Una domanda a Ciampi: questa è guerra oppure no?

Signor Presidente, alla fine dello scorso anno il nostro giornale divenne promotore di una petizione
contro la guerra in Iraq. Le inviammo una lettera, corredata da 25mila firme (la prima era quella di Pietro Ingrao), nella quale la sollecitavamo a ragionare, e ad intervenire, su una delicata questione di diritto. Questa: se l’articolo 11 della Costituzione italiana – della quale lei è il supremo custode – vieta al nostro Paese di partecipare a una guerra che non sia difensiva, cosa ci fanno le nostre truppe in Iraq, sotto il comando degli inglesi e degli americani, e cioè di due eserciti occupanti?
Lei, molto gentilmente, esaminò le nostre osservazioni, e ci fece rispondere dal suo consulente giuridico,
Salvatore Sechi, il quale, tra l’altro, ci inviò il testo di un comunicato del Consiglio Superiore della Difesa, diramato due anni prima, nel marzo del 2003. In questo comunicato si spiegava che le truppe italiane non erano in Iraq in missione di guerra, ma con semplici compiti di pace. Concetto ribadito proprio ieri dal Presidente del Consiglio Berlusconi. E’ una vecchia questione. Da qualche decennio, in effetti, alcune operazioni militari – in tutto e per tutto simili alle vecchie guerre – vengono definite, dai governi e dalle cancellerie, azioni di “polizia internazionale”, e dunque missioni di pace.
L’attacco angloamericano all’Iraq, in realtà, non fu autorizzato dall’Onu, e dunque non era azione di polizia internazionale da nessun punto di vista. Però – dicevano gli esperti favorevoli all’intervento
– dopo la caduta di Saddam, l’Onu aveva approvato una risoluzione che poteva essere interpretata
come autorizzazione ex-post di una occupazione militare, seppure a termine.
Signor Presidente, la nostra opinione non coincide né con la sua, né con quella del dottor Sechi,
né con il parere redatto dal Consiglio Superiore di Difesa, né coincide – come spesso succede – con quella del presidente Berlusconi. Noi abbiamo sempre pensato – come ha scritto Ingrao – che a guardare la Tv e a leggere i giornali, sia difficile pensare che lì in Iraq non c’è la guerra (lunedì, per esempio, una intera famiglia irachena, con due piccoli bambini, è stata sterminata a mitragliate
dai soldati americani). Tuttavia capiamo bene che la nostra opinione e i nostri giudizi valgono poco,
benissimo. Vorremmo però pregarla di riconsiderare il suo giudizio sull’Iraq, basandosi non sulle nostre insistenze, ma su alcune prese di posizione ufficiali del Pentagono. Il quale, nei giorni scorsi, ci ha informati che truppe americane e inglesi, a Falluja, hanno fatto uso di fosforo bianco (arma chimica vietata) per stanare i guerriglieri iracheni, e di avere poi ucciso gli stessi con l’artiglieria e altre armi convenzionali pesanti.
Converrà, signor Presidente, che l’uso di armi chimiche non è compatibile con una operazione di pace e né con una operazione di polizia internazionale. Neppure la più spietata polizia del più cinico Stato a regime dittatoriale del mondo, si comporterebbe mai in questomodo.
L’uso militare del fosforo contro i nemici, innanzitutto è una prova del fatto che si sta combattendo una guerra, e in secondo luogo, purtroppo, è anche prova del fatto che i nostri alleati (sotto il cui comando si trovano le nostre truppe di occupazione) stanno commettendo crimini di guerra.
Ora c’è anche il forte sospetto che il fosforo non sia stato usato solo a Falluja, ma anche a Nassiriya, cioè nella città attualmente controllata dai soldati italiani. Signor Presidente, le chiediamo di riconvocare il Consiglio Superiore di Difesa per esaminare la nuova situazione e decidere – pensiamo senza tentennamenti e rimorsi di nessuno – il ritiro delle nostre truppe, per evitare la violazione flagrante dell’art. 11 della Costituzione, e la collaborazione con comandi militari (quelli inglesi e americani) che violano apertamente la legalità internazionale.