Un risultato scontato

Mentre stiamo scrivendo queste note, concluse le operazioni di voto per il terzo turno delle elezioni presidenziali in Ucraina, a cui avrebbe partecipato circa il 77% degli aventi diritto, sono stati comunicati i dati relativi allo spoglio del 98,36% delle schede. E’ praticamente sicura la vittoria di Viktor Juschenko, a cui sarebbe andato il 52,29%, contro il 43,92% del suo concorrente Viktor Janukovic.

Nessuna sorpresa, dunque, rispetto alle previsioni della vigilia, se non nel maggior numero di consensi che Janukovic avrebbe ricevuto, in confronto ai dati forniti dagli exit-polls.

Del resto, il risultato delle elezioni era già stato scritto il 2 dicembre, il giorno in cui, secondo la puntuale analisi formulata dai comunisti del piccolo Partito Progressista Socialista di Ucraina, si era praticamente consumato il colpo di mano istituzionale che, privando della sua vittoria Viktor Janukovic, eletto nel ballottaggio del 21 novembre, aveva in pratica assicurato a Juschenko il pieno controllo della nuova campagna elettorale.

Paradossalmente proprio il presidente uscente Kuchma, contro cui sembra indirizzata larga parte del malcontento di quei settori in buona fede delle piazze che hanno sostenuto l’opposizione, si è fatto garante della vittoria di Juschenko. A farne le spese, il premier Janukovic che, da qualche tempo (dopo avere costretto il precedente primo ministro Juschenko alle dimissioni con il voto determinante dei comunisti) si era impegnato a correggere gli effetti nefasti delle riforme economiche e del nazionalismo esasperato, di cui la responsabilità principale è attribuibile proprio all’accoppiata Kuchma-Juschenko (il secondo da sempre beniamino del Fondo Monetario Internazionale, le cui ricette ultraliberiste aveva cercato di applicare, soprattutto nel Sud-Est, durante il suo premierato).

Il destino dell’Ucraina era segnato dal momento in cui l’Amministrazione USA era intervenuta pesantemente per bocca dello stesso presidente Bush (che aveva preteso l’immediato cambiamento del verdetto elettorale) e i principali paesi dell’Unione Europea si erano accodati servilmente alla posizione americana. Essi cedevano alle pressioni che venivano dai nuovi vassalli est-europei, a cominciare dalla Polonia, che da tempi immemorabili accampa pretese egemoniche ed anche annessionistiche sull’Ucraina e che, in questa occasione, ha fatto valere, in modo ricattatorio verso i partner dell’Europa occidentale, il suo rapporto privilegiato con gli Stati Uniti.

Nell’esito del voto hanno fatto la differenza l’intervento occidentale, la messa in un angolo della Russia, l’immediato allineamento di Kuchma e dei settori più influenti del potere, il rapido voltafaccia delle oligarchie dell’oriente ucraino, che hanno subito dichiarato di preferire il rapporto privilegiato con l’occidente al futuro dell’apparato produttivo nazionale in uno spazio economico comune con i paesi dell’ex URSS, il passaggio di quasi tutti gli strumenti di comunicazione di massa dalla parte dell’ “opposizione”, la pressione della piazza di Kiev filo-Juschenko (che ha oscurato la protesta di milioni di cittadini contro lo “scippo” elettorale, nelle regioni sud-orientali del paese), foraggiata con una parte dei 195 milioni di dollari investiti dagli USA nella campagna per le presidenziali e sostenuta dalla presenza determinante delle bande fasciste dell’UNA-UNSO, dei “non violenti” di “Pora” addestrati nei centri della CIA, e da mercenari giunti da ogni parte d’Europa (anche dall’Italia). Nella piazza è arrivato dall’ “esilio” di Londra anche il magnate russo Berezovskij, ricercato dalla magistratura russa, uno dei maggiori responsabili del saccheggio della ricchezza nazionale russa e oggi tra i massimi ispiratori e finanziatori dell’opposizione “democratica” a Putin.

E poi, “mano libera” ai sostenitori di Juschenko nei brogli verificatisi massicciamente nell’occidente nazionalista, mentre la grande maggioranza degli “osservatori” occidentali veniva convogliata nelle regioni operaie dell’est.

