Una nazione scritta tra le righe

Prima di morire, Edward Said non ha mancato di denunciare l’ultimo sopruso, l’avanzata verso sud, in direzione di Gerusalemme di quello «squallido muro razzista che, dieci anni dopo la fine dell’apartheid in Sudafrica, viene eretto quasi senza un commento da parte della maggioranza degli israeliani e dei loro alleati americani i quali, che lo vogliano o no, dovranno coprire in buona parte il suo costo». Dei drammi del suo popolo il professore della Columbia university è stato testimone in un’instancabile opera di commentatore e sostenitore della causa palestinese. Anche di fronte alla costruzione di quella che per la propaganda israeliana è la «barriera di sicurezza» l’intellettuale palestinese più amato e odiato nel mondo non aveva smesso un secondo di proporre vie d’uscita sempre controcorrente: la leadership dell’Anp si ostinava a sostenere la strategia dei due stati per due popoli, lui si batteva per lo stato binazionale; il proto-governo di Arafat chiedeva aiuto agli americani, lui indicava l’urgenza di «farsi testimoni del destino dei palestinesi con orgoglio e senza compromessi, cioè senza quell’ambiguità, quel tono tra imbarazzato e umile che i leader palestinesi assumono quando implorano un po’ di gentilezza da un padre bianco che è del tutto indegno». Quando prende il via la seconda intifada (29 settembre 2000), la leucemia stava già consumando lentamente Said, senza tuttavia riuscire a fermarlo, così come non ci erano riusciti né gli attacchi dei suoi detrattori né le minacce subite per tanti anni dalla lobby israeliana negli Stati uniti. Leggere oggi La pace possibile (il Saggiatore pp. 348, € 20), quando l’entusiasmo per l’evacuazione delle colonie ebraiche da Gaza è stato raffreddato dalla constatazione che il ritiro dei settlers non ha fatto compiere alcun passo significativo verso la pace, offre la possibilità di capire le ragioni di questo stallo carico di tensione guardandolo attraverso la lente di chi aveva un’autorità intellettuale e morale tale da permettergli di raccontare agli Stati uniti «la pulizia etnica» perpetrata dal sionismo e, nello stesso tempo, di lanciare strali avvelenati contro i politici dell’Olp e poi dell’Autorità nazionale, «incapaci, corrotti» e responsabili dei disastrosi accordi di Oslo. Gli scritti del libro abbracciano un lasso di tempo compreso tra il dicembre 2000, qualche settimana dopo lo scoppio dell’intifada di Al Aqsa, e il luglio 2003, poche settimane prima della morte dell’autore, il 25 settembre di quello stesso anno.

Assurto alla notorietà internazionale grazie ai capolavori Orientalismo (recentemente ristampato da Feltrinelli), Cultura e imperialismo (Gamberetti editore) e La questione palestinese (Gamberetti editore), questa volta Said si rivolge al mondo arabo: 45 dei 46 articoli raccolti nel volume sono traduzioni di pezzi apparsi in lingua araba sul quotidiano egiziano Al Ahram. E tre sono essenzialmente i temi sui quali Said si concentra nei suoi ultimi anni. C’è, come ricorda Tony Judt nell’introduzione, «l’urgente necessità di dire (soprattutto agli americani) la verità sul trattamento che Israele infliggeva ai palestinesi e, parallelamente, di convincere i palestinesi e gli altri arabi a riconoscere e accettare la realtà di Israele e a confrontarsi con gli israeliani , in particolare con le forze d’opposizione; in terzo luogo, il dovere di parlare apertamente dei difetti della leadership araba».

E il radicalismo e l’originalità del pensiero di Said trovano sfogo in una prosa potentissima che si alimenta dei molteplici interessi del docente del celebre ateneo newyorchese: dalla musica alla storia alla letteratura passando, naturalmente, per la politica. C’è l’irruzione, negli ultimi mesi di vita dell’autore, del conflitto iracheno. Un evento per capire la portata disastrosa del quale è necessario risalire ai tempi dell’embargo decretato dalle Nazioni unite: «L’avvilimento dell’Iraq ha per esempio quasi portato alla rovina l’editoria libraria araba, poiché quel paese aveva il più numero pubblico di lettori del mondo arabo».

Ma al centro della riflessione di Said c’è la lotta di liberazione dei palestinesi, un conflitto che molto spesso viene raccontato ingabbiandolo nella soffocante antinomia occupazione militare/resistenza armata. Entrambe le categorie sono per Said fondamentali: la prima rappresenta l’orizzonte all’interno del quale i palestinesi sono costretti a vivere dal 1967 e la seconda un’esperienza senza la quale la Palestina forse non sarebbe mai giunta alla ribalta internazionale. Ma i crimini dell’esercito da un lato e, dall’altro, le azioni dei combattenti (Said definisce atroci e stupidi gli attentati suicidi) non offrono via d’uscita. Due viaggi in Sudafrica, uno nel 1991 e il secondo dieci anni dopo, influenzarono il modo in cui Said concepì il percorso verso l’indipendenza della Palestina: condurre una campagna d’informazione internazionale e all’interno d’Israele, disobbedienza civile di massa nei Territori occupati. È il «modello sudafricano». La leadership palestinese sembra ancora lontana dal comprenderne il messaggio e «preferisce intraprendere negoziati segreti dove riducendo a oggetti di scambio i diritti più elementari e sacri». Ma la pace possibile passa proprio attraverso la denuncia dell’inadeguatezza a risolvere il conflitto degli attuali attori, israeliani e arabi, e un nuovo protagonismo della società civile palestinese.