Una giornata particolare

Hanno tenuto in scacco Roma e il Parlamento per dodici ore di fila. Dalla Sapienza occupata a piazza Navona, per i vicoli del centro storico e attorno al Senato, fino a Montecitorio e Palazzo Chigi. A mani alzate e determinati, un movimento studentesco come non si vedeva da molti anni in Italia ha trasformato un corteo come tanti altri, con orari e percorsi prestabiliti, in un allegro e arrabbiato assedio «ai palazzi del potere» andato avanti per l’intera giornata. Peccato per quelle manganellate gratuite e ingiustificate proprio quando la tensione si era allentata e la manifestazione si stava sciogliendo. Peccato che l’ultima immagine di una manifestazione cominciata tra i sorrisi e proseguita tranquilla sia quella di due giovanissime studentesse bolognesi in lacrime e soccorse dal 118. «E’ stata un’iniziativa personale di due agenti che hanno reagito a un oltraggio. Non era stata ordinata alcuna carica», puntualizza la questura. L’indicazione delle mele marce è una novità, il questore Marcello Fulvi non deve aver digerito la figuraccia. Non ci sono conferme ufficiali ma alcune fonti di polizia assicurano che una denuncia penale raggiungerà i responsabili, tutti del reparto mobile di Roma noto per la mattanza alla scuola Diaz di Genova e ben più dei «due» dichiarati. Del resto, picchiare gente indifesa non rende un gran servizio a chi lo fa e a chi ci governa. E a picchiare ieri sono stati ben più di due «mele marce». come testimoniano anche le riprese di Sky, che mostrano un pestaggio di alcuni agenti in borghese. A farne le spese sono stati sei studenti, il cameraman di Telenorba Dante D’Aurelio, malmenato e minacciato brutalmente da un agente, e il nostro Stefano Montesi, finito anche lui al pronto soccorso solo per aver fotografato il cameraman a sua volta ferito. Altri giovani sono rimasti contusi ma hanno preferito non farsi medicare, qualcun altro porterà per qualche giorno i lividi delle cariche di alleggerimento della mattina.

Il resto parla di una giornata densa come poche: le centomila persone in piazza; il gelato panna e cioccolato regalato da un manifestante all’onorevole Gustavo Selva di An ma che non servirà a fermare il diluvio di dichiarazioni della destra contro gli «incappucciati»; il gatto col topo con la polizia tra i vicoli di Roma; il dito medio della Santanchè rivolto ai manifestanti; la sottosegretario Valentina Aprea che scende a incontrare i manifestanti ma viene respinta; la diretta di Sky su via del Corso interrotta dalle contestazioni; le urla «verità, verità» sotto la sede del Messaggero su via del Tritone; la Sapienza rioccupata alle nove di sera con tanto di assemblea per decidere come continuare una mobilitazione che da Roma ora rischia di incendiare tutte le scuole d’Italia.

Comincia molto presto, la giornata di mobilitazione contro la Moratti. L’appuntamento alle 8 di mattina è alla Sapienza, occupata ormai da dieci giorni come non accadeva dal 2000, quando al governo c’era ancora il centrosinistra e la riforma si chiamava Berlinguer. Sono loro i capofila della protesta, studenti e ricercatori precari che già quando la legge era passata al Senato si erano fatti sentire innescando la scintilla che porterà all’occupazione di decine di facoltà. Gli altri, arrivati con i treni da tutta Italia, convergono invece su piazza Esedra. Ci sono anche i docenti, ma più che i figli con i padri, a sfilare sono i fratelli minori con quelli maggiori. Uno striscione d’apertura, «il nostro tempo è qui, e comincia adesso» giallo su nero, un camioncino sound system poi basta. Solo un mare di corpi, nessuna bandiera o quasi, nessuno striscione o quasi. Un «nuovo movimento», come cominciano a definirlo in tanti, con i tratti di tutto ciò che si è mosso negli anni del governo Berlusconi, dell’altermondialismo e di Genova come del pacifismo.

Tanti slogan e qualche cartello, contro il ministro Moratti «profumo d’impresa» ma non solo. C’è il precariato, ci sono gli affitti alle stelle e le case che non si trovano, e se sei studente fuorisede tutto si mescola. C’è il governo Berlusconi, ovviamente, ma ce n’è anche per quel che ha fatto il centrosinistra per spianargli la strada. C’è la crisi della rappresentanza, e infatti è un corteo letteralmente autoconvocato, senza padrini o sponsor, e c’è la diffidenza nei confronti dei politici. Anche quando sono dalla loro parte, come accade a un gruppo di parlamentari dell’opposizione, rifondaroli e verdi, diessini e comunisti italiani, che si beccano anche loro una razione di «buffoni, buffoni» quando davanti a Montecitorio srotolano uno striscione «No al genocidio culturale, no alla controriforma Moratti».

All’altezza di Largo Argentina, un gruppo si stacca dal corteo in direzione Montecitorio. Era già accaduto il 20 marzo scorso, anniversario dell’attacco all’Iraq, quando alcune centinaia di pacifisti erano riusciti a raggiungere Palazzo Chigi infilandosi a sorpresa nei vicoli dietro Largo Argentina. Ma stavolta vengono bloccati dalle forze dell’ordine. Sono le 12,40, segue un’ora di fronteggiamento, poi il dietrofront. Ma nel frattempo altri manifestanti a gruppetti si infilano nelle stradine del centro storico e arrivano sotto la sede della Camera dei deputati, dove dalla mattina è in corso un sit-in di sindacalisti e associazioni di docenti. All’altezza del Teatro Valle, una parte questa volta consistente del corteo imbocca un altro vicolo in direzione Montecitorio. Anche stavolta i manifestanti vengono bloccati, arriva un blindato e la polizia fa due cariche di alleggerimento: la seconda avviene quando in realtà in molti si sono spostati verso il Senato, i parlamentari del gruppo di contatto sono sull’altro «fronte» e un altro gruppo tenta invece di forzare. Ne fa le spese anche la parlamentare del Prc Elettra Deiana che viene travolta e finisce gambe all’aria. Un manifestante, nel tentativo di soccorrerla, si ritroverà con la testa rotta da una manganellata. Alla fine, nonostante i blocchi, in migliaia riescono ad arrivare a Montecitorio, invadendo anche le piazze circostanti e bloccando l’accesso da vicolo Valdina. Sono le tre del pomeriggio e comincia la seconda fase della giornata, quella dell’«assedio» a Montecitorio.

Il peggio accade quando i manifestanti decidono di sciogliere il sit-in. Ci sono i treni da prendere per tornare a casa e le facoltà da rioccupare, così un gruppo consistente si avvia in direzione della stazione Termini. Ma viene caricato una prima volta quando sbuca su via del Corso. Due giovani vengono fermati, identificati e poi rilasciati. Più avanti, davanti a Palazzo Chigi, l’improvvisa caccia all’uomo. Poi il ritorno, in corteo, verso la stazione e poi l’università. Chi decide di rimanere a presidiare Montecitorio fa anche le pulizie in piazza. Per evitare che a questo «nuovo movimento» si possa rinfacciare anche la minima inciviltà.