Una nuova “guerra fredda”contro la Russia?

Questo saggio riveste un valore particolare. Scritto nel gennaio 2007 da uno dei principali ispiratori della politica di Putin, nonché uomo ponte tra i settori di sinistra dell’amministrazione presidenziale e l’opposizione comunista, esso contiene – sia pure esposti con stile sobrio, pacato e scevro da ogni enfasi propagandistica – tutti i principali elementi di analisi strategica che consentono di capire i motivi non contingenti che hanno indotto gli USA, la NATO e una parte significativa dei Paesi dell’Unione Europea a provocare una nuova fase di inasprimento delle relazioni con la Russia di Putin. Fino ad indurre taluni osservatori internazionali a parlare di una nuova “guerra fredda” contro la Russia.

La più recente vicenda dello “scudo spaziale”, di cui parliamo diffusamente in altra parte della rivista, e la volontà atlantica di sostenere fino in fondo l’indipendenza del Kossovo, sono solo gli ultimi atti di un’ offensiva strategica anti-russa (e anti-cinese) di cui tanta parte della sinistra italiana ed europea stenta ancora a comprendere le ragioni di fondo. Oppure le comprende e si colloca dalla parte sbagliata.

Evgheni Primakov rileva che durante l’anno 2006, la Russia è entrata nella seconda fase della sua ripresa. Dopo essersi impegnata a riprendere il controllo delle ricchezze naturali e a restaurare un credibile deterrente militare, la politica di Putin ha rotto con l’ultra-liberismo e ha incoraggiato un nuovo protagonismo dello Stato nella vita economica; mentre una parte importante dei redditi che provengono dall’esportazione degli idrocarburi viene ricollocata nell’economia interna per lottare contro la povertà, senza subire il ricatto e il tabù – caro ai liberisti – del rilancio dell’inflazione.

Il rafforzamento di un asse privilegiato con la Cina, la cooperazione trilaterale tra Russia, Cina e India, lo sviluppo delle relazioni con una serie di Paesi che esprimono una evidente collocazione antimperialista nello scenario mondiale (Venezuela, Cuba, Iran, Siria…) sono tasselli ulteriori di una linea strategica che non poteva certo passare inosservata sulle due rive dell’Atlantico.

“Rottura significa che le grandi tendenze, le tendenze determinanti, sono sostituite da contro-tendenze. Non è assolutamente obbligatorio che esse acquistino immediatamente il loro profilo integrale, ancor meno che raggiungano il punto culminante della loro evoluzione. Se si parte da questa visione, che è la mia, l’anno 2006 testimonia la rottura di tutta una serie di stereotipi imposti alla società russa fin dall’inizio degli anni 90. Che cosa voglio dire?

Primo. Dopo aver giocato molto tempo a tirare la corda, alla fine abbiamo – spero definitivamente – respinto l’idea che persino agli albori della fase di costruzione di un ‘economia di mercato, prima ancora che vi fossero le premesse di un mercato civilizzato evoluto, si potesse fare a meno di una forte e risoluta ingerenza dello Stato nella vita economica del paese.

Secondo il parere dei dogmatici liberali, il ruolo dello stato deve limitarsi unicamente ad una macro regolazione e non c’è nessun bisogno di investimenti statali diretti nel settore reale e produttivo dell’economia. Citiamo, come esempio, la posizione del ministero delle Finanze, ostile alla creazione di un Fondo di investimenti, ostile ad un finanziamento mirato, realizzato nel bilancio dello stato, di progetti di cui il paese ha bisogno.

Solo l’ostinazione del ministero dello Sviluppo economico, che è entrato in conflitto con il ministero delle Finanze, ha consentito che questo Fondo potesse ugualmente vedere la luce. E la separazione, nel corso 2006, del “tandem” ministero delle Finanze/ministero dello Sviluppo economico, che precedentemente aveva difeso l’idea di escludere radicalmente lo stato dall’economia, è divenuta il segno emblematico di una frattura tra due linee di politica economica.

Secondo. L’anno scorso abbiamo sentito il presidente Putin dire che, grazie alle elevate tariffe mondiali delle risorse esportate, le esportazioni di materie prime dovevano servire a sviluppare l’economia ed ad elevare il livello di vita della popolazione.

