«Una guerra senza legge. Gli Usa si sono garantiti l’impunità»

L’uso del napalm è limitato dal protocollo 3 della convenzione di Ginevra del 1980: «E’ vietato attaccare la popolazione civile con armi incendiarie o lanciarle da un aeromobile». Un protocollo che gli Stati Uniti non vollero firmare.

Firmarono invece il protocollo 1 e 2, che rispettivamente bandiscono l’uso di schegge che non siano localizzabili con i raggi X e l’uso di mine nelle vicinanze di centri abitati. Sulle armi incendiarie, tra cui appunto il napalm, gli Usa decidero insomma di tenersi le mani libere. Con notevole lungimiranza, viste le notizie che escono dal ventre di Falluja, assediata per settimane dalla coalizione anglo-americana e alla fine conquistata. Anche, pare, a colpi di napalm.

Se la guerra in Iraq fosse un gioco, allora sarebbe un gioco senza regole. Anzi, un gioco in cui le regole esistono e sono osservate da alcuni giocatori, e violate da altri. Impunemente, perché gli organismi che dovrebbero punirli non vengono riconosciuti. E allora è come se non esistessero.

Quindi tutto ciò che sta accadendo in Iraq per mano dei marines non verrà mai portato innanzi ad una corte internazionale, perché i tribunali internazionali esistenti non sono competenti oppure, di nuovo, non hanno ricevuto la ratifica di Washigton. Non è competente l’International Court of Justice, il principale organo di giustizia delle Nazioni Unite, creato nel 1946 e con sede all’Aja, che dirime le dispute legali tra gli Stati e dà opinioni direttive su questioni legali; né il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, creato nel 1993, o il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda, al lavoro dal 1994 e incaricato di stabilire le responsabilità del genocidio; e nemmeno La Corte Speciale per la Sierra Leone, instaurata nel 1996.

L’unico tribunale competente risulterebbe il Tribunale Penale Internazionale, emanazione del trattato di Roma del 17 luglio 1998. Si occupa di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Peccato che gli Stati Uniti non intendano riconoscerlo. Nè tantomeno l’Iraq. Così qualsiasi crimine accaduto in territorio iracheno e compiuto dalle truppe statunitensi non verrà punito. A meno che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non decida di istituire un tribunale ad hoc per l’Iraq.

«Un’ipotesi fantascientifica, visto che al Consiglio di Sicurezza siedono anche gli Stati Uniti», commenta senza ironia Domenico Gallo, magistrato dell’Associazione Giuristi Democratici ed esperto di diritto internazionale. Che toglie ogni dubbio: «In Iraq gli americani fanno impunemente tutto ciò che vogliono, e senza neppure subire sanzioni diplomatiche». Una libertà che i soldati inglesi e italiani non possiedono, visto che i loro governi aderiscono al Tribunale Penale Internazionale e hanno firmato, ad esempio, il trattato di Ottawa del 1997 contro il deposito, l’accumulo, l’uso e il trasferimento di mine anti-uomo. Un trattato che gli Stati Uniti hanno preferito non ratificare.

Facciamo un’ipotesi: se invece Washington riconoscesse il Tribunale Penale Internazionale, di quali crimini dovrebbe rispondere l’amministrazione Bush? «Di crimini di guerra», risponde Gallo. «Fermo restando però che la cosiddetta guerriglia invece si sta macchiando di crimini contro l’umanità». Il crimine di guerra viene commesso in violazione all’International Humanitarian Law (Ihl), noto anche come codice di guerra, quel complesso di norme formato dalle quattro convenzioni di Ginevra, dagli Accordi dell’Aja e di tutti trattati ratificati in ambito internazionali. L’insieme delle norme vale per le nazioni che vi hanno aderito ma costituiscono anche una base comune per le nazioni che non le riconoscono. I principi fondamentali dell’Ihl – sulle cui applicazioni vigila il Comitato Internazionale della Croce Rossa – riguardano il rispetto e il trattamento umano agli individui che prendono parte alle ostilità; la protezione dei prigionieri di guerra (art. 5 della Quarta Convenzione di Ginevra) e l’esclusione della popolazione civile dagli attacchi militari.

Il diritto bellico include anche le convenzioni che vietano l’uso di armi nucleari (Trattato di non proliferazione, frimato nel 1968), l’uso di armi chimiche (trattato di Parigi del 1993) e quello di armi batteriologiche (1972). I tre tipi di armi vengono raggruppate nella più comune definizione di armi di distruzione di massa.

Il crimine contro l’umanità è invece un concetto relativamente nuovo, nato all’indomani del processo di Norimberga e sanciti dal trattato di Roma del 1998. Raggrupperebbe quei crimini, distinti da quelli di guerra, che riguardano abusi e violenze contro popoli o parte di popoli, e che sarebbe sanzionato a qualsiasi latitudine da qualsiasi cultura. L’accusa di crimine contro l’umanità include tra i casi perseguibili il genocidio, la pulizia etnica, lo sterminio di massa, la deportazione, per i quali è competente il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja.