Una politica industriale, se la sinistra vuol farsi portatrice di progetti forti

“Politici e manager senza visione del futuro hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale” scriveva Gallino in La scomparsa dell’Italia industriale. L’inadeguatezza della classe dirigente italiana interseca vari nodi del dibattito politico: 1) il ruolo della sinistra nei governi regionali meridionali (Salvi); 2) la necessità/assenza di un’analisi del capitalismo italiano (Bellofiore/Brancaccio/Rossanda); 3) il controllo mafioso degli investimenti pubblici: l’indagine sugli appalti della Salerno-Reggio Calabria è solo l’ultimo capitolo; 4) l’uso delle risorse come strumento di riproduzione del consenso. Per le politiche di sviluppo e coesione l’Italia ha 124 miliardi di euro per il 2007/2013 tra fondi europei e nazionali. Il 60% alle regioni, il 40% al governo: 100 miliardi al Sud, circa 70 a Puglia, Calabria, Campania, Sicilia. Il PD è egemone nella gestione e nell’individuazione degli obiettivi politici della spesa pubblica. Il DPEF non ha delineato una strategia industriale nazionale; ad esempio, la lista delle infrastrutture nel DPEF è frutto degli accordi bilaterali tra Di Pietro e le singole regioni senza un programma organico: tante commesse a tante imprese come è accaduto nella programmazione precedente 2000/2006. Il Cipe previde nel dicembre 2001 il primo programma di infrastrutture strategiche della legge –obiettivo nel Sud: 55 miliardi per realizzare (tra le tante cose) l’asse ferroviario Salerno-Catania, completare la celebre autostrada Salerno-Reggio Calabria-Palermo, ammodernare la rete idrica meridionale, potenziare gli hubs calabresi, campani e pugliesi. Tali opere strategiche non sono state completate, altre, meno utili, sono state concluse. Nicola Rossi in Mediterraneo del Nord sottolinea come nel catalogo dei Progetti per lo sviluppo del 2003 rientrasse il campo da golf di Santi Preturo e non la bretella autostradale San Vittore-Termoli per unire la A1 alla A14; oppure la ristrutturazione dell’ex convento di San Domenico a Molfetta invece della Bari-Matera. Se la sinistra vuole sfidare veramente il PD sul piano dell’egemonia culturale deve contrapporre un diverso governo dei processi e una conseguente allocazione delle suddette risorse. È necessaria una paziente analisi del capitalismo italiano; gli economisti di sinistra, nelle loro diversità, potrebbero elaborare una risposta agli studi di Viesti, Rossi, Trigilia sui distretti: un piano industriale che declini, a partire dalla qualità del lavoro, cosa produrre, quale ricerca (per sostenere le filiere produttive) e quali infrastrutture sono necessarie, come tutelare l’ambiente. Negli ultimi anni siderurgia, meccanica, elettronica, chimica e farmaceutica hanno trainato le esportazioni del Sud; tutti settori con imprese di grandi dimensioni e tecnologie avanzate, il cui insediamento nel Mezzogiorno è dovuto agli investimenti pubblici operati negli anni dell’intervento straordinario o a scelte localizzative di grandi gruppi multinazionali. Il disavanzo della bilancia commerciale è dovuto a quello della bilancia tecnologica: investiamo nelle energie rinnovabili e compriamo i pannelli solari in Germania invece che produrli. L’Italia tra gli anni settanta e novanta non è entrata come partner con Germania, Spagna, Inghilterra e Francia nell’Airbus, la più avanzata filiera tecnologica, industriale e logistica europea; le nostre industrie avrebbero potuto essere principali committenti che scelgono, non fornitori o subcontractors (come Alenia aeronautica che produce i componenti per l’Airbus): per Gallino 27000 posti di lavoro mancati (tra dipendenti ed indotto). La manifestazione del 20 ottobre è necessaria ma non sufficiente: solo un duro (gramscianamente) lavoro intellettuale degli economisti può produrre un piano industriale e di ricerca che riduca seriamente la precarietà. Solo i ministri e gli amministratori della sinistra possono dimostrare la perspicuità e l’intelligenza di assumerlo come piattaforma di contrattazione nella spesa dei 124 miliardi. L’alternativa è essere divisi e fragili di fronte alla finanziaria 2008 ed essere spazzati dalla gestione dell’esistente del PD. Nel Sud, con una strategia industriale che produca lavoro stabile, la sinistra potrebbe combattere con efficacia il controllo mafioso degli appalti: purtroppo i morti nella lotta alla mafia erano rimasti soli, soli tra i politici, gli imprenditori, i sindacalisti e i giudici, come gli eroi dei popoli compianti da Brecht.