Un soldato dichiara: «Non parto più per questa guerra»

«Andare in Afghanistan non aiuta affatto la popolazione afghana come vogliono farci credere. È un’occupazione a fini imperialistici. Mi rifiuto di continuare a farlo».
Così il soldato Victor Agosto inizia l’intervista telefonica concessa in esclusiva a il manifesto, e annuncia pubblicamente il suo rifiuto di partire per l’Afghanistan.

Per ironia della sorte, lei è stato il primo soldato a disertare dalla base militare di Fort Hood, in Texas, prima della sparatoria del 5 novembre.

Molti altri stanno cercando di evitare di partire per la guerra in Afghanistan, ma pur esprimendo solidarietà per il mio gesto, non hanno il coraggio di affrontare il confronto diretto con i militari.

E lei com’è arrivato alla decisione?

Ho 29 anni. Dopo il college ho intrapreso la carriera militare. Volevo fare altre esperienze. Nel 2006, l’esercito mi ha inviato in guerra in Iraq.

Qual era il suo incarico allora?

Informatica logistica, ma a livello basso. Il mio lavoro si svolgeva nella base militare, non ho effettuato missioni al fronte. Eppure è proprio in Iraq che ho cominciato a provare un senso di colpa e di vergogna per quell’occupazione militare. Vedevo anche i contractors erano mercenari subbappaltati dal governo, pagati sei volte di più di noi soldati per uccidere civili iracheni e per il profitto delle corporations. Mi resi conto che l’obiettivo principale era quello di proiettare la nostra egemonia nella sfera del Sud est asiatico. Ritengo che oggi la guerra in Afghanistan serva a occupare e installare altre basi militari in quella regione.

Perché si sentiva in colpa se non partecipava alle operazioni militari?

Non ho fatto l’esperienza di sparare né visto i civili uccisi dai soldati al fronte, di fatto però mi sono sentito complice perché fornivo ai miei commilitoni le informazioni necessarie a premere il grilletto.

Quanto tempo è rimasto in Iraq?

Tredici mesi, durante i quali ho maturato la decisione di rifiutare di uccidere. Sono tornato negli Usa, nella mia base militare di Fort Hood, a fine novembre del 2007.

E i suoi superiori le hanno ordinato di ripartire per l’Afghanistan.

Il periodo di firma volontaria scadeva a giugno di quest’anno, ma per mancanza di effettivi, secondo il programma «stop loss», ogni soldato deve accettare di ripartire per la guerra due, tre, anche altre cinque volte. Di conseguenza, i miei superiori decisero che dovevo partire con il mio battaglione per l’Afghanistan, a Kandahar.

E come ha reagito?

Dissi al mio comandante di unità che non sarei partito.

Come venne recepito il suo rifiuto di servire la patria?

La prima risposta fu: niente da fare, gli ordini superiori non si discutono. Il primo maggio di quest’anno arrivò l’ordine formale per la mia partenza. I giorni successivi furono molto difficili per me. L’undici di maggio,davanti al mio intero plotone rifiutai di aiutare e di partecipare alla preparazione delle formalità richieste ai soldati in partenza per la guerra in Afghanistan. Non me la sentivo più di aumentare ancora il mio senso di colpa sapendo che aiutare nei preparativi di quella partenza voleva dire predisporre i soldati a uccidere civili afghani. Se altri soldati fossero in grado di riflettere a questo, di capire che, in pratica, si tratta di questo, che questo ci viene richiesto, dovrebbero provare una vergogna peggiore della mia. Forse per altri soldati la vita dei civili che uccidiamo non ha molta importanza. Eseguono gli ordini. Svolgono il proprio compito.

Quale punizione ha subito per aver rifiutato di partire per l’Afghanistan?

Ho dovuto subire un processo davanti alla corte marziale, il 5 agosto scorso. La sentenza della Corte fu un mese di carcere. Il 20 ottobre scorso,l’esercito ha messo fine alla mia carriera militare.