Una nuova rivista, “Le classi, la storia”, si presenta con un numero monografico sul ‘68

1. La svolta storica del 1989-91, col crollo del campo socialista e l’unificazione dei mercati sotto l’egida della mondializzazione capitalistica (coi suoi “effetti collaterali” di guerre, nuovo imperialismo e crisi ecologica), ha aperto la strada sul piano culturale a quel pensiero unico che presenta il capitalismo come l’unico mondo possibile, decretando l’impossibilità di alternative di sistema, destinate necessariamente a risolversi in tragedie e crimini: di qui l’assurda tesi della fine della storia, che ha ormai ampiamente mostrato la corda.

Anche la storia, dunque, è stata un terreno dell’offensiva per la costruzione di una nuova egemonia delle classi dominanti, dopo che questa era stata scossa fortemente dal mutamento dei rapporti di forza a livello mondiale (e dai conseguenti cambiamenti nella cultura e nel senso comune) verificatisi negli anni ’60-70. E in questo quadro il ruolo di una parte degli intellettuali, il conformistico riallineamento di molti di loro (magari partendo da posizioni “ultra-rivoluzionarie”…), i pentimenti e le ritrattazioni hanno rappresentato un ennesimo tradimento dei chierici.

Centrale è stata l’offensiva del revisionismo storico, sia nelle forme più dirette (dal Libro nero del comunismo alle operazioni editoriali dei Vespa e dei Pansa), sia in forme più raffinate e ambigue (da Furet a Nolte, al “revisionismo di sinistra”, quel riparliamone volto a rimettere in discussione anche le acquisizioni storiografiche e culturali più consolidate), con l’obiettivo di cancellare o criminalizzare ogni cultura, storia e identità antagonista, per andare in un clima culturale “pacificato” alla costruzione di quella “seconda Repubblica” in cui l’anticomunismo sembra aver sostituito l’antifascismo come linguaggio comune e presupposto ideologico.

In questo processo, bersagli primari sono stati la Resistenza (che ha subìto una vera e propria criminalizzazione prima con la campagna sul “triangolo della morte”, poi con la riuscitissima “operazione foibe”), l’antifascismo, e tutta la vicenda del comunismo storico, dal “socialismo reale” al PCI; quest’ultimo, oggetto di un fuoco incrociato e di attacchi contraddittori ma convergenti (incapace di politiche di riforme, ma slegato dai movimenti di massa; troppo legato all’URSS, ma protagonista di ipotesi di collocazione internazionale velleitarie ecc.). Il tutto, con un metodo assertivo, consistente nella ripetizione ossessiva di quelli che a un certo punto finiscono per diventare luoghi comuni storiografici, rispetto a cui il conforto delle fonti e dei fatti stessi diviene del tutto superfluo.

A quell’offensiva, che ha operato uno sfondamento in profondità, di cui prova tangibile è il modo in cui è oggi costruita gran parte dei manuali di storia per le scuole (in alcuni dei quali l’Ottobre 1917 è derubricato a un paragrafo all’interno del capitolo sulla I guerra mondiale, e l’URSS degli anni ’30 è bellamente assimilata alla Germania nazista e all’Italia fascista nel medesimo capitolo sui totalitarismi), la risposta è stata solo “reattiva” e occasionale, sostanzialmente debole, la difesa essendo praticata per lo più con armi spuntate e inefficaci, col ricorso frequente alla retorica per tentare di coprire il vuoto di ricerca organizzata da chi avrebbe dovuto svolgere la funzione di “intellettuale collettivo”.

Il punto qui non è quello di imbastire una difesa d’ufficio del “comunismo storico”, né delle svariate forme che la lotta delle classi e dei popoli oppressi ha assunto nel Novecento e nella storia contemporanea in genere; si tratta invece di rimettere al centro questo conflitto tra “forze non umane, ma telluriche” (come scriveva García Lorca) che ha percorso il secolo: un conflitto su scala mondiale, che ha avuto come protagonisti – per dirla schematicamente e tralasciando tutte le differenziazioni interne – le classi e i popoli oppressi da un lato (con le loro contraddizioni e involuzioni, gli errori e i limiti delle loro esperienze), e dall’altro i loro antagonisti storici, le classi dominanti del “capitalismo storico”, l’imperialismo e i fascismi.

