Una gita al mare, dal nemico

Questa è una storia di un secolo fa. Di quando aveva senso raccontare l’avventura, straordinaria ma non impossibile, di un gruppo di palestinesi dei Territori Occupati a spasso per Israele. Di quando al check point di Qalandia, dalla strada per Gerusalemme, da quella per Gerico, da quella per Ramallah, confluivano migliaia di persone, ad alimentare un’economia frenetica di taxi collettivi, di scambi e di piccoli commerci. Ora, entro il 2007, Israele conta di poter fare a meno anche del residuo lavoro palestinese. E la nuova «frontiera internazionale» di Qalandia, inaugurata il 22 dicembre scorso, è un non-luogo ipertecnologico di grate e vetri antiproiettile in cui, semplicemente, non si passa.
Questa è una storia di sei mesi fa. Una favola.
Qalandia, 6.50 di mattina: ci sono già tutti.
Donne, ragazze, bambini, qualche adolescente in crisi ormonale aggravata dall’Islam: trentotto esseri umani della West Bank, che hanno noleggiato un torpedone per andare in gita al mare. Distante una cinquantina di chilometri. Normale, se non che comporta l’andare per Israele.

L’ulima visita «là»

Tutti, nel pullman, a chiederlo, ricordano con molta precisione la loro ultima visita là.
«E` stato otto anni fa», mi dice Faisal, insegnante di arabo a Ramallah, che ha già fatto lo stesso mestiere negli States, prima di trasferirsi in Giordania e poi nei Territori «prima della seconda intifada, siamo stati con mio marito due giorni a Tel Aviv».
Oggi il marito non c’è, naturalmente. Fino alla seconda intifada, mezza Palestina lavorava in Israele, ed ora è pressoché impossibile per un uomo della West Bank o di Gaza entrarci.
A fianco di Faisal c`è Mahmud, suo allievo. Un dodicenne sveglissimo, con cui chiacchiero a lungo in castigliano: è nato in Spagna e c’è rimasto per dieci anni. Lui, che abita a sei chilometri dal confine, non è mai stato in Israele.
Partiamo dal lato israeliano del check point; i partecipanti, che vengono in maggioranza da Ramallah, l’hanno già passato a piedi. Prendiamo la superstrada per Tel Aviv. E` larga, sgombra, scorrevole. Nemmeno una buca. Sembra un sogno. A lato, una barriera di griglia di ferro, alta due metri e mezzo, con la punta piegata verso l’esterno. E` una strada riservata; il suo uso è ristretto – vale a dire sostanzialmente proibito – ai palestinesi. Al check point successivo (quello di Beit’unia e oltre sarà Israele) c’è un po’ di tensione. Certo, il pullman ha tutti i documenti necessari, la gita è dichiarata ed ha ricevuto uno speciale permesso, nessuno dei partecipanti ha precedenti con Israele, tutti hanno il loro bravo ID a posto e il loro permesso temporaneo – tutti, salvo uno. Fortunatamente, il ragazzino in uniforme al check point è di buon umore: controlla i documenti generali, scherza in arabo, sorride, augura buona giornata e scende. Si va.
L’atmosfera, nel bus, è quella che potrebbe essere in una gita scolastica all’italiana senza professori. La tv spara un videoclip dopo l’altro, a volume altissimo. Sono clip libanesi e, soprattutto, egiziani. La musica egiziana tira di più, mi spiega Faisal: è più ritmata, più ballabile. Tutti, ragazzi, donne e bambini, si batte le mani a ritmo e si canta; qualcuno balla nel corridoio. Mahumd è scatenato. Anch’io vengo coinvolto in una danza che piega in due dalle risate l’intero bus. Torno al mio posto senza nemmeno arrossire per la figura da lavatrice sovraccarica: l’atmosfera è talmente informale e dolce da permettermi d’essere ridicolo senza vergogna.
Con qualche esitazione e dopo incitamenti stile coro da stadio, ballano anche le ragazze – alcune ragazze, quelle senza velo, truccate e tirate come se fosse sabato notte, che convivono con tranquillità con altre, velate, serenamente tradizionaliste, come Hamani, psicologa. Il 60% preso da Hamas alle ultime elezioni, su questo non è indicativo: la società palestinese è solidamente laica.
Le madri le guardano imparzialmente benevole e continuano a tirar fuori il cibo cucinato per l’occasione: focacce farcite con l’erba za`har, hotdog impastati ed infornati, frutta e mille altre cose.

