Una Convenzione contro la rappresentanza

Sorprende e delude Giuliano Amato con la proposta di istituire una «Convenzione» per l’elaborazione della riforma elettorale. Non può aver dimenticato che solo sei mesi fa, il 24-25 giugno scorsi, la maggioranza della maggioranza del corpo elettorale italiano ha confermato inequivocabilmente e solennemente il valore e la forza della Costituzione della Repubblica. Non può non aver avvertito che tale conferma – a me è parsa una novazione soggettiva di grand’efficacia normativa e di enorme valore etico-politico – include le norme sulla titolarità, l’esclusività, e le forme di esercizio funzione legislativa, ordinaria e costituzionale, e quindi anche in materia costituzionalmente sensibile com’è quell’elettorale. Forme che non comprendono invece «convenzioni», come Giuliano Amato ha eccellentemente insegnato a generazioni di studenti.
A che cosa si deve questo strappo alla Costituzione appena reiterata, quale è l’obiettivo di tale sprezzante non curanza dei 15 milioni, 791 mila 293 voti delle elettrici e degli elettori che hanno dimostrato di volerla tenere, di crederle, di amarla? È riformismo moderno, è democrazia liberale l’elusione delle prescrizioni costituzionali vigenti, l’importazione di procedure che disdegnano la diretta legittimazione democratica preferendo quelle filtrate da scelte oligarchiche che le rendono di secondo, terzo grado, e le combinano con tecnici, esperti, saggi neutrali per definizione? Perché proporre una strada traversa, scoscesa, inusitata per riformare quella «porcheria» di legge elettorale che non trova più né padre, né madre né padrini? Una strada, quella della convenzione, che non porta bene, come dimostra l’esperienza di quella omonima che voleva donare una costituzione all’Europa, la ha confezionata ma le è stata respinta dalla patria del potere costituente, per i suoi contenuti antisociali, ma anche perché carente di titoli di legittimità democratica, quanto a derivazione e quanto a funzionamento.
Non porta bene questa procedura, ma, evidentemente, Amato crede che sia l’unica che possa consentire di raggiungere lo scopo che, non da solo, si prefigge: l’instaurazione del sistema elettorale a doppio turno. Sarebbe l’unica perché potrebbe bypassare il voto contrario delle minoranze di sinistra e quindi la rottura esplicita del centrosinistra. La procedura della «convenzione» è, infatti, del tutto particolare. Consente di procedere senza votazioni, mediante il «consenso» che si assume deducendolo dal dibattito, dalla cui interpretazione viene desunta la volontà prevalente. Perché la si possa dedurre è più che sufficiente il favore congiunto dei beneficiari, e cioè le componenti del futuro partito democratico e Berlusconi che Amato, motivatamente, insiste nel ritenerlo favorevole, perché «ha sofferto il ricatto dei piccoli ed interessato ad una riforma che serva ad aggregare». Il sistema a doppio turno, infatti, è volto all’eliminazione dei partiti minori e Cossiga, sodale di Amato in questa impresa, si è lasciato sfuggire che se i partiti minori «dovessero annusare dove si va a parare, addio legge costituzionale» necessaria per l’istituzione della convenzione.
C’è da domandarsi se in gioco sono i partiti minori come tali o qualcosa di più. E la risposta è sicura: è in gioco la rappresentanza, il carattere qualificante della democrazia moderna. Che può e deve essere integrata dalla partecipazione ma che non può fare a meno della rappresentanza. La ragione è una sola: il sistema elettorale a due turni costringe, al secondo, lo spostamento dei voti a favore del partito (o del candidato) più vicino a quello votato come prima, libera ed autentica scelta, più vicino ed anche più di centro. Già solo per questo il voto efficace può essere quello di ripiego, un voto dimidiato, a minore intensità rappresentativa dei propri interessi, delle proprie convinzioni, dei propri ideali. Comprime il diritto ad essere rappresentato al punto che può anche indurre all’astensione. Avvantaggia i partiti maggiori consentendo che acquisiscano voti altrui ma a costo della coazione alla piena libertà di voto. Certo, cospira ad assicurare la governabilità. Ma al prezzo della rappresentatività. Può anche indurre a votare per l’avversario, cioè per Chirac onde evitare Le Pen. Perché preferirlo? Per negare spazio, voce, rappresentanza alle domande di democrazia incompatibili con lo stato di cose esistenti? Ohibò.