Una pillola rosa piega l’Oriente. “Ya ba”, il flagello dei giovani

BANGKOK – «È come un brutto sogno dal quale non si riesce a svegliarsi. Ogni casa, ogni famiglia conosce il gioco. Trafficanti e spacciatori sono i tuoi vicini, qualche volta i tuoi familiari. Comprare metamfetamine è facile quanto comprare un sacchetto di patatine». Il quadro apocalittico disegnato pochi mesi fa da padre Joseph Maier, direttore della Fondazione per lo sviluppo umano di Bangkok, a molti sembrava esagerato. Ma le parole usate in questi giorni dal nuovo primo ministro del Regno di Thailandia Thaksin Shinawatra per lanciare la sua guerra a «ya ba», la «medicina che rende pazzi», non sono troppo diverse: «Ya ba è un flagello che sta minando come un cancro la nostra società», ha detto.
Ci sono volute le cifre nero su bianco, oltre 4 milioni di consumatori, e una mezza guerra con la Birmania per arrivare alle conclusioni che il religioso aveva già elencato in decine di disperati appelli alle autorità tailandesi e asiatiche in generale. Il quartiere dove vive questo è infatti l’osservatorio privilegiato per scoprire gli effetti del nuovo flagello che rischia di decimare le nuove generazioni asiatiche eccitate dal ritmo accelerato di produzione imposto anche al Terzo mondo dal modello consumistico dell’Occidente.
Se in Europa e negli Stati Uniti l’ecstasy e le anfetamine sono in generale un flagello da week end, qui sembrano aver trasformato popolazioni tradizionalmente lente e riflessive in masse super attive di aggressivi e determinati aspiranti manager, almeno nel breve tempo che passa dalla scoperta all’assuefazione e alla malattia.
Chiamata shobu in Giappone, batu nelle Filippine, bingdu in Cina, una pasticca rosa di metamfetamina costa poco meno di tremila lire, è un eccitante potentissimo, in grado di esaltare mentalmente chi ne fa uso e rifornirlo per ore ed ore di grande energia fisica. Usata abitualmente dagli autisti di camion e taxi per coprire lunghe distanze senza addormentarsi, ya ba raggiunge ormai in Asia un mercato di 30 milioni di persone ed è considerata una minaccia per la stessa stabilità dell’area.
Ma se la grande metropoli tailandese, celebre per i suoi quartieri del sesso, non è la sola a condividere questo trend che coinvolge tutte le nuove generazioni orientali a cavallo tra due millenni, è qui che si concentra la percentuale più alta di consumi. Dei 700 milioni di pasticche che sarebbero state sfornate nel solo anno 2000 dai laboratori dislocati oltre il confine birmano, appena 100 milioni sono state intercettate e sequestrate. Il resto è stato divorato dal mercato interno tailandese, a cominciare dalla megalopoli dove ormai ogni strato della società, dai figli degli uomini d’affari ai ragazzini degli slums di Bangkok, alle prostitute di Pat Pong e Pattaya, fa i conti con «ya ba», un fenomeno che secondo il premier Thaksin coinvolge «tra il 6 e il 7 per cento della popolazione». Per questo è pronto un piano d’emergenza che prevede anche l’internamento dei giovani assuefatti di ya ba in campi di disintossicazione e rieducazione, oltre a un serie di orari da «coprifuoco» per i minorenni in città.
Uno dei principali produttori di pillole rosa è il famigerato Esercito dello Stato di Wa, considerato dalle Nazioni Unite il «più efficiente esercito privato di trafficanti del mondo». Gli Wa sono una minoranza di antiche origini cinesi, fino all’inizio del secolo tagliatori di teste, che negli ultimi anni avrebbe sostituito in tutto o in parte un’altra minoranza, gli Shan, nella produzione e traffico della droga. Il loro territorio gode di una larga autonomia sotto il controllo del governo di Rangoon e, dopo il drastico taglio alla produzione d’oppio da parte dei taliban in Afghanistan, la Birmania è considerata il maggiore produttore della pianta dalla quale si ricava l’eroina. Sarebbe però il mercato delle metamfetamine a fornire da anni il business maggiore per i trafficanti Wa e per il regime militare, anche se la Giunta di Rangoon ha sempre smentito indignata. «Gli Wa sono il capro espiatorio inventato dalla Thailandia per coprire i loro problemi con la droga», hanno reagito i vertici birmani alle accuse del premier di Bangkok.
