Una nuova stagione di opere pubbliche

Professor Augusto Graziani, il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia hanno lanciato l’allarme sui conti pubblici, addirittura paventando il rischio di una chiusura dei cantieri.
E’ indubbio che il debito pubblico accumulato sia rilevante, e se lo consideriamo dal punto di vista ortodosso-tradizionale è sempre un grave pericolo per la stabilità dell’economia. Personalmente, trovo che quello che veramente conta non è il fatto di indebitarsi ma l’utilizzo che si fa delle risorse. Insomma, io guardo più al lato della spesa pubblica. Se aumenta per scopi produttivi – infrastrutture, strade, ferrovie, opere che si riflet¬tono in un’utilità presente e futura per la collettività – anche se queste spese sono finanziate mediante un indebitamento, questo non mi scandalizzerebbe.

Quindi, per far ripartire la crescita lei ritiene necessaria, piuttosto, una nuova stagione che veda lo stato protagonista?

In una situazione in cui gli investimenti privati sono timidi; in cui gli investitori privati non vedono chiaro nell’avvenire, l’unico elemento che può dare una spinta
propulsiva è l’investimento pubblico. Se si frena su questo versante, allora l’economia è inchiodata: non c’è spesa privata, non c’è spesa pubblica, non c’è via d’uscita.

Ritiene che si debba agire anche sulla leva fiscale per una migliore e più equa redistribuzione dei redditi?

Sì, certamente il fatto di orientare la politica tributaria in una direzione di maggiore equità è un orientamento lodevole. lo, personalmente, più che fare discriminazioni per natura del reddito, sarei favorevole a fare delle distinzioni sul livello del reddito e quindi sono favorevole ad un’imposizione progressiva che incida di più sui redditi elevati, quale che ne sia l’origine.

Tuttavia, è esplosa in questi anni una “questione salariale” da non sottovalutare se s’intende far ripartire la crescita. Ritiene percorribile la via di un meccanismo automatico che tuteli il potere d’acquisto di salari e pensioni?

Come linea di principio generale, ritengo che i salari reali nel loro potere d’acquisto debbano essere protetti. Infatti, se i sindacati ottengono un aumento dei salari monetari che dopo pochi mesi viene vanificato da un aumento dei prezzi, credo che si tratti davvero di una manovra scorretta perché il livello dei prezzi, bene o male, in maniera diretta o indiretta, è nelle mani degli imprenditori, i quali, da un lato, concedono salari maggiori e, dall’altro, aumentano i prezzi di vendita, beffando lavoratori e sindacati. Penso che un aumento dei salari debba essere comunque accompagnato da un controllo dei prezzi.

Il governo ha peraltro annunciato misure che vanno incontro alle esigenze dell’industria, ad esempio il taglio del famoso “cuneo contributivo sul lavoro”, ma con l’avvertenza – per le imprese – di reinvestire i guadagni che ne derivano, per evitare che la misura esaurisca i suoi effetti nel breve termine. L’industria italiana sarà in grado di raccogliere la sfida?

L’industria italiana soffre di una scarsa capacità d’innovazione, con notevoli riflessi sulla conquista dei mercati, che deriva dalla scarsità di risorse investite. L’innovazione nel campo dell’ industria non scaturisce semplicemente da un lampo di genio o da una trovata del cervello. L’innovazione è frutto di lunghe ricerche ovviamente condotte con sapienza, ma anche costose…

Dunque, l’impresa preferisce agire sul costo del lavoro, con la conseguenza, tra l’altro, che l’Italia è in Europa tra i paesi con un’alta disuguaglianza nei redditi personali.

I dati Istat corrispondono all’impressione che tutti noi abbiamo e cioè che nel nostro paese ci sono redditi veramente molto bassi e sacrificati accanto a redditi molto elevati, come potremmo aspettarci in paesi molto più ricchi del nostro. Questo è un campo in cui dovrebbe agire con maggiore energia il prelievo fiscale, che dovrebbe riuscire finalmente a stanare i redditi più elevati e sottoporli ad una tassazione più adeguata.

Peraltro, le differenze di tra nord e sud Italia sono pari a tre quarti di reddito: quali sono i fattori che incidono di più nell’accrescimento di questo divario?

La questione meridionale è tuttora presente.
E’ evidente che occorre per il Mezzogiorno un maggiore sviluppo delle attività industriali soprattutto delle industrie avanzate, della ricerca tecnologica. Occorrerebbe riuscire a trasferire nel Mezzogiorno non soltanto l’industria manifatturiera ma anche imprese che portino innovazione nei metodi di produzione.

Perché non accade?
L’industria attrae l’industria e il risultato spontaneo del mercato è quello della concentrazione territoriale delle attività più avanzate. Un’industria nuova sa che andando a collocarsi in un distretto troverà forniture, banche, credito, manodopera specializzata mentre, andando in una zona non industrializzata, dovrà fare il lavoro del pioniere. Poco conveniente.

E il sud paga in termini di precarietà e disuguaglianze…
I lavori precari che dilagano sono una forma di disoccupazione non so se mascherata o palese. La precarietà è un riflesso della depressione dell’ economia meridionale. E’ necessaria un’inversione decisa di interventi e di politica economica che finalmente dia un privilegio alle regioni del Mezzogiorno ponendo fine all’ emigrazione di cervelli che impoverisce in misura grave l’economia e la società..