Un raccolto amaro per i contadini palestinesi

I villaggi della Cisgiordania sono piccoli paradisi per i palestinesi. Verde, ossigeno e silenzio rotto solo dai suoni della natura. Un’atmosfera ben diversa dal caos delle città, dove i servizi pubblici sono carenti, spesso inesistenti, e le case crescono l’una sopra l’altra per mancanza di spazio. Da tre settimane è cominciata la raccolta delle olive e a Qaffin, ad ovest di Ramallah e Nablus, come negli altri villaggi agricoli si vivono i giorni più importanti ed esaltanti dell’anno. Le famiglie si recano negli uliveti e fino a sera vivono tra gli alberi. Gli adulti raggiungono i campi alle prime luci del giorno, bambini e ragazzi al ritorno dalla scuola. È un periodo di forte socializzazione e le pause si trasformano in momenti di festa in cui gli anziani, tra i cori dei più giovani, intonano canti della tradizione contadina tramandati di padre in figlio. «È più giusto dire che era il momento più bello dell’anno, adesso la raccolta delle olive si sta trasformando in un incubo per tante famiglie non solo qui a Qaffin ma in tutta la Cisgiordania», commenta con amarezza Ibrahim Qatanneh, proprietario con i suoi fratelli di alcune decine di ettari di terra a due chilometri dal villaggio. Il muro israeliano che si allunga come un serpente tra le campagne palestinesi e le minacce dei coloni stanno mandando in rovina centinaia di famiglie che per decenni hanno vissuto dei frutti della loro terra. «Fino a qualche tempo fa non potevamo lamentarci, si viveva bene – racconta Qatanneh – eravamo impegnati tutto l’anno nelle coltivazioni, riservando però un trattamento speciale alla raccolta delle olive e alla produzione dell’olio che da queste parti è eccezionale. Non eravamo ricchi ma non ci mancava nulla e i nostri figli sapevano di avere un lavoro già pronto per loro anche se tanti giovani di Qaffin ora sognano di lavorare con i computer o di aprire un negozio in citta». Qatanneh, 58 anni, ha passato la vita nei campi e conosce i suoi alberi uno ad uno. «Ora invece non riesco più ad andare nella mia terra e a coltivarla, non possono più curare gli alberi. L’esercito israeliano me lo impedisce», aggiunge camminando a passi lenti mentre nelle viuzze di Qaffin riecheggiano le grida di gioia di bambini che rincorrono un pallone. Gli oliveti di Qatanneh si trovano ad ovest del muro e rientrano in quelle migliaia di ettari di terra confiscati dagli israeliani «temporaneamente per motivi di sicurezza». I contadini palestinesi sanno che non le riavranno mai più. «Mi hanno concesso un permesso di 15 giorni per raccogliere le olive ma al mattino spesso trovo i soldati a sbarrarmi la strada perché i coloni (israeliani) non vogliono che ci avviciniamo ai loro insediamenti», riferisce l’agricoltore palestinese. L’esercito si definisce «neutrale» ma ogni volta che sorge una disputa ad averla vinta sono sempre i coloni ebrei che occupano illegalmente la terra palestinese mentre i contadini vengono allontanati. A Qaffin e in altri villaggi a rischio sono giunti nelle settimane passate giovani volontari dell’International solidarity movement e di altre associazioni che, con la loro presenza, cercano di impedire abusi e violenze a danno dei civili palestinesi. Così tra minacce dei coloni, indifferenza dell’esercito occupante e il muro che avanza, l’antica produzione di olive e di olio d’oliva muore lentamente, portando con sé l’intera agricoltura palestinese della quale rappresenta il 25% del prodotto annuo. Gli alberi di olivo in Cisgiordania sono oltre 12 milioni (80% degli alberi da frutto) e coprono il 40% dell’intera area coltivata palestinese. Nelle annate buone (massi) la produzione supera le 35mila tonnellate, in quelle cattive (shelatoneh) si attesta intorno alle 5mila.

Il surplus è costante da quando è cominciata l’Intifada, poiché la chiusura dei Territori e l’isolamento dei centri abitati hanno limitato l’accesso del prodotto al mercato israeliano e alle esportazioni (meno 52%). «I costi inoltre si sono alzati – spiega Qatanneh – perché i trasporti sono difficili, c’è meno disponibilità di manodopera a causa dei blocchi dell’esercito israeliano che riducono gli spostamenti degli operai stagionali». Produrre un litro d’olio di oliva costa il 22% in più rispetto al 2000, a danno ulteriore delle esportazioni verso l’Unione europea e i paesi arabi. Secondo dati dei centri palestinesi per i diritti umani, dal 2000 a oggi l’agricoltura ha visto svanire – a causa delle restrizioni ai movimenti della confisca delle terre e dei pozzi d’acqua e la distruzione di decine di migliaia di alberi e coltivazioni varie – circa 1,6 miliardi di dollari. Perdite alle quali si aggiungono gli allevamenti distrutti o chiusi. Il contributo dell’agricoltura al Pil palestinese è perciò sceso dal 13,7% del 1994 al 9% del 2003. «Dietro queste cifre c’e’ l’impoverimento dei contadini che come me – dice Qatanneh – hanno perduto quasi tutto a causa dell’occupazione israeliana e oggi possono solo cercare di sopravvivere».