Una guerra che divide

Da alcuni giorni ho deciso di sospendere la collaborazione al manifesto per dare sfogo al mio disagio nei confronti del giornale, della politica della sinistra in generale e delle complicità diffuse con la guerra contro Gheddafi (perché di questo si tratta). Non scriverò dunque un articolo vero e proprio ma una lettera-intervento. Sono spinto a intervenire dallo scambio un po’ rude fra Tariq Ali e Rossana Rossanda a proposito della guerra. L’articolo di Tariq Ali conteneva due considerazioni a mio parere fondate e una conclusione discutibile. Aveva il difetto però di usare un linguaggio grossolano, del tutto improprio in un dibattito civile. I due punti interessanti dell’articolo – oggetto poi della reprimenda di Rossana – riguardano il carattere spurio della rivolta di Bengasi e la volontà dell’Occidente (il triumvirato imperiale lo chiama Chomsky) di dar prova di mantenere malgrado tutto il controllo dell’evoluzione in atto nel mondo arabo e intanto nel Nord Africa. Dell’aspetto dell’articolo su cui dissento dirò dopo. La risentita reazione di Rossanda configura in modo plastico il mio distacco dal manifesto. Rossana non accetta nessuna equidistanza fra i rivoltosi e il regime e di fatto sposa la necessità della guerra visto che i rivoltosi hanno preso le armi e sollecitano i raids. Prendere le distanze da alcuni sottintesi di Sarkozy o di chi per lui, come fa anche Rossanda nel suo articolo, non ha molto senso perché la tesi in campo è appunto che la guerra di Francia-Nato-Onu speculi ad arte sul pretesto di difendere la popolazione libica per legittimarsi ma abbia altri obiettivi, più pesanti.
Si presumeva che la sinistra cercasse di elaborare una strategia per le crisi del Sud plurale nel mondo globale che escludesse la guerra, che è poi l’immagine di marca dell’West nel suo confronto su scala mondiale con il Rest. Quando l’Onu ha approvato una risoluzione chiedendo «tutte le misure» per parare la minaccia incombente sui civili la sola «misura» che è venuta in mente al tandem Sarkozy-Cameron è stata una raffica di bombardamenti. Se quelle crisi generano mostri è anche perché la Left in Europa non offre più nessuna sponda di idee o di azione agli sforzi che i regimi e persino i movimenti anti-autoritari mettono o dovranno mettere in atto per uscirne. Tutto quello che sappiamo offrire a chi crede che l’Egitto, la Libia, la Siria o l’Arabia saudita debbano utilizzare in altro modo le loro risorse naturali e il dinamismo dei loro giovani e dei ceti medi in ascesa è un’azione militare che distrugge beni, non solo l’infrastruttura militare, ed esacerba le ferite fra gli individui, le comunità e le nazioni. Abbiamo dimenticato la Somalia, l’Iraq, l’Afghanistan, i Balcani? Il Nord convenzionalmente inteso non ha più il monopolio dei rapporti con il Sud. Cina, India e Brasile, che sicuramente non hanno il sofisticato apparato di libertà di cui ci vantiamo, partono dal presupposto che le guerre non si esportano. Anche per questo stanno vincendo in Africa. È ciò che, insieme a qualche risveglio neo-nazionalista o neo-radicale, fa tanta paura alla Francia. Il rimedio? Fare concorrenza all’America dimostrando che la Vecchia Europa, sbeffeggiata dai neo-cons dell’era Bush per i suoi flirts con la dea dell’amore, può indossare lo scudo di Marte. Senza accorgercene siamo tornati a Suez nel 1956 quando si evocava l’ombra di Monaco. È contraddittorio cospargerci il capo di cenere per aver avallato lotte di liberazione degenerate in dispotismi di diverso grado e dare nel contempo una patente preventiva e illimitata a movimenti figli di nessuno o dei soliti noti: per di più in un’epoca che non ammette modelli alternativi al capitalismo dipendente, che è all’origine sia dell’autoritarismo sia della disaffezione che esso ha provocato.
Ora che il manifesto non può più essere un giornale-partito, mi sembra che studiare la complessità dei fenomeni, con tutti i dubbi che vi sono connessi, dovrebbe avere la precedenza sullo «schierarsi» con una pretesa di esclusività. Possiamo immaginare tutti molto bene, e applaudire, i sentimenti delle masse in Libia o in Pakistan. Non basta però la voglia di libertà per far finire le dittature e il dominio di classe. Anche i movimenti che hanno deluso avevano l’ambizione di interpretare le forze profonde delle rispettive società.
Cominciamo col dire o ripetere che la guerra non ha mai salvato un popolo dall’oppressione dei poteri e dei saperi. Quand’anche il diritto alla resistenza fosse garantito a tutti allo stesso modo (e Rossana sa che non è così) la transizione ha bisogno di processi che non hanno nulla a che vedere con la violenza e le interferenze dall’esterno. L’assunto di Tariq Ali che non mi sento di condividere è che la guerra in Libia sia propedeutica alla politica del Neo-Impero per il futuro. In effetti, questioni morali a parte, la guerra più amata dagli italiani si porta dietro così tante indicazioni contrastanti che paradossalmente (eterogenesi dei fini) potrebbe costringere tutti a riconoscere la primazia della politica.