Vi è qui il segno della rottura con quella linea difesa con zelo da chi dichiarava che i Fondi di stabilizzazione non dovevano spendere nemmeno un copeco all’interno della Russia perché ciò avrebbe fatto lievitare l’inflazione. Ma l’inflazione, le cui cause sono molteplici, esiste anche quando non si mette mano ai Fondi di stabilizzazione. E la politica di consolidamento sfrenato del corso monetario reale del rublo, che è stata anch’essa subordinata alla lotta contro l’inflazione, ha nuociuto gravemente alla competitività dei produttori russi.

La creazione di Fondi di risorse non rinnovabili è una misura indispensabile, come testimonia la pratica mondiale. Ma, come spendere l’eccedente di redditi che provengono dal rialzo dei prezzi delle materie prime esportate? Ho letto un articolo del professor Alexei Koudrine nella rivista Questioni di economia. Esso presenta un quadro interessante che mostra a quali fini è utilizzato il denaro dei fondi delle risorse non rinnovabili in Kuwait, in Alaska, in Cile, in Norvegia ed in Venezuela. Se si deve credere a questo quadro, in tutti questi paesi, senza eccezione, il denaro dei fondi diventa in un modo o nell’altro una fonte di finanziamento dell’economia nazionale.

L’esempio dell’Alaska è tipico. Sono stati creati due fondi: un fondo permanente ed un fondo di riserva. La metà circa del denaro dei fondi permanenti è versata alla popolazione dell’Alaska sotto forma di dividendi, il resto viene reinvestito. In quanto ai fondi di riserva, servono a consolidare il bilancio. Viene fissato un limite all’utilizzazione dei Fondi, ma questo limite è mobile, può essere rivisto nel corso della legislatura. Perché l’esempio dell’Alaska è così importante? Perché questo territorio presenta problemi particolari di demografia e di sviluppo, analoghi ai nostri.

Altro esempio caratteristico, i Fondi petroliferi di Stato della Norvegia. Sempre secondo il quadro citato, il denaro dei fondi norvegesi “non può essere utilizzato che per trasferimenti al bilancio del governo centrale.”

Penso che già nel corso del 2007 verrà superata la posizione di quanti affermano l’impossibilità di spendere i redditi accumulati dai Fondi di stabilizzazione, nemmeno per creare quelle infrastrutture nella rete dei trasporti in Russia, dove ben 50.000 agglomerati non sono ancora collegati alle grandi vie di trasporto. O per coprire i deficit di bilancio prodotti dalla riduzione delle tasse sui prodotti ad alta tecnologia nell’industria di trasformazione e nelle piccole imprese.

E’ sempre più numerosa la parte della popolazione che comprende che l’alleviamento del peso delle tasse su questi parametri contribuirà alla necessaria modifica della struttura dell’economia russa, ne incentiverà lo sviluppo e, in fin dei conti – con un circolo virtuoso – aumenterà le risorse che sostengono il bilancio dello Stato.

Terzo. Nel 2006 è stata compiuta una svolta verso un’economia ad opzione sociale (1). Mi riferisco ai quattro progetti nazionali avanzati dal presidente Putin, concernenti la salute, l’educazione, la costruzione di alloggi e lo sviluppo dell’agricoltura. Il carattere risoluto di questa iniziativa è sottolineato dal fatto che, sin dagli inizi della riforma di mercato dell’economia russa, i dogmatici liberali affermavano che lo Stato deve preoccuparsi unicamente della “carità” ai più deboli, lasciando che l’insieme della popolazione risolva da sé i propri problemi sociali. Uno logica che relega il potere pubblico a funzioni minimaniste e rifiuta ogni investimento corposo dello Stato sulla condizione degli esseri umani.

Quarto. Nel 2006 si è intensificata la lotta contro la corruzione. Non posso dire che essa abbia già definitivamente superato il suo carattere “selettivo”. Ma il fatto che diversi corruttori di alto livello siano stati allontanati dal mondo degli affari e che gli apparati di livello intermedio siano oggetto di procedimenti penali, è di buon auspicio. Ciò rafforza il senso delle dichiarazioni di Putin, quando afferma che l’intreccio dei funzionari di ogni livello col mondo degli affari era e rimane un fattore altamente nocivo. Se nel 2007 questi propositi saranno attuati con fermezza, la corruzione in Russia comincerà ad essere privata del suo concime nutritivo.

Cresce il ruolo dello Stato nell’economia

I miglioramenti economici nel 2006 sono indiscutibili. Sono già diversi anni che lo sviluppo economico procede con tassi prossimi al 7% del Pil, di gran lunga superiore al livello medio mondiale. L’essenziale è che questo sviluppo si svolga in Russia senza importanti recessioni e si mantenga nel lungo periodo. Per la prima volta l’inflazione non ha superato il limite del 10%. Le riserve in oro e valuta hanno raggiunto una cifra record. Il livello di vita complessivo della popolazione è cresciuto.

Ritengo che tutti questi risultati positivi siano legati, in buona parte, alla rottura con le tendenze prevalenti in Russia negli anni ‘90.

Ma si può forse dire che così facendo abbiamo raggiunto un limite a partire dal quale il ruolo dello Stato nell’economia avrebbe esaurito la sua funzione? No. Non si può valutare così la situazione. Nel 2006 i successi si sono accompagnati ad una serie di squilibri che esigono che lo Stato prenda alcune misure importanti per superarli.

Mi soffermerò solamente su alcuni di essi.

Primo squilibrio. Malgrado la dinamica economica positiva, non si vede l’uscita dalla crisi demografica.

Essa ha due aspetti nel nostro paese. Da un lato, la diminuzione della popolazione in generale; dall’altro, l’emigrazione abbastanza frequente di persone che lasciano regioni che sono essenziali per lo sviluppo economico del Paese : la Siberia, il Transbaikal e l’Estremo Oriente.

Nel 1991, in quella che oggi è la circoscrizione federale della Siberia, vivevano 22 milioni di persone; oggi non sono più di 19 milioni. Nel 2.025, secondo le previsioni di Rosstat, in Siberia non resteranno che poco più di 17,5 milioni di abitanti, quasi il 20% in meno rispetto al 1991. La circoscrizione federale della Siberia rappresenta quasi un terzo della superficie della Russia ed il problema non risiede unicamente nel fatto che questo terzo è poco popolato. La distribuzione della popolazione è assai disomogenea. Se si traccia un cerchio di 300 km di raggio attorno a Novosibirsk, in quella superficie si troveranno 12 milioni di abitanti, sui 19 che popolano oggi l’intera Siberia.

La situazione demografica è ancora più difficile in Estremo Oriente, dove la popolazione è diminuita di oltre il 16% in quindici anni. Per risolvere il problema demografico, che costituisce un obiettivo nazionale primario, bisogna proporre un piano complesso e sistemico per lo sviluppo di queste regioni. Mi si potrà ribattere che sono già stati adottati un gran numero di progetti di questo tipo. Risponderò che nessuno di essi ha avuto un carattere d’insieme, multilaterale e sistemico.

Il problema rimane ed è di importanza vitale per la Russia : di un’importanza economica, geopolitica e tocca direttamente gli interessi della sua sicurezza. Poco prima della fine del 2006, il presidente Putin ha evocato questo tema davanti al Consiglio di sicurezza della nazione. Ha confidato nelle prossime missioni. Vedremo come saranno concretizzate nel 2007.

Secondo squilibrio. Lo sviluppo della nostra economia nel 2006 ha condotto ad una dinamica dei consumi piuttosto elevata. Questo va molto bene. Ma l’aumento dei consumi è accompagnato dal persistere di una debole competitività dei prodotti dell’industria russa. Un tale squilibrio stimola l’incremento delle importazioni, il cui ritmo è molto superiore a quello dell’industria nazionale. La voce relativa al commercio all’ingrosso e al dettaglio nel Pil è stata superiore del 35% rispetto all’anno scorso. Mentre la voce relativa all’industria diminuita. Non si tratta, naturalmente, di rivolgere minore attenzione allo sviluppo del commercio e della sfera dei servizi, come si faceva erroneamente nel periodo sovietico, o di mettere dei limiti alle importazioni. Ma ci si deve porre con più forza il problema della competitività della produzione nazionale. Per giungere ad una soluzione bisogna mettere obbligatoriamente l’industria sulla via dell’innovazione; e ciò non potrà accadere senza un serio e robusto intervento dello Stato.

