Un ricercatore sognante di vere emozioni

“…non ci creda chi dice: l’omo e la bestia sò la stessa cosa.
Non ci creda!
L’omo e la bestia c’è sempre una differenza.
Noi quando andavamo sotto ai rifugi durante i bombardamenti , nella guerra … il rifugio stava sotto alla casa del prete e noi dicevamo che là sotto ce stavano i topi.
Quando c’andavamo che suonavano le sirene … pensavo:
mò arrivano i topi e ci divorano a tutti! Una paura!

… allora io mi mettevo un pacchetto di fiammiferi in tasca.
E quando mi veniva la paura ne potevo accendere uno. Vedevo che tutto stava a posto, che i topi non c’avevano ancora divorato e mi stavo tranquillo. Ma la paura più grossa era quando mi pensavo:
i topi divorano a tutti e risparmiano solo a me!
Sà, una cosa è la paura di morire…e un’altra è la paura che muoiono tutti e solo tu sopravvivi e non lo so se è peggio essere uno che muore in mezzo a tanti altri o restare il superstite di una catastrofe.
Il sopravvissuto di un’apocalisse…”

Da Fabbrica

E’ straordinario Ascanio Celestini: un “omuncolo” piccolino, con due occhi grandi e vivaci, che per tutto il tempo del nostro incontro in un anonimo bar della periferia di Roma, mentre raccontava la sua “storia di attore”si accarezzava la barba ed i capelli, nascondendo una timidezza buffa e simpatica. Una “Storia d’attore” la sua che ha dell’incredibile: un personaggio carinamente impacciato che ti cattura con le sue vicende di ricercatore di emozioni e ricordi in giro per il mondo, che ascolteresti per ore ed ore senza stancarti, perdendoti nelle immagini che evocano i suoi racconti, come è accaduto a me, al punto che quando si è interrotto per farmi notare che era finito il nastro della registrazione, non mi ricordavo più dove ero e cosa stessi facendo, perché ormai ero immersa nella vicenda dell’operaio Barabotti protagonista dello spettacolo Fabbrica…

E’ autore e interprete di spettacoli di rinomato successo e riconoscimento critico come Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini, dedicato al grande scrittore italiano Pier Paolo Pasolini, la trilogia sulla narrazione di tradizione orale Milleuno ( Baccalà, il racconto dell’acqua -Vita, Morte e Miracoli- La fine del Mondo ); tante le collaborazioni con le radio, come per Bella Ciao, racconti di operai e contadini, trasmissione andata in onda su Rai-Radio 3 nell’aprile del 2004.
E poi i suoi cavalli di battaglia, seguiti da tante repliche, come
Radio Clandestina ( 2000/2001 ) racconto legato all’eccidio delle fosse ardeatine,
Cecafumo ( 2001/2002 ), racconti della tradizione popolare accompagnati dalle musiche di Matteo D’Agostino e Gianluca Zammarelli, Le nozze di Antigone, interpretato dalla brava Veronica Cruciani: e ancora lo splendido Fabbrica ( 2002 ) , la storia di un capoforno alla fine della seconda guerra mondiale raccontato da un operaio che viene assunto in fabbrica per sbaglio: e l’ultimo Scemo di Guerra, dedicato al 4 giugno 1944, il giorno della Liberazione a Roma, rappresentato per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2004.
Quindi racconti, storie, ricordi, memorie…

Qual è il tuo approccio al teatro, come ti avvicini ad esso, e in particolar modo in che consiste il tuo lavoro di autore e attore…
Il lavoro che faccio io in qualche modo è molto simile al lavoro che fa l’antropologo quando fa la ricerca sul campo, in pratica io costituisco un testo a partire da una serie di registrazioni: ne è un esempio proprio lo spettacolo Fabbrica, ricavato da più di 200 ore di registrazione con operai e contadini, mondine e muratori: tutte queste registrazioni a me sono servite soprattutto come esperienza su quella che è stata l’Esperienza del lavoro di queste persone, in particolare le prime registrazioni legate alla realtà delle fabbriche di ceramica e al lavoro dei campi sono state fatte a Rubiera vicino Reggio Emilia e alla Piaggio di Pontedera, registrando i racconti degli operai che hanno lavorato tra gli anni ‘60 e ’70, periodo storico di passaggio economico fondamentale per l’Italia, e poi ancora alle miniere del Monte Amiata…