È questa una lettura che qualcuno potrebbe definire “vetero”, e che va senza dubbio verificata; essa, però, consente di rimettere in discussione il paradigma storiografico che interpreta la vicenda del Novecento come quella del conflitto totalitarismi/democrazia (col ricorso pervasivo al concetto-calderone di “totalitarismo”), cancellando le modalità d’azione reali delle “democrazie capitalistiche”, i crimini dell’imperialismo e la stessa natura di classe dei fascismi moltiplicatisi in Europa, Asia, America Latina, in risposta alla rivoluzione d’Ottobre prima e con la guerra fredda poi.

Ma è anche un’ipotesi che mette in discussione un’idea di storia sociale – che pure è stata una delle poche “cose di sinistra” dette in questi anni sul piano storiografico – basata spesso solo sulle memorie individuali o di gruppo, o su un’idea di conflitto limitata allo scontro visibile, alla manifestazione di piazza, col che si cancella tutta la complessità del conflitto tra le classi, i loro apparati, le loro organizzazioni, le loro opzioni strategiche; il nesso essenziale tra la dimensione sociale e quella politica, tra la lotta economica e quella al livello dello Stato, e dunque – sul piano storiografico – il nesso inscindibile tra “storia sociale” e “storia politica”.

In questo senso, ci sembra necessario reinserire elementi di analisi materialistica e dialettica nella ricerca storica, analizzando il secolo passato nel suo drammatico intreccio di lotte epocali, guerre sanguinose, generosi “assalti al cielo”, riprendendo e sviluppando l’indicazione gramsciana, nei Quaderni del carcere, di “fare storia integrale e non storie parziali od estrinseche” [quaderno 10], una storia che sia al tempo stesso storia dei rapporti materiali di produzione e “storia etico-politica”, storia del rapporto dialettico tra prassi e teoria.

2. Su questo terreno – e su quelli della ricostruzione di una cultura critica e di un esame delle esperienze del movimento operaio nel Novecento – da tempo sono attivi la casa editrice e il Centro culturale “La Città del Sole”, il “Centro studi sui problemi della transizione al socialismo” e l’“Archivio storico del movimento operaio”. Su basi simili si è poi costituito il collettivo “Storia e conflitto”: un gruppo di “studiosi militanti” di storia dell’età contemporanea con formazioni e posizioni diverse, ma accomunati dalla volontà di fare storia sulla base di quanto prima detto, rifiutando il revisionismo strumentale, tornando ad un uso rigoroso e ragionato delle fonti, e rifuggendo da approcci oggi diffusi: moralismo, unilateralità, mera narrazione dei fatti, o al contrario attenzione esclusiva alle “percezioni” e “auto-percezioni” col totale abbandono dei fatti stessi. Quanto all’impostazione della “Città del Sole” e delle strutture ad essa collegate, vi si sofferma Sergio Manes nel contributo presente in questo fascicolo.

L’intento comune di queste realtà è dare un contributo al superamento di quella scissione tra cultura e politica che molti danni sta facendo a entrambe. Vi è inoltre una comune consapevolezza della dimensione politica dell’offensiva revisionistica in corso, riconducibile in gran parte al tentativo di demolire la memoria storica e l’identità stessa delle classi popolari, e in particolare di quel proletariato che è stato soggetto attivo nella contraddizione capitale/lavoro, classe organizzata e cosciente di sé, movimento operaio che si è dato organizzazione e fini.