In questi ultimi anni, si è compiuto in Russia un vero balzo in avanti, con la creazione di un Fondo di investimenti, finanziato dal bilancio statale, specializzato nel finanziamento di progetti a lungo termine, soprattutto in materia di esportazione. Al tempo stesso, e non si possono chiudere gli occhi su questo, l’utilizzazione degli strumenti creati per le attività di innovazione è ancora di debole ampiezza e incidenza. In Russia, ad esempio, sono state create in tutto solo quattro zone “speciali” di innovazione e sviluppo, rispetto alle 57 create in Cina…

A tale proposito, la via dell’innovazione e dello sviluppo intensivo diventa assolutamente indispensabile per la Russia, anche a causa delle sue difficoltà demografiche. Esse provocano una riduzione dell’offerta di mano d’opera, alla quale si può rimediare solo attraverso un’intensificazione qualitativa del lavoro e un innalzamento della sua produttività, il che è impossibile al di fuori del progresso tecnico-scientifico e tecnologico.

Ancora troppi squilibri sociali

Terzo squilibrio. Nonostante la diminuzione del numero delle persone che vivono al di sotto della soglia di povertà, lo scarto tra i 10% della popolazione che ha i redditi più elevati ed il 10% della popolazione che ha i redditi più bassi, rimane enorme. Secondo le cifre di Rosstat, i redditi monetari dei cittadini più agiati sono in aumento, mentre quelli dei più disagiati stagnano. Sono dunque i ricchi a beneficiare maggiormente della crescita economica, e questa è una tendenza ingiusta e allarmante, che certamente non contribuisce alla stabilità e alla coesione sociale del Paese.

Conviene qui rilevare un’altra faccia del problema, che qualificherei come circostanza aggravante. Si sa che nei paesi più sviluppati la miseria è fondamentalmente appannaggio dei disoccupati, degli immigrati, delle famiglie numerose; ma qui da noi, in Russia, il 35% delle persone che vivono al di sotto del minimo vitale o che lo sfiorano sono famiglie di lavoratori con uno o due figli.

In Russia, quindi, i poveri sono, nella loro grande massa, dei salariati o dei pensionati. Basti dire che più di due lavoratori su tre nell’agricoltura percepiscono un stipendio inferiore al minimo vitale, più di uno su due nel campo della cultura e dell’arte. E il basso costo della mano d’opera crea, tra l’altro, uno scarso incentivo al progresso tecnico e tecnologico.

Un quarto squilibrio importante proviene dal fatto che, malgrado lo sviluppo del federalismo, noi conserviamo sostanzialmente il sistema finanziario di un Stato unitario centralizzato. E se, ancora alcuni anni fa, si poteva giustificare o spiegare tutto ciò con la volontà di mantenere l’integrità territoriale del paese e di utilizzare i flussi finanziari dal Centro verso le regioni per consolidare uno Stato unitario, questa spiegazione perde di senso da quando si è costituita una verticale del potere, con la nomina dei governatori regionali da parte del potere centrale. Tanto più che, in tutti gli Stati federali, la centralizzazione politica viene rafforzata da un’autonomia economica accresciuta delle varie entità decentrate della Federazione.

Ma di quale aumento dell’autonomia economica delle nostre regioni si può parlare, se la maggior parte di esse versano al Centro una gran parte delle tasse raccolte localmente e esse stesse dipendono completamente dai trasferimenti e delle sovvenzioni del Centro federale?

Questa pratica è giustificata spesso con la necessità di equilibrare la situazione economica e sociale nell’insieme del paese. Ciò è realmente indispensabile, ma non va perseguito con metodologie che infine non soddisfano né le entità beneficiarie né le entità donatrici.

Certamente, gli squilibri sono ancora numerosi da noi. Citiamo ancora:

* il rallentamento dei ritmi di crescita delle esportazioni di petrolio ed altre materie prime, non compensati da un aumento delle esportazioni di prodotti ad alto valore aggiunto;

* l’assenza di un sistema di crediti a lungo termine a tassi accettabili, essenziali per garantire uno sviluppo economico importante e stabile;

* la crescita degli investimenti esteri, che ancora è limitata al solo settore delle materie prime;

* il considerevole ritardo di uno dei paesi più ricchi di prodotti energetici per quanto attiene all’efficacia dell’utilizzazione dell’energia;

* l’assenza di un meccanismo che protegga in modo affidabile contro una definizione monopolistica dei prezzi;

*un alto potenziale scientifico e intellettuale, con un rendimento estremamente debole sul mercato mondiale, pari solamente allo 0,5% della produzione mondiale ad alta tecnologia;

*gravi lacune nel meccanismo di adozione delle decisioni, sapendo il governo in anticipo che può disporre di una maggioranza parlamentare che sosterrà automaticamente tutti i progetti di legge che sottoporrà all’esame della Duma.