Quindi il tuo è proprio un lavoro di ricerca etnografica, come per l’antropologo, e fondamentale è il rapporto con la Memoria Storica e Personale delle persone che incontri…
Si, è essenziale: per esempio nell’ultimo Scemo di guerra, Roma 4 giugno 1944, il racconto da cui parte la storia è proprio una vicenda che narrava sempre mio padre che il 4 giugno del 1944, quando aveva otto anni, si trovò con mio nonno a camminare dal cinema Iris (oggi cinema Gioiello a Porta Pia) al quartiere Quadraro di Roma, incrociando così da una parte i soldati che abbandonavano Roma, i tedeschi, e dall’altra quelli che entravano per liberarla, gli americani..da ciò nasce lo spettacolo, arricchito da altre storie che ho raccolto sempre su Roma.
Quindi fondamentalmente il lavoro che faccio è un lavoro di raccolta, ricerca etnografica, che mi serve per dare concretezza alla drammaturgia laddove anche porto in scena storie totalmente inventate.

Dov’è allora il confine tra vero e finzione, tra rito e storia nel tuo lavoro di attore oltre che di autore e regista, in questo tuo “teatro di racconto”che spesso si avvicina anche al lavoro di autori di denuncia e socialmente impegnati quali Marco Paolini, Moni Ovadia, Marco Baliani, Pippo del Bono…
Personalmente io non provo mai lo spettacolo, tecnicamente non mi serve niente, perché sono convinto che lo spettacolo è unicamente la presenza fisica di chi sta sul palco, e funziona lì dove lo spettatore smette di pensare che sei in scena: è la Persona umana che va in scena.
Lo spettatore non vede me, ma percepisce delle immagini che nascono dal racconto, immagini che a sua volta io stesso ho incamerato nella memoria ascoltando per ore ed ore le registrazioni che ho effettuato sul campo. Anche l’uso che faccio della parola, la velocità con la quale mi esprimo, permette allo spettatore di smettere di ragionare soffermandosi sulle parole, concentrandosi così solo sulle immagini che queste stesse evocano.
E proprio Marco Paolini, Marco Baliani e lo stesso Ovadia hanno dato una “patente” a questo teatro, hanno certificato che un attore può andare in scena da solo carico esclusivamente di se stesso, del proprio lavoro di ricerca, delle persone che ha incontrato nel proprio cammino.
Tra l’altro è importante anche il fatto che loro, come me, fanno un enorme quantità di repliche, ovvero hanno riportato in Italia il Teatro di Repertorio.

Che oggi non esiste più..perché..
Proprio perché per motivi ministeriali o per avere sovvenzioni oggi tutto il lavoro di un artista deve essere legato a delle leggi del mercato, a dei compromessi: è il Teatro Ministeriale, che ti obbliga a sfornare ogni anno nuovo prodotti, che vince su quello vero e autentico di Repertorio…
Io lavoro con le repliche e vivo di repliche, perché se in Italia resti legato alle leggi vincolanti che ti obbliga lo Stato, non puoi vivere di questo mestiere, perché ci sono meccanismi per cui l’artista deve rientrare nella logica “mercantile”del Ministero, che obbligandoti a non essere una struttura vera, coerente e sana, ti spinge in una trappola infinita di giochi perversi e di compromessi da cui poi è difficile svincolarsi..

E tu come rispondi allora a tutto questo…
Proprio col mio lavoro di ricercatore perenne, raccontando e denunciando storie, storie vere, perché sai io credo che tutte le persone abbiano sempre una storia da raccontare, o che comunque ricordano spesso durante la propria esistenza..

E tu hai una storia?
Io..io non lo so..ho intanto tutte le storie degli altri che ho raccolto in questi anni…