Un voto greggio

I risultati delle elezioni del trenta gennaio scorso in Iraq, avendo partecipato al gioco solamente i partiti favorevoli al mantenimento dell’occupazione americana, non dovrebbero riservare sorprese per Washington e per le multinazionali, poiché il nuovo governo non vorrà e in ogni caso non potrà fare alcunché che possa danneggiare gli interessi di Washington. Lo stabiliscono le regole stesse del processo di «democratizzazione» del paese dettate dall’ex viceré Usa Paul Bremer i cui editti sono in sostanza intoccabili, almeno fino al prossimo gennaio, se mai si faranno le prime elezioni politiche per il nuovo parlamento. La storia alle volte però può riservare delle sorprese e allora, come già nello scorso giugno prima del passaggio dei poteri (dagli Usa ai partiti filo-Usa che già erano al governo), anche in queste ore sarebbero in corso una serie di tentativi di colpi di mano a favore delle multinazionali del petrolio americane che il futuro governo non potrebbe che sottoscrivere. Il sottosegretario al ministero del petrolio, Ahmad al-Shamaa, in un’intervista alla Bloomberg News ha affermato che il governo Allawi, nelle prossime settimane, prima della formazione del nuovo esecutivo potrebbe approvare contratti per centinaia di milioni di dollari a favore di società private multinazionali. Tra questi una serie di accordi, per circa 450 milioni di dollari, per lo sviluppo dei grandi giacimenti petroliferi di Suba Luhais e Hamrin che dovrebbero aumentare la produzione irachena di circa 100.000 barili di petrolio il giorno ciascuno.

In realtà la vera bonanza non riguarderebbe tanto lo sviluppo di questi giacimenti quanto la costruzione di nuove gigantesche raffinerie sparse un po’ ovunque nel paese. Secondo quanto dichiarato in proposito all’agenzia Upi da una fonte degna di fede, ma anonima, il governo Allawi starebbe per firmare, nei prossimi giorni, un megacontratto da tre miliardi di dollari nell’arco di due anni, per la costruzione di una «super-raffineria» che dovrebbe produrre benzina e altri prodotti petroliferi. Dal momento che formalmente il petrolio iracheno è ancora di proprietà dello stato, le compagnie straniere stanno cercando in primo luogo, di assicurarsi contratti per la costruzione e la cogestione di nuove strutture per l’estrazione, la raffinazione e l’esportazione di petrolio dal paese con le seconde riserve mondiali.

A tale proposito è già entrato in scena il Fmi, che è all’opera per ridurre le limitazioni poste dalle vecchie leggi irachene al controllo da parte di società straniere del settore petrolifero e di quello industriale dell’Iraq. Nell’ambito d’un accordo internazionale, molto criticato, sulla base del quale gran parte del debito iracheno è stata «perdonata» ma non cancellata, i creditori stranieri e il governo Allawi hanno deciso che spetterà al Fmi il compito di «aiutare» l’Iraq a ristrutturare l’intera economia del paese a favore delle multinazionali e del «libero mercato». In tal modo i debiti accumulati dall’ex regime sono stati riconosciuti validi ma non così i contratti nel settore petrolifero firmati da Saddam Hussein con la Russia e altre società non occidentali che Allawi ha dichiarato «nulli e senza valore».