La Russia e il mondo

Nel 2006, uno dei fenomeni più negativi nella situazione politica del paese è il fatto che abbiano rialzato la testa gruppi nazionalisti xenofobi. Il patriottismo deve essere uno dei caratteri dominanti del cittadino della Russia, inteso come amore per il proprio Paese e il proprio popolo. Ma ciò che caratterizza i nazionalisti, è il desiderio di ferire gli altri esaltando la superiorità del proprio popolo sugli altri. Alcuni considerano l’internazionalismo, che si oppone a tutto ciò, come una formulazione “comunista” che dovrebbe essere sostituita dal “nazionalismo”, nelle condizioni di sviluppo della Russia in un contesto di mercato.

Un tale approccio è completamente falso e nefasto. E ciò può essere ad esempio evidenziato quando – per motivi incontestabilmente sani e indiscutibili – si utilizza una terminologia ambigua come l’affermazione, riferita alla Russia, di una “democrazia sovrana”.

Certamente, la Russia era e rimane uno Stato sovrano, con una sua storia ricca e antica. Le istituzioni statuali russe sono originali, così come la mentalità di una gran parte della popolazione, sia dei russi che degli altri popoli del nostro paese. La Russia avanza verso valori universali, come la democrazia, ma lo fa seguendo una proprio percorso, che tiene conto delle tradizioni, della storia, del carattere plurietnico dello stato, della sua situazione geografica. Così come ogni altro paese, del resto, non ammette prediche astratte e infondate da parte degli stranieri, ed ancor meno può tollerare che le si voglia imporre un modello di struttura della società o di forma di governo.

Ma al tempo stesso è indispensabile che tutto ciò che entra nel concetto di sovranità dello stato, non venga utilizzato strumentalmente da quanti, dentro e fuori il Paese, vorrebbero allontanare la Russia dai processi oggettivi in atto nella realtà contemporanea: la globalizzazione, l’internazionalizzazione dell’attività economica, l’avvicinamento tra le culture e le civiltà. È indispensabile difendere gli interessi della Russia e della sua gente, ma ciò deve essere fatto senza uno scontro con altri popoli e paesi che sarebbe umiliante, nefasto e pericoloso per noi.

Parliamo del contesto internazionale nel quale la Russia si sta sviluppando. La fine della Guerra Fredda si è accompagnata ad un arretramento del sistema bipolare ed ha cominciato ad essere costruita nel mondo una strutturazione multipolare.

La Cina e l’India, che possiedono un potenziale umano colossale, si sviluppano a grande velocità. Nel 2006, la somma dei Pil di questi due paesi ha superato quello degli Stati Uniti. Poichè la crescita economica in Cina ed in India è 2,5 volte superiore a quella degli Stati Uniti, appare evidente che questi due paesi sono quelli che danno il più grande apporto allo sviluppo dell’economia mondiale.

Nel 2006, anche la quota dell’Unione Europea nel Pil mondiale ha superato quella degli Stati Uniti. Il Brasile e l’Argentina si sono trasformati in paesi che hanno superato la fase iniziale dell’industrializzazione. Il processo di integrazione nell’America Latina è promettente.

Anche la Russia, col suo sviluppo dinamico, è destinata a diventare un polo autonomo in questa articolazione multipolare.

Ma esistono una serie di ostacoli obiettivi al divenire di questa organizzazione multipolare del mondo, e mi riferisco in primo luogo alla politica degli Stati Uniti.

Nelle attuali condizioni, gli USA sono il paese del mondo più evoluto sul piano economico, il più forte sul piano militare ed il più all’avanguardia in campo scientifico e tecnologico. In questo contesto, sotto il governo dell’attuale amministrazione statunitense, abbiamo visto rafforzarsi l’influenza di quanti vorrebbero preservare le posizioni egemoniche degli Stati Uniti in questa fase di costruzione di un’organizzazione multipolare del mondo. E ciò determina ripercussioni assolutamente negative su ogni processo volto a neutralizzare le minacce che incombono sull’umanità dopo la fine della Guerra Fredda.

Ne citerò tre.

La prima, è la proliferazione delle armi nucleari e di altri mezzi di distruzione di massa, oltre a quelli già posseduti dai cinque membri “ufficiali” del club nucleare, che hanno imparato a dare prova di moderazione nelle questioni relative all’impiego di queste armi.

