Una partita aperta

Sono bastati l’avvertimento di Berlusconi («siete antiamericani») e qualche richiamo all’ordine del Corriere della Sera a far inchinare l’Unione a una realpolitik degna del vecchio bipolarismo del secondo dopoguerra.
No problem per l’allargamento della base di Vicenza, dicono Prodi e D’Alema, mentre la gran parte della città si ribella a questa prospettiva. Alla faccia di quanto previsto dal programma dell’Unione (fare una conferenza nazionale sulle servitù militari per mettere ordine nel problema) e della rivendicazione di un’autonomia della politica estera che qui mostra tutta la sua subalternità a un’alleanza (la Nato), che troppo spesso è una dittatura (degli Stati uniti).
Il nostro paese è militarizzato in lungo e in largo: abbiamo migliaia di siti e servitù militari di varia specie e le spese militari sono cresciute quest’anno di oltre il 13 per cento. Gli Usa e la Nato sono presenti con innumerevoli basi e agiscono fuori dalla nostra sovranità, senza curarsi di informare preventivamente il nostro governo sulle proprie attività. Non siamo stati in grado di difendere la nostra dignità (di fronte agli americani) sul Cermis e su Ustica, figuriamoci sul resto. Per questo abbastanza risibile è stata l’affermazione di D’Alema, l’altra sera a Ballarò, quando ha assicurato che ogni attività militare americana in partenza da Ederle e dal Dal Molin sarà concordata con il governo italiano. Le basi militari americane, lo si voglia o no, godono di una extraterritorialità inespugnabile. Da Ederle partono le truppe per l’Iraq e l’Afghanistan: ma che vuole concordare il governo quando, da Sigonella alla Maddalena, le attività militari americane sono state in questi anni al di fuori di ogni controllo ?
Ridicola, poi, la propaganda sul «beneficio economico» portato dalle basi americane. In un solo anno ci hanno fatto spendere 366 milioni di dollari come costi diretti di contributi all’amministrazione americana, senza contare gli oneri indiretti (opere di urbanizzazione, sgravi fiscali sulle utenze, ecc.) e le cosiddette «esternalizzazioni negative»: inquinamento, dissesto del territorio, malattie e tumori insorti tra la popolazione (si pensi ad Aviano). E’ uno dei pochi casi in cui l’indennizzo lo paga non chi occupa un terreno, ma chi se lo fa occupare. Giusto per dare un’idea: diamo agli americani, come ricompensa per le loro basi sul nostro territorio, la metà di quanto spenderemo nel 2007 per la cooperazione allo sviluppo.
C’è un messaggio da recapitare al nostro governo: bene il ritiro dall’Iraq, ma poi la permanenza dei militari in Afghanistan, l’aumento vertiginoso delle spese militari e il via libera a nuove basi ci riportano alla vecchia storia di una geopolitica militare bipartisan, inaccettabile sia che la faccia un governo avversario sia che ce la propini un governo «amico». Le dichiarazioni di Prodi di questi giorni sono un’evidente forzatura, soprattutto perché la partita a Vicenza non è affatto conclusa.
Serve una grande mobilitazione civile e pacifica, magari riprendendo l’idea di blocchi nonviolenti ai cancelli dei cantieri della base. Come a Comiso 25 anni fa: e magari questa volta può finire diversamente. Le vicende della Val di Susa e del ponte sullo Stretto ci insegnano che le mobilitazioni che partono dalle comunità locali possono avere un esito diverso, in questo caso dalla parte della pace.