Possiamo però affermare che il fatto che Janukovic, in una condizione di straordinaria difficoltà, abbia comunque ottenuto la maggioranza schiacciante dei voti in ben 10 regioni del paese, fa si che Juschenko e i suoi protettori occidentali non si trovino certo di fronte ad una strada completamente sgombra e che la spaccatura del paese in due aree tra loro contrapposte rappresenti una realtà difficile da contestare da parte di chi aveva cercato di presentarsi all’opinione pubblica internazionale come il presidente di tutta l’Ucraina.

Quali saranno le conseguenze dell’incredibile ripetizione del ballottaggio (un dato inquietante per il futuro del già precario Diritto Internazionale) è difficile prevederlo in questo momento.

Certo è che non c’è da ben sperare sul futuro del dialogo democratico tra le varie componenti della società ucraina, se le intenzioni dei vincitori sono del tipo di quelle manifestate nell’intervento del capo dello staff elettorale di Juschenko, Aleksandr Snicenko, che ha affermato, quando si stava profilando l’affermazione del candidato filo-occidentale, di considerare il rispetto delle autonomie del sud-est “questione che riguarda i politologi russi”, e lasciando così intravedere che il processo di “ucrainizzazione forzata” proseguirà.

E se poi, dovesse essere confermata l’intenzione di Juschenko di proporre l’elezione come premier di Piotr Poroshenko, magnate dell’industria dolciaria ed esponente di spicco della borghesia compradora ucraina, si potrà essere certi che un futuro di ristrutturazioni e liberalizzazioni si profilerebbe per l’apparato produttivo del Sud-Est e l’emigrazione verso la Russia delle popolazioni russe e russofone rappresenterebbe forse l’unica via di uscita alla disoccupazione di massa. Favorendo così quella “pulizia etnica” che i fascisti e i sanfedisti “uniati” della Galizia ultranazionalista da sempre vagheggiano.

Sull’accelerazione del processo di adesione alla NATO non è ancora, tatticamente, questo il momento opportuno, per i nazionalisti al potere, di sbandierarne la necessità, provocando oltre misura il vicino russo. Ma si può star certi che presto i padroni americani chiederanno il “rimborso politico” dei tanti soldi che hanno sottratto ai loro contribuenti e all’Ucraina verrà imposto il suo ingresso nel consesso del “mondo libero”.

Sul fronte dei perdenti, per i quali decisivo appare lo scontro che avverrà nelle elezioni parlamentari, che dovrebbero determinare un rimescolamento tra le forze politiche presenti nel paese e l’affermazione di nuovi blocchi politici, c’è da registrare una prima dichiarazione di Janukovic, che, attribuendo la sua sconfitta a un’operazione diretta “dall’estero” e “ai soldi per la rivoluzione arancione”, ha annunciato una “opposizione dura” e “nessuna trattativa con lo staff di Juschenko”. Un commento apparso oggi su “RIA Novosti” ipotizza che, in previsione delle elezioni parlamentari, si potrebbe assistere ad un avvicinamento di Janukovic ai settori dell’estrema sinistra, ad esempio, con l’inclusione nel suo programma di temi cari ai comunisti del Partito Progressista Socialista. E, a tal proposito, non è privo di significato che proprio Natalja Vitrenko, la leader del Partito Progressista Socialista abbia dichiarato che prevede la formazione di “una possente opposizione popolare”, che “se dovesse essere capeggiata da Viktor Janukovic, sono pronta ad appoggiare per cambiare il regime” (http://www.strana.ru , 27 dicembre).

Una posizione di sostegno a Janukovic è stata espressa anche dall’Unione dei comunisti di Ucraina.

Diversa la posizione del Partito Comunista di Ucraina. Dimostrata una sostanziale neutralità tra i due candidati, che gli è già costata, al primo turno, la perdita di gran parte dell’elettorato proletario delle regioni orientali tradizionalmente vicine al partito (i sondaggi lo danno in caduta libera, dal 20% delle ultime politiche a poco più del 5%, se si votasse oggi) e l’insubordinazione di intere organizzazioni, a cominciare da quella della Crimea, il principale partito comunista del paese si limita a denunciare in modo vibrante le “interferenze americane”, senza però farne seguire azioni coerenti nel parlamento e nel paese.