Il secondo, è il terrorismo internazionale che si manifesta sotto le insegne dell’ islamismo, benché non abbia nulla a che vedere con l’Islam in quanto civiltà e religione.

La terza, sono i conflitti regionali. E il pericolo è ancor più grande, in quanto queste tre minacce possono cumularsi.

Unilateralismo e multilateralismo

Al tempo della Guerra Fredda, una relativa stabilità nell’arena internazionale era assicurata dalla mutua dissuasione delle due superpotenze, che dirigevano i due campi ideologici avversi. In altri termini, essa poggiava su un confronto dai limiti nettamente segnati.

Oggi, solo attraverso sforzi comuni e mirati da parte di tutti i grandi centri di potere del mondo multipolare in formazione, possono essere scongiurate le nuove minacce. Ma questa verità, che sembra indiscutibile, è lontana dall’essere facilmente realizzabile. Come ha mostrato la guerra in Iraq, gli Stati Uniti si sono arrogati il diritto esclusivo di determinare quale paese minacciava la sicurezza internazionale e di decidere da soli se occorreva o meno adoperare la forza contro di esso. Allo stesso tempo, hanno proclamato la loro ferma volontà di “esportare la democrazia” nei paesi il cui regime non è ad essi gradito.

Si può constatare fin d’ora l’insuccesso di questa politica, e ciò è ammesso anche da numerosi rappresentanti statunitensi. Anche il presidente Bush ha ammesso recentemente, per la prima volta, che gli Stati Uniti non hanno vinto in Iraq. Al contrario. In seguito all’intervento statunitense, questo paese arabo è sprofondato nel caos. E’ iniziata una guerra civile su basi religiose. Il pericolo di spartizione dell’Iraq è sempre più reale. L’Iraq si è trasformato nella principale piazza d’armi di Al-Qaida.

L’insuccesso della politica statunitense in Iraq ha dato un colpo mortale alla dottrina dell’unilateralismo. È ciò che hanno mostrato le ultime elezioni al Congresso americano, che hanno visto il Partito repubblicano perdere la maggioranza nelle due Camere.

Ma questo colpo mortale non significa ancora la fine di questa dottrina “unipolare”, cui si cerca in tutti i modi di prolungare la vita. Ciò è testimoniato dalla “nuova strategia” proclamata dagli Stati Uniti verso l’Iraq, con la decisione del presidente Bush, nonostante l’opposizione del Congresso e della maggioranza dell’opinione pubblica, di mandare altri 22.000 soldati di rinforzo in quel Paese.

Questa decisione è del tutto negativa e senza prospettive, come se agli Stati Uniti, per uscire dal vicolo cieco iracheno, bastasse semplicemente aumentare di un sesto la presenza delle loro truppe di occupazione. Questa decisione, nel suo cinismo, ignora che il numero dei soldati statunitensi che hanno trovato la morte in Iraq è già superiore a quello delle vittime degli attentati terroristici newyorchesi dell’ 11 settembre 2001, senza parlare delle decine e decine di migliaia di morti iracheni.

Negli Stati Uniti si comprende sempre più diffusamente il danno causato dal carattere unilaterale delle soluzioni di forza adottate. Ma ciò non significa che l’amministrazione statunitense sia pronta ad intraprendere quelle azioni multilaterali condivise necessarie per bloccare le nuove minacce che pesano sulla sicurezza e la stabilità del mondo. E in particolare, non si punta sul rafforzamento e l’ammodernamento del meccanismo internazionale universalmente riconosciuto, che è l’Onu, ma sull’estensione del blocco militare della Nato.

Espansione della NATO

Creata al tempo della Guerra Fredda come organizzazione regionale, oggi la Nato estende poco a poco la sua influenza, con la forza, su altre regioni.

Essa ha già dispiegato le sue forze armate in Afganistan, e nessuno sa come evolverà la situazione.

Non ci si può che allarmare quando, per esempio, si vedono alcuni media prospettare l’ipotesi di un intervento armato in Iran ed in Siria, con il coinvolgimento della Nato. Naturalmente, il dire e il fare la distanza è grande. Alcuni dei membri della Nato probabilmente non vorranno percorrere questa strada. Ma non occorre essere particolarmente vigili per rendersi conto che i nuovi Paesi membri della Nato e quelli che vogliono ad ogni costo farne parte, sono spesso pronti a pagare un prezzo incredibilmente elevato per accreditarsi agli occhi degli Stati Uniti.

