto le anime bigotte quanto quelle più libertarie, libertine e per nulla dome ai dettami di Santa Romana Chiesa e del suo entourage di potentati economico-sociali.
Le argomentazioni per rispondere a Prodi non mancherebbero: tuttavia penso sia utile concentrarsi solo su ciò che lui medesimo ha sottolineato, ossia la famiglia e il matrimonio.
La famiglia non è un istituzione naturale, intanto, ma una apparentemente solida e prospera costruzione dell’uomo medesimo per nulla ispirato da alcun deismo o da altro culto mediamente pagano. La famiglia è una unità legalmente sancita, così come il matrimonio. Se proprio volessimo apparire estremamente eretici al moderno torquemadismo prodiano, potremmo dire che due persone possono benissimo andare d’amore e d’accordo senza per questo sentirsi in obbligo di legarsi con un formalismo infarcito di clericalismo baroccheggiante e fronzolante di regole, controregole e pseudo-dogmi dal sapore di potere temporale romano.
Famiglia e matrimonio sono istituzioni tutt’altro che foriere di soli aspetti positivi e di esclusivo miglioramento della vita umana, sia singola che collettiva: famiglia vuol dire certamente amore, affetto, ma quello che comunque vi sarebbe tra un padre e un figlio, tra una madre e un figlio, tra due persone che si interessano l’una dell’altra e che non sono protagoniste del finzionismo da soap opera berlusconiana.
Ci siamo forse dimenticati che l’istituzione del divorzio, sacrosanta battaglia civile tenacemente ostacolata dalla Curia pontificia, è il laico rimedio all’indissolubilità del matrimonio come secolare promessa di fedeltà e di rispetto del coniuge vita natural durante?
E ci siamo, per caso, anche lasciati sfuggire dalla mente che la famiglia, intesa come nucleo vincolato alle norme scritte della Legge ed a quelle non scritte della “consuetudine”, è da sempre teatro di scontri e tenzoni delle più feroci sia per motivazioni di primo, seconda o altra genitura, sia per fatti legati ad eredità pecuniarie o immobiliari, nonchè odeon di presentazione delle tremende claustrofobiche imposizioni della “patria potestà”, della virtù ematica delle discendenze e di tutto quello che in ogni qual modo lega una persona ad un’altra tramite le lettere di un cognome?
Nessuno vuole annientare la famiglia o negarla, così come nessuno vuole assolutizzare in negativo il matrimonio: tanto è vero che una delle più decorose conquiste anticlericali fu il rito civile riconosciuto anche dal Vaticano.
Ci piacerebbe sperare che il professor Prodi, che si appresta a guidare la Grande Alleanza Democratica, di cui facciamo parte anche noi di Rifondazione Comunista, avesse ben chiaro il concetto per cui il vero valore positivo del rapporto tra le persone sta nell’armonia che tra loro si crea: perchè questa armonia, anche legalizzata, deve valere poi solamente per gli eterosessuali?
Perchè la famiglia si lega, come concetto e come fenomeno sociale, solamente al precetto cattolico della riproduzione?
E si lega, dunque, anche con il pensiero secondo cui il sesso deve essere fatto solo al fine procreativo? Una nuova crociata contro il desiderio castrato nei suoi più naturali e genuini istinti indomabili da leggi o diritti canonici?
Al di là del giudizio che ognuno di noi può dare sul matrimonio e sulla famiglia, se è vero che essi rappresentano comunque un costante elemento della nostra società, allora lo sono per tutta la società: non può esistere una famiglia pensata a senso unico. Due persone che stanno insieme, vivono insieme, dormono sotto lo stesso tetto, vi mangiano e vi condividono momenti sereni e meno sereni, sono una famiglia? Per quel che mi è sembrato sino ad ora, direi di sì.
E se queste due persone sono due gay o due lesbiche, la cosa cambia? Forse anche loro non dormono, non soffrono, non gioiscono e non vivono dunque?
Se la famiglia di Prodi è quella rigorosamente di ispirazione clerico-conservatrice di Santa Romana Chiesa, allora penso che gli omosessuali possano non curarsi delle parole di Prodi: ognuno viva la propria vita gettando alle ortiche i manuali della saccenza solonica prodiana, così come gli altrettanto bigotti rimproveri del cattolicesimo destrorso dei Follini, Casini, ecc., o il machismo schietto e greve del neofascista pensiero verde leghista o nero mussoliniano.
Caro professor Prodi, lei ha il diritto di pensare ciò che vuole in merito alla famiglia ed al matrimonio.
Gli omosessuali sapranno decidere della loro vita meglio di come potrebbe consigliare a loro lei. In fin dei conti è vero, la GAD è proprio una “grande” alleanza se riesce a tenere insieme lei e il compagno Nichi Vendola.

