Una generazione a tempo determinato

La mobilitazione dei giovani precari in Francia può essere interpretata, a livello europeo, come la prima grande crisi del modo di regolazione neo-liberale del capitalismo cognitivo. La messa in opera di questo modo di regolazione, che si ispira al modello anglosassone, è stata perseguita, pur tra tentennamenti e resistenze, dai differenti governi che si sono succeduti in Francia negli ultimi trent’anni. La sua logica, nel perseguimento del piano europeo di Lisbona, deriva da una concezione iper-tecnologica e scientista della knowledge-based economy, cioè di una economia basata sulla conoscenza. Il suo obiettivo principale, sul piano della regolazione del mercato del lavoro, è di condurre ad una segmentazione artificiale del lavoro cognitivo fondata sulla contrapposizione di due settori e di due componenti della forza lavoro.
Secondo questa articolazione, in un primo settore, si concentrerebbe una élite del lavoro intellettuale specializzata nelle attività più redditizie dell’economia della conoscenza, in particolare quelle orientate verso i servizi finanziari alle imprese, la ricerca applicata e l’ottenimento di brevetti. Questa componente della forza lavoro, qualificata, vedrebbe la propria remunerazione e le proprie competenze riconosciute. La remunerazione integrerebbe sempre più una partecipazione ai dividendi del capitale finanziario e costoro godrebbero delle forme di protezione di un sistema integrativo di fondi di pensione e di un’assicurazione sanitaria privata.
Precarietà per tutti
In un secondo settore si concentrerebbe invece una manodopera la cui qualifica non sarebbe riconosciuta. In tal modo questi lavoratori subirebbero un massiccio fenomeno di déclassement, cioè una svalorizzazione delle condizioni di remunerazione e di impiego rispetto alle competenze effettivamente utilizzate nello svolgimento della propria attività lavorativa. Questa componente della forza lavoro dovrebbe assicurare non solo le mansioni neotayloristiche dei settori tradizionali e dei nuovi servizi standardizzati alla Mc Donald’s, ma anche e soprattutto gli impieghi più precari della nuova divisione cognitiva del lavoro. A prova di questo, il fatto che la formidabile diffusione del lavoro precario riguarda, ancor più che il settore privato, il settore dell’insegnamento e della ricerca pubblica. In questo quadro, il «Contratto di primo impiego» non é che l’ultimo tassello di una politica di progressiva precarizzazione e deregolamentazione del mercato del lavoro che è andata, e tuttora va, di pari passo con una riduzione delle garanzie sociali e individuali legate al Welfare state.
Questa politica si é concretizzata innanzitutto in una moltiplicazione di forme contrattuali precarie, in deroga allo statuto del «Contratto a Durata Indeterminata». A partire dagli anni Ottanta le differenti forme di contratto precario (contratto a durata determinata, interim, d’apprendista, impieghi sussidiati, ecc,) si sono moltiplicate. Se il lavoro a tempo indeterminato resta la norma per la maggioranza dei salariati francesi, i contratti di lavoro precario rappresentano oggi circa il 70% di nuovi posti di lavoro e circa il 14% degli occupati. Questa percentuale si avvicina al 20% se consideriamo come lavoro precario anche i contratti a tempo parziale subiti anziché scelti. Inoltre la precarietà del contratto di lavoro ed il fenomeno del déclassement si sono in gran parte concentrati su una frazione della forza lavoro, costituita da donne e giovani. Nel 2003 nel settore privato i lavoratori con un contratto precario erano pari al 13% del totale, mentre per i giovani tra i 15 ed i 29 anni la percentuale era del 31%. Nel settore pubblico, la quota relativa ai giovani era addirittura pari al 40%. La precarietà del contratto di lavoro va inoltre di pari passo con delle crescenti disuguaglianze salariali tra generazioni. Per esempio, nel 1975, i salariati di 50 anni guadagnavano in media il 15% in più dei lavoratori con 30 anni di età. Oggi lo scarto é del 40%.
Per completare questo quadro sintetico della situazione del giovane precariato cognitivo non bisogna infine dimenticare quattro altri fattori di grande importanza.