Come osserva ancora Gramsci, infatti, mentre le classi dirigenti realizzano la loro unità storica nello Stato, sì che “la storia di esse è essenzialmente la storia degli Stati e dei gruppi di Stati” (tenendo però sempre presenti i «rapporti organici tra Stato o società politica e “società civile”»), le «classi subalterne [o i “gruppi sociali subalterni”, come, ampliando l’ambito della ricerca, Gramsci scrive nel sottotitolo del quaderno speciale 25], per definizione, non sono unificate e non possono unificarsi finché non possono diventare “Stato”». La loro storia “è necessariamente disgregata ed episodica”. Nell’attività storica di questi gruppi la tendenza all’unificazione “è continuamente spezzata dall’iniziativa dei gruppi dominanti. […] Solo la vittoria “permanente” spezza, e non immediatamente, la subordinazione. In realtà, anche quando paiono trionfanti, i gruppi subalterni sono solo in istato di difesa allarmata […] Ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei gruppi subalterni dovrebbe perciò essere di valore inestimabile per lo storico integrale; da ciò risulta che una tale storia non può essere trattata che per monografie [corsivo nostro] e che ogni monografia domanda un cumulo molto grande di materiali spesso difficili da raccogliere”.

L’incontro tra queste diverse realtà ci ha portato dunque a rendere concreta l’idea di una rivista di storia – rigorosa ma non “accademica”, non destinata cioè, né limitata al solo ambito specialistico, universitario – come strumento utile a questo percorso. Una rivista “militante” che si ponga un compito non solo reattivo, di risposta all’attacco revisionista, ma costruttivo; contribuendo alla ricostruzione di quella identità e memoria storica del movimento operaio, che sono essenziali al consolidarsi di una soggettività antagonista alla mondializzazione capitalistica.

E ciò è possibile non quando si fa prevalere un’impostazione agiografica o apologetica – chi si è basato su di essa è disperatamente crollato – ma quando si costruisce consapevolezza critica, quando si lavora attentamente e scrupolosamente sulle fonti, quando si scava per far emergere la verità che è – ancora Gramsci – rivoluzionaria, quando si scelgono come avversari con cui confrontarsi nell’interpretazione storica non le “mezze tacche” o i mezzibusti televisivi, ma gli esponenti al più alto livello dell’altra parte.

La sfida che con questa rivista si apre è qui: un gruppo di “intellettuali militanti” che, muovendo dall’attitudine a problematizzare ogni cosa, liberi da tabù intoccabili, a partire da un rigoroso uso delle fonti, si pongono in una dimensione non estranea alla “politica” e nella prospettiva del cambiamento; e per questo avanzano nella ricerca storica quelle domande che mirano a comprendere le dinamiche del conflitto per come si sono sviluppate nel Novecento; e, in questo quadro, le esperienze di trasformazione sociale che, pur tra contraddizioni e sconfitte, hanno segnato tappe importanti di un vero e proprio processo di apprendimento (cfr. Domenico Losurdo) da parte dei “subalterni”.

Il prossimo fascicolo monografico sarà dedicato non a caso – a venti anni di distanza – agli eventi del 1989, “magnifico”, come – spirito del tempo… – ebbe a dire Achille Occhetto, che, prendendo spunto dall’evento più simbolico ed evocativo di quell’anno, la “caduta del muro di Berlino”, avrebbe determinato la trasformazione del Partito comunista italiano in un partito dall’identità incerta, tendenzialmente liberal-democratico; o “terribile”, per quanti leggono quegli eventi come momento culminante di una controrivoluzione capitalistica che nel giro di poco più che un decennio avrebbe condotto, in posizione subordinata e periferica, le ex democrazie popolari dell’Europa centro-orientale e le repubbliche baltiche staccatesi dall’URSS, all’interno della UE. Gli eventi del 1989-1991 venivano presentati prima facie come l’inoppugnabile e definitivo verdetto della Storia, che buttava senza appello nella sua pattumiera il progetto di emancipazione sociale, aprendo la strada alla bolsa ideologia della “fine della storia”, come si diceva all’inizio di questo editoriale.