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Da “il manifesto” del 9/2/2005 vi proponiamo di seguito questo articolo di Cosimo Rossi sulle dichiarazioni di Prodi in merito alle famiglie omosessuali

«La famiglia non è gay»
Mezzo anatema del professore. Ds freddi
COSIMO ROSSI
«Famiglia e matrimonio non si usano per persone dello stesso sesso». Con questo bello scivolone semantico Romano Prodi celebra la sua contrarietà ai matrimoni omosessuali. Parole categoriche, quelle pronunciate ieri dal professore nel corso dell’intervista concessa all’emittente emiliana «E’tv»: che recludono nello stesso insieme il matrimonio e la famiglia, che evadono la similitudine nella differenza tra convivenza gay e convivenza di fatto di altre coppie, che perciò finiscono per semplificare e negare il problema delle coppie di fatto. Tema di fronte al quale proprio nello scorso finesettimana il congresso Ds si era espresso con un voto della platea a favore dei Pacs. Cioè il modello francese che ormai fa giurisprudenza dei «patti civili e di solidarietà»: tra persone di qualunque sesso, tendenza e quant’altro. Basati, appunto, su un rapporto «civile e di solidarietà» a prescindere dal resto. «Fassino non ha parlato di matrimonio, ma di esigenze di assistenza», è la risposta evasiva del professore. Che preferisce ancorarsi ai propri precetti che al proprio ruolo di leader della coalizione. «È bene non strumentalizzare troppo la religione come si sta facendo nella politica italiana – osserva pignolo – La religione è una cosa seria ed ho visto fare mercimonio della propria fede». E da questo punto di vista il professo ribadisce: «Non c’è alcun dubbio che io sono contrario al matrimonio fra i gay. Ho discusso di questi problemi con Zapatero ed altri leader europei. Bisogna usare bene i termini e capire la sostanza dei problemi».

Una porta chiusa, dunque. Ma anche un’apertura. Che comunque rimane prigioniera del «concetto di famiglia» salmodiato dal professore nella sua dimensione secolare e cattolica. Tanto che il centrista dell’Udc Maurizio Eufemi palude con un «Evviva!». Secondo Eufemi «con qualche mese di ritardo Prodi ha avuto il coraggio di dire quello che tutti noi eravamo sicuri pensasse ma si era ben guardato dal dire». E il riferimento è ovviamente al caso di Rocco Buttiglione, silurato dall’europarlamento per la sua omofobia.

Assai più deluso il ds Franco Grillini: « Su matrimonio e famiglia abbiamo idee diverse da quelle di Romano Prodi», commenta l’ex presidente di Arcigay. Secondo il quale ciò che conta è comunque l’apertura del professore nei confronti dei deliberati del congresso Ds. «Ciò significa – aggiunge – scrivere a chiare lettere nel programma della Gad che i sacrosanti diritti delle coppie di fatto vanno riconosciuti».

Concidenza vuole che proprio l’altro ieri Doris Ling-Cohan, giudice della Corte suprema dello stato di New York, abbia stabilito che il bando ai matrimoni gay è anticostituzionale. La sentenza è stata emessa in seguito al ricorso di cinque coppie gay che si sono viste rifiutare la licenza matrimoniale. Il giudice ha basato la sua decisione sulla natura di alcune parole come «husband» e «wife», che non stanno a indicare il sesso delle persone, ma devono essere considerate tutte sinonimi di «spouse», quindi applicabili sia agli uomini che alle donne. «Consorte», del resto, in italiano indica chi «condivide la sorte»: in amore, parentela, amicizia o indifferenza.