In primo luogo, ogni anno in Francia i giovani in formazione o appena usciti dal sistema universitario effettuano all’incirca 800.000 stage generalmente non pagati o, se retribuiti, con remunerazioni irrisorie, allorché le attività svolte sono spesso le stesse che potrebbe compiere un dipendente impiegato con un normale contratto di lavoro. La rivolta contro questa forma di autentico schiavismo del lavoro cognitivo é stata recentemente all’origine della formazione spontanea, a partire di un semplice blog, del movimento génération précaire che usa forme di lotte e ricorre ad una simbologia simili a quelle del movimento no-global italiano degli scorsi anni.
Inoltre, per finanziare i propri studi e per vivere, la maggioranza degli studenti deve lavorare in modo saltuario e, nel 20% dei casi, questa attività lavorativa corrisponde all’equivalente di un tempo parziale svolto per tutto l’anno.
Il bacino dei McJobs
La costrizione al lavoro salariato é accentuata dal fatto che i giovani che hanno un’età inferiore ai 25 anni sono esclusi dal «Reddito Minimo di Inserimento», pari a 433 euro. Questa misura discriminatoria trova la sua principale ragione nell’esigenza di assicurare un abbondate serbatoio di forza-lavoro precaria e intermittente ai settori dell’economia dei servizi industrializzati (i cosiddetti McJobs) consumatori di una grande quantità di forza lavoro composta da studenti-lavoratori. Infine, l’entrata relativamente tardiva sul mercato del lavoro e la discontinuità della carriera professionale dei giovani, ritmata dall’alternanza di periodi di formazione, di lavori a tempo determinato, di stage non pagati, rendono molto più difficile l’accesso alle garanzie del sistema di protezione sociale, come ad esempio l’indennità di disoccupazione e compromettono per la maggior parte dei giovani anche la possibilità di godere in futuro di una pensione «normale».
E in questo quadro che si sono inserite le ultime misure prese dal governo, non solo con l’instaurazione del «Contratto di Primo Impiego», ma anche con il suo fratello gemello: il Contratto di Nuovo Impiego.
L’elemento comune alle due forme di contratto di lavoro è infatti di smantellare il principio della giusta causa inserendo un periodo di due anni di prova, durante il quale il contratto di lavoro può essere rescisso in qualsiasi momento, sulla base di una semplice lettera raccomandata, senza alcuna giustificazione e possibilità di ricorso. Insomma, il licenziamento per un motivo illecito secondo il diritto tradizionale del lavoro (discriminazione d’ogni tipo, partecipazione ad uno sciopero, comportamento nella vita privata, rifiuto di effettuare delle ore supplementari) sarebbe ormai legalizzato in quanto il datore di lavoro, per un periodo di due anni, non avrebbe l’obbligo di giustificare il licenziamento con una ragione reale e seria ed, in ogni caso, non può essere perseguito in tribunale dal salariato licenziato. Da questo punto di vista, le sole differenze tra i due tipi di contratti riguardano i settori e la forza lavoro a cui possono essere applicati.
Il Contratto nazionale di impiego, entrato in vigore nell’agosto del 2005, è applicabile potenzialmente a tutti i dipendenti, senza restrizioni di età, delle imprese con meno di 20 addetti, che in Francia equivale attualmente a circa 4,5 milioni di persone, ovvero un quarto dei salariati del settore privato.
In cerca di ricomposizione
Il campo di applicazione del Contratto di Primo Impiego riguarda invece i giovani con un età inferiore ai 26 anni nelle imprese con più di venti addetti e concerne dunque potenzialmente 2,6 milioni di attivi. Esso prevede inoltre, per un periodo di tre anni, un esonero totale dal versamento dei contributi sociali per il datore di lavoro che impiega un giovane disoccupato da più di sei mesi. Questa misura verrebbe così ad aggiungersi alla pletora di misure di sovvenzione all’impiego che hanno già permesso alle imprese di beneficiare di esoneri dai contributi sociali per un valore di 25 miliardi di euro, senza aver d’altronde avuto alcun effetto positivo provato sulla creazione di nuovi posti di lavoro e sulla diminuzione della disoccupazione. Si tratta di uno spreco di risorse tanto più impressionante se si pensa, per esempio, che queste risorse permetterebbe di finanziare un reddito garantito di circa 700 euro al mese per circa tre milioni di persone.