I servizi segreti di Bangkok hanno però in questi giorni mostrato foto di alti esponenti del regime militare birmano a Muang Yawn, considerata una vera e propria città – laboratorio. Trenta chilometri a nord del capoluogo tailandese di Chang Mai, 50mila abitanti, una centrale elettrica, una diga, una pista d’aeroporto e decine di appartamenti attrezzati per la produzione di ya ba, Muang Yawn è l’incubo ricorrente delle autorità asiatiche in lotta contro la «medicina che rende pazzi».
«Questa città è stata costruita con le lacrime dei tailandesi», ha dichiarato Thaksin. Ma ciò che il premier non ha potuto dire altrettanto esplicitamente, è che, per entrare nel territorio del suo Regno, la droga deve trovare canali d’ingresso, e che questi canali sono stati aperti nel corso degli anni da molti pezzi grossi della politica e dell’esercito con i loro uffici a Bangkok. Solo adesso che gli stessi figli degli alti papaveri e degli ufficiali corrotti sono caduti vittime di «ya ba», la guerra è stata ufficialmente dichiarata aperta. Una guerra che si è già annunciata senza esclusione di colpi.
A metà febbraio i soldati di Rangoon, si dice per tastare la duttilità del nuovo governo di Thaksin, sparano colpi di mortaio sulla tranquilla cittadina di confine Mae Sai e uccidono due civili. In replica, l’esercito thai fa strage di militari birmani, il tutto nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica internazionale, impegnata in altre guerre di proporzioni apparentemente più vaste. Un mese dopo Thaksin annuncia il convegno antidroga di Chang Mai, vicina al confine birmano, per lanciare la sua guerra a ya ba: l’aereo che lo doveva trasportare a Chang Mai esplode misteriosamente sfiorando una strage di proporzioni catastrofiche.
Difficile fare accostamenti automatici, ma difficile negare anche la stringente sequela di coincidenze. Di fatto, contro gli Wa appoggiati da Rangoon la Thailandia ha addestrato e in gran parte armato con l’aiuto delle stesse Nazioni Unite, l’esercito dello Stato di Shan, un popolo tradizionalmente più mite, di fede buddhista come quello thai e birmano, determinato a ottenere l’indipendenza dal regime di Rangoon, ma a sua volta coinvolto in passato nella produzione e vendita di eroina quando a comandare il suo esercito era il temibile Khun Sa, oggi ritiratosi a vita privata sotto la protezione birmana.
Se però anche gli Shan – come sostengono i birmani – continuino a produrre oppio o addirittura ya ba è difficile dirlo con certezza. Spiega Sandro Calvani, responsabile della lotta antidroga delle Nazioni Unite in Asia, che «tutti i paesi dell’area, compresa la Birmania, hanno firmato lo scorso anno un patto antidroga che prevedeva anche un monitoraggio indipendente dell’area al confini tra Thailandia e Birmania». Un monitoraggio, secondo Calvani, «che potrebbe essere affidato proprio alle Nazioni Unite, ma che finora non è stato possibile portare a termine». Un segno delle forti pressioni che all’interno degli stessi governi continuano a far prevalere il partito dei corrotti, preoccupato più di perdere i suoi enormi guadagni che di lasciar dilagare il cancro di ya ba. «Il problema – conclude Calvani – è che l’Occidente rischia di sottovalutare ciò che sta avvenendo in quest’area. Dopo il crollo della produzione di oppio in Afghanistan c’è infatti il rischio che riprenda in grande stile la coltivazione nel Triangolo d’Oro ThailandiaBirmaniaLaos. Infatti attualmente il prezzo dell’eroina sul mercato è passato da poche decine di dollari a 600 dollari, e in qualche area addirittura il doppio».