Una Bolkestein sempre peggio

La Bolkestein, riveduta e in parte corretta, fa un altro passetto verso la sua approvazione. Ieri la Commissione europea ha infatti presentato a Strasburgo una nuova versione della direttiva sulla liberalizzazione dei sevizi, un testo che raccoglie in grandissima parte le indicazioni dettate dal Parlamento europeo lo scorso 16 febbraio quando popolari e socialisti, i due maggiori gruppi dell’Eurocamera, approvavano a larghissima maggioranza una serie di emendamenti che cambiavano faccia alla Bolkestein. Rimanevano però con l’amaro in bocca tanto i paesi dell’est, che chiedevano più liberalizzazione, quanto i comunisti e i verdi, che invece tra le righe leggono ancora troppe poche tutele per i lavoratori. Intanto sparisce dal testo il discusso principio del paese d’origine, ovvero l’applicazione alle aziende estere della legislazione sociale, contrattuale, ambientale dello Stato in cui hanno sede e non di quello in cui prestano i loro servizi. D’ora in poi non varrà più per i lavoratori dipendenti, mentre continuerà a funzionare per quelli autonomi, liberi di decidere il prezzo delle loro prestazioni.
«E’ un grande passo in avanti che beneficerà l’economia dell’Unione europea», ha affermato a caldo il Commissario al mercato interno Charlie McCreevy, che però poi non ha saputo dare delle stime concrete sui progressi economici che potrà determinare la nuova direttiva. Al momento i servizi rappresentano il 70% del prodotto interno lordo dei 25 e danno da lavorare a 116 milioni di europei.
I cambiamenti apportati dalla Commissione al compromesso siglato dal Parlamento riguardano essenzialmente il campo di applicazione della direttiva. Bruxelles non ha infatti recepito gli emendamenti che chiedevano l’esclusione di principio e totale delle professioni legali e dei notai. I servizi legali verranno esclusi solo se esiste una direttiva settoriale o se il servizio in questione non riguarda l’esercizio di una pubblica autorità (come un giudice di pace). Per i notai dipende da che tipo di attività stanno svolgendo: se è di consulenza rientrano nella direttiva, se è di pubblica autorità, fuori. La Commissione dimostra così di voler inserire un cuneo per andare avanti nella liberalizzazione delle attività liberali, un settore dove notevoli sono le resistenze, a partire dall’Italia. Rimangono invece colpevolmente dentro al campo di applicazione l’educazione e la cultura, evidentemente liberalizzabili. Dentro anche i servizi economici di interesse generale, come acqua e gas, con la Commissione ce si impegna a stilare nei prossimi mesi una lista di tali servizi. E la via di un elenco lungo potrebbe essere quella che Bruxelles ha in mente per accontentare gli stati più liberalizzanti (i nuovi, Regno unito, Olanda, Italia e Spagna) rimasti assai poco soddisfatti da questo testo edulcorato, fortemente voluto da Berlino con l’appoggio di Parigi e poi da loro imposto prima al Parlamento, quindi alla Commissione ed infine a tutti i 25 nello scorso vertice di primavera.
La nuova versione della direttiva Bolkestein verrà ora discussa dai ministri della competitività che si riuniranno dal 20 al 22 aprile a Graz, in Austria, per chiudere la prima lettura, poi il testo dovrà nuovamente passare per il Parlamento europeo in autunno per venire poi approvato definitivamente dai 25 ad inizio 2007, se tutto procede senza intoppi. Proprio per evitare proteste da parte dei paesi dell’est, ieri la Commissione ha anche presentato alcune linee guida per meglio attuare la direttiva sui lavoratori distaccati, un testo intimamente legato alla Bolkestein, visto che disegna lo status dei lavoratori dipendenti inviati da un’impresa di un paese della Ue a offrire un servizio in un altro Stato membro. Il Commissario al lavoro Vladimir Spidla cerca di accontentare tutti: i nuovi paesi dell’est impegnandosi a vigilare per evitare l’imposizione di ostacoli ai lavoratori e alle società che operano all’estero, e i vecchi paesi, soprattutto la Francia, assicurando che a primeggiare sarà sempre e comunque il diritto del lavoro del paese di destinazione. Rimane il neo del salario minimo, uno dei principi da rispettare nella direttiva, ma che non esiste in alcuni paesi membri, tra cui ad esempio la Svezia. Questo vuoto è stato utilizzato per imporre ai lavoratori di imprese baltiche che lavorano in Scandinavia dei salari alla lituana invece che alla svedese. In pratica le linee guida vanno bene, ma non sono ancora sufficienti.