Considerato questo contesto, é più facile capire perché il movimento degli studenti e dei precari è stato il motore di un potente processo di ricomposizione sociale, al tempo stesso territoriale e intergenerazionale. Sul piano territoriale in quanto il movimento contro il Cpe, partito dalle Università, si è rapidamente diffuso nei licei delle banlieues recuperando anche alcune delle forme di lotte metropolitane che avevano caratterizzato l’autunno caldo delle periferie francesi. In questo modo, ha anche sfatato una delle principali giustificazioni con cui il governo aveva cercato di legittimare il provvedimento come una misura diretta a ridurre la disoccupazione giovanile nei quartieri più sfavoriti delle città in cui si troverebbe la grande massa di forza lavoro senza qualifiche, esclusa, situata comunque ai margini del nuovo capitalismo della conoscenza. D’altronde se questo argomento fosse vero, non si capisce allora perché il Cpe si rivolge all’insieme dei giovani con un età inferiore ai 26 anni, e non a quei giovani usciti dal sistema scolastico senza diplomi e qualifica.
Sul piano intergenerazionale questo processo di ricomposizione è in parte legato allo stretto legame tra le condizioni sociali di vita dei genitori e dei giovani, per i quali, costretti in un orizzonte di precarietà e d’incertezza permanente, è sempre più difficile, anche Francia, la costruzione di un percorso autonomo al di fuori della famiglia. Come ottenere infatti un mutuo o poter semplicemente affittare un alloggio, allorché, per definizione, un contratto di lavoro precario o un Cpe non offre alcuna garanzia di una continuità di reddito? Ma ancor più fondamentale, è la presa di coscienza che lo stesso «Contratto a tempo indeterminato» protegge sempre meno dal licenziamento, dalla riduzione del salario e dal peggioramento delle condizioni di lavoro. Ne testimonia la moltiplicazione del numero di lavoratori poveri che pur dispongono di un lavoro a tempo pieno pagato con un al «Salario Minimo» (stabilito per legge a circa mille euro) come il fatto che il salario medio (per i lavoratori a tempo pieno), quello che dovrebbe corrispondere ai famosi ceti medi, è attualmente pari a poco più 1400 euro, mentre in una città come Parigi, per esempio, il minimo vitale per un individuo è stimato pari a circa 1300 euro.
Un nuovo diritto del lavoro
Tutti questi fattori contribuiscono dunque a spiegare l’intensità di una crisi sociale la cui posta in gioco va ben oltre l’esito dell’attuale braccio di ferro sull’abrogazione del provvedimento del governo. Quel che é certo é che l’uscita da questa crisi non potrà comunque venire da un ipotetico ritorno a un modo di regolazione fordista dell’impiego, come lo propone, pur con sfumature differenti, una gran parte delle sinistra francese, dai socialisti ai vari gruppi trotzkisti. Il nodo principale che la lotta degli studenti e dei precari cognitivi pone all’ordine del giorno, in Francia ed in Europa, è piuttosto quello dell’elaborazione di un nuovo diritto del lavoro e di un sistema di protezione sociale capaci di conciliare sicurezza del reddito e mobilità del lavoro e di favorire la mobilità scelta a discapito della mobilità imposta dalle imprese.
In questo quadro, diventa, almeno per chi scrive, essenziale sviluppare la rivendicazione di un reddito sociale garantito indipendente dall’impiego e che consentirebbe una libertà di scelta per la forza lavoro. Tale reddito, dal punto di vista di un’economia fondata sulla conoscenza, potrebbe essere considerato al tempo stesso come un investimento colletivo nel sapere e un reddito primario per gli individui. In opposizione al Contratto di primo impiego, la sua instaurazione potrebbe essere graduale e cominciare giustamente dalla proposta di un reddito garantito eguale alla metà del salario medio (710 euro) per tutti i giovani tra i 18 e i 26 anni.