‘alleanza Nord-atlantica, che non cessa di inglobare nuovi paesi, si è avvicinata pericolosamente alle nostre frontiere. Ciò non può mancare di inquietarci. Tanto più che l’espansione della Nato è corredata da un retorica antirussa così come da una offensiva politica degli Stati Uniti nelle ex-repubbliche sovietiche.

Mosca non può fare a meno di rilevare il malcontento che serpeggia in certi ambienti occidentali per il fatto che la Russia sta ritrovando la sua posizione di grande potenza. Non nascono forse anche da ciò le reazioni isteriche suscitate in Occidente, per il solo fatto che la Russia ha semplicemente deciso in modo risoluto di vendere i suoi prodotti energetici a prezzi di mercato?

Russia, Cina, India…

In questo contesto generale, direi che il nostro paese conduce una politica estera ottimale. Costretta a consolidare il suo potenziale militare strategico e tattico, la Russia dimostra in tutti i modi possibili la sua volontà di diventare una delle principali forze per la stabilizzazione della situazione internazionale.

L’anno appena trascorso ha confermato i successi della politica estera russa: lo stabilirsi di strette relazioni, talvolta anche strategiche, con numerosi paesi dell’Asia, in modo particolare con la Cina e l’India, la volontà determinata di intrattenere legami stretti con i paesi europei ed anche relazioni di partnership reciprocamente vantaggiose con gli Stati Uniti. L’essenziale è che il presidente Putin ha adottato una linea che coniuga la ferma difesa degli interessi nazionali della Russia con la volontà di evitare ogni scontro con gli altri paesi.

Credo che i politici occidentali dovrebbero riflettere sul ruolo e la posizione della Russia nel mondo di oggi. Non di una Russia immaginaria dove la politica interna degenererebbe in minaccia per i suoi vicini. Non di una Russia virtuale che utilizzerebbe a fini imperiali le consegne di prodotti energetici negli altri paesi. Ma di una Russia reale, che non ha intenzione di rimanere in modo subalterno nella scia politica di alcuno, ma che al tempo stesso concentra i suoi sforzi nella lotta al terrorismo, si oppone alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, non accetta la divisione del mondo in funzione delle civiltà e delle religioni, cerca di adoperare le sue eccezionali possibilità per mettere fine al conflitto estremamente pericoloso del Vicino Oriente.

Una Russia che promuove una politica volta a raffreddare le teste calde che non hanno imparato niente dalla vicenda dell’Iraq e che sono pronte a ripetere con la forza le loro azioni distruttive contro i regimi a loro sgraditi.

Si può dire, in conclusione, che l’anno 2006 è stato nell’insieme positivo per la Russia. Processi positivi sono stati ottenuti nell’economia e nella politica. Ma i problemi aperti legati a una serie di squilibri sono apparsi più nettamente. È assolutamente necessario prestare la più grande attenzione a questa prima parte dell’anno 2007, in quanto l’anno sarà reso più complesso dalle prossime scadenze elettorali”. (2)

NOTE

(1)E’ interessante notare che, al pari dei dirigenti cinesi, anche i principali esponenti della Russia di Putin, che pure utilizzano in relazione ai propri contesti attuali la nozione di economia di mercato – contrapponendola a quella di economia integralmente statizzata del vecchio modello sovietico – non utilizzino però mai termini quali economia capitalistica, capitalismo di Stato, economia liberale. Viceversa essi ricorrono, variamente, ad una serie di altre nozioni assai più indeterminate e suscettibili di diverse interpretazioni, quali ad esempio economia di transizione, economia sociale di mercato e – in questo caso – economia ad opzione sociale : sempre e comunque in alternativa al liberismo.

Fu lo stesso Bush a definire, nel 2002, Russia e Cina come paesi dalla “transizione incerta” (NdR).

(2)Nel dicembre 2007 si terranno in Russia le elezioni politiche per il rinnovo della Duma. Il 9 marzo 2008 le elezioni presidenziali (NdR).

(°) Ex presidente del KGB, successivamente ministro degli Affari Esteri, poi Primo Ministro, destituito da Eltsin su pressioni americane per la sua opposizione alla guerra del Kossovo. Oggi è accademico e presiede la Camera del Commercio e dell’Industria della Federazione russa. Questo articolo è un’estratto dell’intervento pronunciato il 12 gennaio 2007, durante il forum annuale del Mercury Club.

La traduzione è nostra, col contributo di www.resistenze.org