Una crisi politica

Giovedì 16 giugno i venticinque stati europei hanno rinviato, a data da destinarsi, la ratifica della Costituzione europea già fissata per il primo novembre 2006. Venerdì 17, il giorno dopo è saltato l’accordo per approvare il bilancio comunitario. Un doppio scacco per l’attuale progetto europeo. Vedremo cosa dirà oggi Le Monde: ieri aveva titolato «I 25 gelano la Costituzione europea» oggi scriverà di granita o di gelato? Quel che in ogni modo deve essere chiaro a tutti (con buona grazia per la superficialità di Berlusconi) è che siamo alla crisi politica (sottolineo politica e aggiungerei sociale) dell’attuale progetto di unità europea. Parlare di crisi finanziaria o tentare di colpevolizzare singoli stati (Gran Bretagna o Olanda, per esempio) è del tutto sviante. Come hanno ribadito molti leader europei, compreso il nostro Fini, di crisi politica si tratta e come tale va affrontata. C’è una crisi dei singoli paesi europei che non può non agire sull’unione; la situazione internazionale è totalmente mutata con la globalizzazione rispetto ai tempi del Mec di Adenauer, De Gasperi, Schumann. In questo contesto, l’allargamento dell’unione può essere stato precipitoso e avventuristico.
Se questa diagnosi si approssima alla verità, ne consegue che non c’è spazio per aggiustamenti o palliativi e che la salvezza dell’ideale di un’Europa unita e con un ruolo primario nell’attuale equilibrio mondiale non va buttato nel cestino dei rifiuti. Ma per tutto questo la diagnosi della crisi deve essere assolutamente mantenuta seria e fredda. Il dato di fatto è che l’attuale progetto di Costituzione europea registra il massimo distacco tra società ed economia, segnando la supremazia dell’individualismo di mercato secondo la definizione di Ronald Dore in un suo prezioso saggio appena pubblicato dal Mulino. E sempre Dore ci ricorda che, in un suo scritto del 1944, Karl Polany vide nella crisi del `29 il prodotto finale di un lungo processo storico, attraverso il quale l’economia si era «sradicata» progressivamente dalla società. Oggi come allora, scrive Dore, «si va verso un crescente sradicamento dell’economia dai controlli sociali»; e il progetto di Costituzione europea è la testimonianza continentale e spero finale di questo sradicamento.

Quindi bene che il male sia venuto in evidenza, che la crisi sia esplosa come crisi profondamente politica. Se vogliamo salvare l’obiettivo di un’Europa unita dobbiamo mettere in evidenza le ragioni profonde e vere di questa crisi, cominciando a pensare (lo dico per le nostre sinistre) a quel che va cambiato anche all’interno dell’Italia e degli altri paesi europei.