Un panino con uova e melanzane

Attorno, scorre Israele. Terra nemica, terra proibita. Terra in cui i «nemici» smettono l’uniforme, tornano a casa, al lavoro, a giocare a basket o a farsi un panino con uova e melanzane per strada.
Lo speaker del torpedone annuncia l’aeroporto Ben Gurion. Solo io nel pullman potrò vedere com’è fatto dentro: nessuno degli altri c’entrerà mai: non si fugge da questa terra, o si fugge da Amman, ma è complesso e nessuno lo desidera. Lo speaker annuncia la città di Tel Aviv, che un tempo era Jafa; alcuni del gruppo provengono da lì, hanno forse in famiglia una nonna che, come nell’iconografia, serba le chiavi di una casa che non vede più dal 1948. Lo speaker annuncia l’area di servizio con il ristorante Maxim, dove ai tempi della prima intifada è esplosa una delle prime bombe umane; e in nessun caso la reazione è paragonabile all’eccitazione causata, non solo nei bambini, dal passaggio di un treno.
Non si avverte nostalgia, né rivendicazione; solo una vaga tristezza, accettata come faccia parte dell’ordine delle cose. Le emozioni si catalizzano invece verso la fine della giornata: dopo le visite e le grandi mangiate si noleggerà una barca musicale, che porterà lontano da tutto. Lontano dalla contesa sulle colline asciutte di Giudea e Samaria, in un luogo dove attorno ci sia solo acqua e musica, a ballare.
Si fa tre volte il conto dei soldi, si chiama la barca una prima volta alle undici, e prima dell’una di pomeriggio la gita è prenotata: alle sette di sera precise, al molo di Akko.
Dopo varie tappe e la visita di Haifa, c’è una lunga sosta in riva al mare. E` freddo e ventoso e l’acqua, a dire il vero, è un po’ sporca. Ma non è per questo che nessuno fa il bagno. Semplicemente è che non hanno un cambio completo con sé. E svestirsi per entrare in acqua, per questa borghesia di Ramallah, è assurdo ed impensabile. Ne parlo con Hamani, che arrossisce e ridacchia. Ventiquattro anni, laureata, ha visto molta più vita e più morte di me ma sembra una tredicenne nelle risatine e nei commenti sottovoce che fa chiacchierando di uomini con le altre ragazze; ed è sempre un discorso un po’ clandestino, che provoca un certo vergognoso compiacimento.

Nessuno è in costume

Mi chiede, con il pudore interculturale di chi esplora abitudini un po’ ributtanti ma non vuole offendere: ma perché, davvero da voi la gente al mare si toglie i vestiti? Tutti?
In effetti, qua nessuno sulla spiaggia è in costume. Niente a che vedere con gli ettari di splendida carne nuda esposti orgogliosamente ad arrostire sul lungomare di Tel Aviv. Mi spiega Hisham, uno degli organizzatori della gita, che questa spiaggia è stata scelta apposta, ci vengono al mare ebrei religiosi. Neppure loro si spogliano. Qualcuno fa il bagno, vestito e con la kippah. Sarà una buona scelta per il senso del pudore dei palestinesi, ma non ci si sente a proprio agio. Per tutta la durata della permanenza in spiaggia – che si risolve in un pantagruelico pic-nic sui tappeti, sotto alle tamerici – abbiamo addosso lo sguardo pesante, diffidente delle altre famiglie al mare.
Akko, la S. Giovanni d’Acri dei crociati, è deserta, abbandonata. Per le strade povere, con attorno case squadrate, antiche, abbacinate dal sole e da un’antichissima miseria, non c’è nessuno, salvo degli alienati fuori dal tempo.
Un uomo palestinese obeso, a pancia nuda, ci ferma per proclamare che la moschea di Al Aqsa è sua madre, suo padre, sua sorella, suo fratello e il suo migliore amico. Gerusalemme non mi è mai sembrata così remota come dal suo tatuaggio sul ventre, che ansima lento, allucinato.
Oltre, una donna di mezza età col lo sguardo furioso ci chiede dieci shekel. Rifiuta il pane, vuole denaro. Ci maledice a lungo, lamentosamente. Vaghiamo a lungo per le rovine di Akko, battute dal sole, puzzolenti come un’acquaforte di Piranesi, bellissime. E finalmente arriva il momento della barca. Tutto il gruppo è al molo, in un tramonto spettacolare e triste, con venti minuti di anticipo. La barca non si vede. C’è solo la luce radente, levantina, meravigliosa del tramonto e un gruppo di ragazzi israeliani, tutti vestiti di blu, che aspettano con noi. Sono sull’alternativo, hanno zaini e chitarre e dreadlocks, ragazzi e ragazze si coccolano sul molo come nessun palestinese, per quanto secolare, oserebbe fare.

Distanza di sicurezza

Fra i due gruppi c’è una specie di distanza di sicurezza, ma nessuna tensione, apparentemente. Prenderemo la stessa barca ed insieme balleremo in mezzo al mare, nel dolce e drogato tramonto del Mediterraneo orientale. Ogni sorta di tono d’azzurro ci circonderà e tutto sarà come una favola.
Chiacchiero lento, con il mio povero arabo e molti gesti, con la madre di Hamani, una figura sottile, fasciata di bianco e d’azzurro. In qualche modo, nonostante il continente linguistico e la galassia culturale, riusciamo pure a scherzare assieme: sul matrimonio della figlia con me, naturalmente. Hamani arrossisce e si schermisce. E la barca arriva.
Dolce nel tramonto arriva, circondata da azzurri. Con la colonna sonora della Strada di Fellini, arriva, a volume spiegato sopra le onde, come una visione. Attracca.
La ciurma è araba: palestinesi d’Israele. La discussione è semplice. Non faranno salire i ragazzi ebrei con i palestinesi. Perché, chiede Hisham. Perché no, rispondono, non vogliamo casini. Non ci saranno casini. Sì, come no, ma non vi faremo salire assieme. Va bene, allora andiamo, dice Hisham. No, venivano prima gli israeliani, risponde la ciurma. Non è possibile, replica Hisham, quando abbiamo prenotato era libero per le sette, quindi è evidente che veniamo prima noi. No, venivano prima loro. I ragazzi salgono, con le loro chitarre e i loro zaini da backpacker ed i loro dreads. Non hanno potuto seguire lo scambio in arabo, salgono pacifici, senza sapere d’essere complici di un piccolo, ordinario gesto di razzismo. E la nave va. Come in un film di Fellini, con la colonna sonora di un film di Fellini, la nave va.
E noi, sul molo.