Una generazione di «ex liberal» convertiti al realismo armato

«La democrazia deve imparare a ricorrere alla forza». Conviene considerare questa affermazione del filosofo tedesco Leo Strauss (scomparso nel 1973) per comprendere la natura del movimento dei neoconservatori americani. Irving Kristol, considerato il fondatore del neoconservatorismo, afferma già nel 1979 nelle sue «Confessioni di un vero, reo confesso neoconservatore » che il forte individualismo dei neocons impedisce loro di organizzarsi in un movimento. Essi pretendono di essere definiti «i veri rivoluzionari idealisti ma realistici».William Kristol, figlio di Irving, ha definito «un mondo piccolo» quello dei neoconservatori statunitensi, ma il New York Times ha indicato nel The Weekly Standard, settimanale da lui diretto, il più influente giornale americano, nonostante le sole 55 mila copie medie di tiratura. Il termine «neoconservative» appare infatti per la prima volta negli anni ‘70: venivano così chiamati i liberal che dissentivano dalle posizioni del partito democratico sull’ onda del ’68: fermi nel giudizio contro l’Urss e tiepidi nella condanna della guerra in Vietnam contribuendo così alla tragica parabola bellica che coivolse gli Stati Uniti. Il pensiero neoconservative si afferma nel partito
repubblicano con l’amministrazione Reagan e ne sostiene la frontale contrapposizione anticomunista. L’Unione Sovietica divenne «l’impero delmale», così come oggi i cosiddetti «Stati canaglia» compongono l’«asse delmale» (axis of evil), espressione coniata da David Frum, speech writer dell’amministrazione Bush. Michael Leeden, già consigliere di Reagan e professore all’American Enterprise Institute (uno dei maggiori think tank neocons) ricorda che «la maggior parte dei membri della prima generazione (io faccio parte della seconda) era originariamente di sinistra. I due padri fondatori del neoconservatorismo, Norman Podhoretz e Irving Kristol, erano entrambi socialisti, che hanno poi rotto con la sinistra per due motivi: il comunismo e il Vietnam. Entrambi odiavano il comunismo e, dopo essersi inizialmente opposti al ruolo dell’America in Vietnam, hanno finito per sostenerla». Il filosofo Michael Novak osserva inoltre che «tra i neocon ci sono molti ebrei e cattolici. Quello che ci accomuna tutti è la nostra religiosità: ci si vede molto nelle chiese e nelle sinagoghe. E questo spiega anche perché Bush ci sente vicini: anche lui è molto religioso». Un forte orgoglio nazionale caratterizza il pensiero neocon che, pur apprezzando e recuperando la tradizione ideale europea (Strauss, Machiavelli, Tucidide, Platone, Aristotele), afferma, come ha ricordato lo stesso Leeden, che oggi «in Europa il dibattito intellettuale è morto». A proposito del decisivo supporto del pensiero neoconservatore alla strategia della guerra preventiva che ha portato gli Stati Uniti a disconoscere il fondamentale ruolo della comunità internazionale, Richard Perle, altro esponente neocon di spicco, ha dichiarato sostenendo la necessità di un’azione militare contro Saddam Hussein, che «un attacco preventivo contro Hitler ai tempi di Monaco avrebbe comportato una guerra immediata, piuttosto che la guerra che scoppiò successivamente. Dopo è stato molto peggio»