Un voto senza osservatori, non è democrazia

ROMA «Queste elezioni non sono state fatte per dare la democrazia al popolo iracheno ma per trovare una forma in cui apparisse legittimata la presenza straniera in Iraq. Se di trionfo si deve parlare, non è della democrazia ma della propaganda americana».
A sostenerlo è Giulietto Chiesa, giornalista ed europarlamentare, uno dei pochi testimoni diretti internazionali delle elezioni del 30 gennaio. Le sue considerazioni sono anche il frutto di questa esperienza sul campo.

Lei ha seguito le elezioni irachene a Nassiriya e Bassora. Alla luce della sua esperienza si può parlare, come da più parti è stato fatto, delle elezioni irachene come di un trionfo senza ombre della democrazia contro il terrore?

«Questa è una sciocchezza clamorosa, tutta propagandistica che era del resto largamente prevedibile alla luce di come era stato preparato il tutto…».

Vale a dire?

«Tutto è stato preparato come una grande operazione propagandistica che, bisogna riconoscerlo, è riuscita perfettamente: se dovessi dare un titolo a queste elezioni, direi che questa è una vittoria americana. Trionfo della democrazia? Bisogna solo ridere di fronte ad affermazioni del genere. Io ho guardato queste elezioni a bordo di una macchina blindata che era preceduta e seguita da altre due macchine blindate con otto guardie del corpo armate fino ai denti. Questo è il modo come io, parlamentare europeo, ho potuto guardare queste elezioni. E questo già dice tutto. Per capire meglio la “democraticità” di queste elezioni, rispetto agli standard minimi internazionali, occorre fare un passo indietro…».

A quando?

«Ottobre 2004, quando mandai una lettera al presidente del Parlamento europeo Borrel chiedendo assieme ad altri europarlamentari, tra i quali Lilli Gruber e Michele Santoro, che venisse inviata una delegazione a Baghdad e in altre città irachene per capire come stavano le cose. La risposta mi è arrivata con grande ritardo, e non da Borrel ma dalla conferenza dei capigruppo: tutti i capigruppo si sono riuniti, hanno esaminato la situazione e mi hanno risposto che non era possibile inviare in Iraq alcuna delegazione di osservatori perché non esistevano, cito testualmente, “le condizioni minime di sicurezza per una operazione del genere”. L’Osce fa la stessa identica cosa, tace e non manda osservatori. E lo stesso fanno le Nazioni Unite. L’unica operazione tentata dal Canada, non si sa su incarico di chi, è stata di indire, il 19 e 20 dicembre a Ottawa, una riunione alla quale erano stati invitati 20 Paesi e alla quale hanno partecipato solo 7 Paesi, i rappresentanti dei quali si sono riuniti sotto la presidenza del capo della commissione elettorale canadese e hanno concluso, anche loro, che non era possibile mandare nessuna delegazione di osservatori in Iraq stabilendo formalmente che ci sarebbe stato un gruppo di “analisti”, non di osservatori, piazzato ad Amman. Secondo i criteri adottati fino a questo momento da tutta la Comunità internazionale, le elezioni irachene non hanno osservatori quindi non sono da ritenere valide».

Qualcuno però potrebbe replicare che la maggioranza degli iracheni a votare, sfidando i terroristi, c’è andata.

«Io non sono mica contrario alla democrazia…La maggioranza degli iracheni ha usato l’opportunità che gli era stata data, ognuno per fare il proprio gioco. Quando si parla del popolo iracheno si dice una cosa che non esiste in questo momento. Si deve dire, ed è il quadro esatto della situazione, che gli sciiti del Sud, che sono stati sempre maggioranza ma che non hanno mai avuto la guida del Paese, hanno colto l’occasione per fare il loro gioco; i curdi del Nord, esattamente la stessa cosa, hanno scelto l’occasione per fare il loro gioco. I sunniti sono rimasti schiacciati in mezzo agli uni e agli altri e non hanno votato. Cinque milioni di persone in Iraq non sono andate a votare e in un Paese come questo una cosa del genere è assolutamente centrale perché se non va a votare una etnìa intera non si può dire che questa è una soluzione democratica. E non lo è in nessun caso. Noi non sappiamo ancora il risultato elettorale; non sappiamo chi controlla questi voti; non sappiamo come verrà gestita la legittima aspirazione degli iracheni a fare da sé. Ma queste elezioni sono state organizzate non perché gli iracheni facessero da sé ma perché l’occupazione militare americana, britannica e italiana venisse legittimata da un voto popolare. In questo senso l’operazione propagandistica ha funzionato».

Il presidente del Consiglio Berlusconi, e non solo lui, vede nella partecipazione al voto in Iraq la conferma della giustezza della presenza militare italiana in Iraq. A Canossa, aggiunge, dovrebbero andare coloro che si opposero a questa presenza.

«Rispondo che occorre fare il conto dei morti. C’è stata una guerra, sono morte decine di migliaia di persone, in stragrande maggioranza civili, l’Iraq è uscito distrutto completamente; non si vorrà mica sostenere che una tornata elettorale, fatta in queste condizioni, sancisce e chiude il caso. Tutta questa è retorica propagandistica della peggior specie, anche perché questa campagna elettorale ha un significato completamente diverso per gli iracheni del Sud e del Nord, ciascuno ha fatto il proprio gioco. Quattro giochi diversi: gli occidentali aggressori dell’Iraq; gli sciiti; i curdi; il resto del Paese che continua a combattere. Dipingere questo come un trionfo democratico, un “trionfo” organizzato militarmente dall’Occidente, significa infliggere agli iracheni la più grande delle offese. Io sono stato, sia pure “blindato” nei seggi di Nassiriya e Bassora e ho visto che questa gente, sostenitori di Al Sistani perché sono gli sciiti ad aver votato in massa, voleva esprimere il suo punto di vista e ho sentito dire che la gente voleva non essere occupata. E questo che ho sentito dire dappertutto. Adesso vediamo come verrà gestito questo risultato. Chi ha votato vuole che gli sciiti contino e nei colloqui molto interessanti che ho avuto con esponenti di primo piano dell’attuale governo ho registrato una forte preoccupazione. Il problema che oggi abbiamo, mi hanno detto apertamente, è di ridurre le pretese di Al Sistani. E cercheranno di farlo con un’alleanza tra curdi e laici, che includa i comunisti iracheni, impedendo così ad Al Sistani di avere la maggioranza e il controllo del potere in questa fase di transizione. Va peraltro ricordato che il presidente e i due vicepresidenti potranno prendere decisioni solo all’unanimità, e quindi Al Sistani o il suo rappresentante si troveranno chiusi in una morsa di altri due, uno dei quali sarà sicuramente curdo e l’altro sicuramente Allawi,cioè americano. Da qui a dicembre si dovrà lavorare per redigere una nuova Costituzione in una situazione in cui tutto il mondo sciita starà con gli occhi ultra-aperti per vedere se è stato truffato. E così il cerchio si chiude: l’Iraq del dopo-voto resta nei fatti in mano ai padroni di ieri: gli Stati Uniti».