Intendiamo ritornare a indagare – con la consapevolezza di tutti i rischi e le difficoltà di fare storia del presente, quando la documentazione è inevitabilmente ancora incompleta – quali processi siano intervenuti a Est (nei paesi socialisti, o, comunque li si voglia chiamare, ad economia prevalentemente statale e più o meno ampiamente pianificata) e a Ovest (in Italia in particolare, col suicidio del più grande partito comunista nei paesi capitalistici), come e perché si siano disfatti i partiti comunisti (o partiti omologhi con altra denominazione, come ad es. “partito del lavoro”), a partire dall’erede diretto della rivoluzione d’Ottobre, il PCUS; e sull’interrelazione tra storia dell’Est e storia dell’Ovest, in un mondo che è, sotto questo aspetto, unificato.

3. In questo primo numero, invece, tutto progettato all’interno del collettivo “Storia e conflitto”, il tema su cui ci siamo confrontati è una riflessione sul ’68 a quarant’anni di distanza. In occasione del quarantennale, molte sono state le iniziative di discussione su quello che è stato senza dubbio un momento cruciale nella storia del Novecento. Il dibattito pubblico, tuttavia, si è polarizzato attorno a due estremi di segno opposto, ma entrambi poco fecondi: quello della celebrazione acritica, e quello della demonizzazione distruttiva. Pochi sono stati i contributi che si sono allontanati da questa contrapposizione, di tipo propagandistico più che scientifico.

Come collettivo ci è parso quindi interessante confrontarci con questo snodo, sapendo che di esso sono possibili letture molto diverse, e che questa pluralità di punti di vista è presente anche tra noi. Il ’68, infatti, non è solo un momento emblematico nella storia del secolo breve, ma anche un passaggio decisivo nella vicenda dei “movimenti antisistemici”, del rapporto tra “sinistra storica” e “nuova sinistra”, tra movimento operaio e quelle che si chiameranno “nuove soggettività”. Su questo versante in particolare abbiamo quindi concentrato la nostra attenzione, sapendo che proprio col 1968 si inizia a sancire una frattura, che aveva le sue premesse in tutti gli anni ’60 e che si approfondirà drammaticamente nel decennio successivo, fino alla “comune rovina” negli anni ’80-90. È anche per questo, pensiamo, che queste vicende – e l’analisi di queste vicende – parlino anche all’oggi, e possano essere di qualche utilità anche per chi oggi si pone il problema della trasformazione sociale.

Nei contributi che seguono, inoltre, abbiamo posto in primo piano due esigenze. Innanzitutto quella di un’analisi di lunga durata, che andasse oltre l’“evento ’68”, per esaminare più in profondità i processi economici, sociali e politici, che avevano riguardato tutto il decennio precedente; cosa che quindi colloca i fatti del ’68 in un contesto più ampio, e consente di cogliere i mutamenti strutturali che contribuirono a determinarlo. Sul “lungo ’68” e sulle principali innovazioni che esso ha prodotto sul terreno politico, culturale e delle mentalità, abbiamo potuto avvalerci anche del contributo di uno storico di prima grandezza come Aldo Agosti. Ma anche il contributo di Manes si inquadra in questo tipo di lettura. In secondo luogo, e in modo coerente con quanto appena detto, abbiamo cercato di tenere assieme la storia politica e la storia sociale, mirando a dare così un quadro il più possibile ampio delle interrelazioni tra le trasformazioni della società e le loro ricadute politiche. Infine, si è cercato di tenere presente che il ’68 non è stato solo l’anno degli studenti, ma anche quello di grandi lotte operaie e popolari, sebbene nell’economia del fascicolo questo aspetto non occupa lo spazio che ebbe nella realtà di quei mesi.

D’altra parte, è evidente che un lavoro esaustivo sul ’68 sarebbe stato impossibile, e molte sono le lacune o i temi che abbiamo soltanto sfiorato: il ruolo della guerra del Vietnam e del grande movimento di protesta che ne seguì in tutto il mondo, e più in generale la tematica antimperialista e la forte suggestione del movimento di liberazione dei popoli (si ricordi che il “Che” cadeva in battaglia proprio nell’ottobre 1967); il ruolo della “rivoluzione culturale” e della posizione cinese nel dibattito e nella spaccatura interna al movimento comunista e antimperialista mondiale; la presenza di un dissenso cattolico sempre più diffuso; l’emergere sempre più forte delle istanze libertarie e antiautoritarie e così via.

Abbiamo scelto dunque di concentrarci solo su alcuni temi specifici. Nella prima parte del fascicolo, quindi, abbiamo esaminato il tema del rapporto tra il PCI e il movimento studentesco, accanto a cui proponiamo un’analisi comparata degli atteggiamenti tenuti dal partito italiano e da quello francese. Riguardo al primo, ci siamo soffermati sulle diverse posizioni presenti nel gruppo dirigente (da quella più “aperta” di Longo e Secchia a quella più critica di Amendola), ma anche sulla dinamica reale dei rapporti col movimento e sulle posizioni presenti all’interno di quest’ultimo. Il quadro che emerge conferma l’esistenza di un rapporto conflittuale e di una vera e propria difficoltà di comunicazione, ma si allontana dalla lettura consolidata dei “ritardi” della sinistra politica rispetto alle “innovazioni” del movimento, ponendo invece l’accento sulla diversità di impostazioni e prospettive dei due soggetti. Nel suo saggio, Marco Albeltaro sostiene l’ipotesi di veri e propri “orizzonti concettuali” differenti: quello moderno della “sinistra storica”, basato sui concetti di presa del potere politico, centralità dello Stato e dell’organizzazione, e quello postmoderno del movimento studentesco, “che tendeva a sostituire proprio alla categoria moderna di rivoluzione quella postmoderna di ribellione individuale e di critica al potere in quanto tale”. Ma anche chi non condivida questa lettura, non potrebbe fare a meno di rilevare che le suggestioni teoriche più diffuse nel movimento studentesco – a partire da quella della classe operaia integrata, da cui si derivava l’individuazione degli studenti non solo come classe, ma addirittura come “classe rivoluzionaria” – costituivano veri e propri stravolgimenti del marxismo, ossia della teoria generale su cui, pur con diverse letture, si era basata la parte maggioritaria del movimento operaio da più di un secolo.

La pretesa di sostituirsi al movimento operaio, o quanto meno alle sue organizzazioni giudicate burocratiche e integrate, è dunque alla base del rapporto conflittuale tra partiti comunisti europei e movimenti studenteschi non meno dei “ritardi”, delle “pigrizie” e delle incomprensioni che pure all’interno di quei partiti vi furono, come dimostra, ben più della vicenda italiana, il caso francese. Ma è evidente che questa lettura è piuttosto diversa da quella, ormai abusata, dei partiti chiusi nei loro apparati e del movimento come eterno “incompreso”.

La seconda parte di questo fascicolo ha invece un taglio più netto di storia sociale, e mette a confronto due realtà molto lontane tra loro, come il Friuli dei “metal-mezzadri” e la Sicilia dei fatti di Avola: due realtà, però, entrambe profondamente trasformate dallo sviluppo degli anni ’50-60, ed entrambe caratterizzate da una commistione tra il vecchio lavoro in agricoltura e la nuova occupazione operaia, quest’ultima vista e vissuta come elemento di emancipazione di grande rilievo e impatto sociale. Anche qui, letture consolidate riguardo al rapporto città/campagna, o all’arretratezza del Mezzogiorno, trovano una messa in discussione dialettica di grande interesse; e anche qui il ’68 appare solo l’evento catalizzatore di mutamenti profondi che si erano prodotti nel corpo della società e che attendevano solo di venire, potentemente, alla luce.

Completano il fascicolo una cronologia che copre il periodo 1967-69, e una serie di schede critiche su volumi recenti e meno recenti su ’68 e dintorni, sulla documentazione presente presso l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, e infine sul modo in cui i manuali scolastici di storia affrontano il tema; materiali che possono costituire un utile strumento di orientamento soprattutto per le generazioni più giovani, o per quanti fatichino a mettere insieme nella loro memoria i pezzi di un mosaico che fu certamente ricco e complesso.

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