Un plebiscito per Barghouti

Guidata dal segretario per la Cisgiordania Marwan Barghouti, ieri la nuova generazione di Al-Fatah ha fatto il pieno nelle primarie del partito. Per Barghouti, noto come il «comandante dell’Intifada», in carcere da oltre tre anni in Israele, è stato un vero e proprio plebiscito. Nella circoscrizione Ramallah/Al-Bireh dove era candidato ha conquistato oltre il 90% dei voti, confermando di essere allo stesso tempo il dirigente di Al-Fatah e l’esponente palestinese più popolare. Un risultato che è stato salutato con gioia dalla moglie, Fadwa, che ha esortato Israele a liberare subito il marito «perché Marwan non sarà mai dimenticato dalla sua gente». Di fronte al clamore delle notizie provenienti da Ramallah, Israele ha fatto sapere che il dirigente palestinese non verrà liberato. Il ministro degli esteri Silvan Shalom ha affermato che il segretario di Al Fatah «non sarà mai scarcerato perché è un assassino che ha le mani sporche del sangue di israeliani». Questa posizione di totale chiusura non è condivisa da tutti in Israele. Il leader del partito Yahad (sinistra) ed ex ministro della giustizia Yossi Beilin, ha chiesto un ripensamento sulla detenzione a vita di Barghouti che, ha detto, una volta liberato «potrà avere una influenza positiva e moderatrice. Il governo dovrebbe chiedere al presidente Katsav di graziarlo». In serata il sito online del quotidiano Haaretz ha riferito che un «alto funzionario» governativo ha detto di ritenere possibile la scarcerazione di Barghouti nel quadro di un accordo di pace con i palestinesi.

Barghouti, 47 anni, originario del villaggio di Kobar, venne arrestato nell’aprile del 2002 a Ramallah durante l’Operazione «Muraglia di difesa» che vide le forze armate israeliane invadere e rioccupare tutti i principali centri abitati in Cisgiordania. Al termine del processo a Tel Aviv durato quasi due anni e seguito anche all’estero, il leader palestinese venne condannato a cinque ergastoli perché ritenuto il «mandante» di attacchi armati costati la vita a cittadini israeliani. Accuse che Barghouti ha respinto in tutte le udienze, affermando di essere «solo un leader politico e non militare». Aveva però ribadito il diritto dei palestinesi di ribellarsi, anche con le armi, contro le forze di occupazione israeliane in Cisgiordania e Gaza. All’inizio di quest’anno fece scalpore la sua intenzione, annunciata e annullata per due volte nel giro di qualche settimana, di candidarsi alle elezioni presidenziali in apparente contrapposizione ad Abu Mazen, ufficialmente scelto da Al-Fatah. Di fronte al rischio di spaccare il partito e l’elettorato, in una fase di delicata transizione politica (due mesi prima era morto Arafat), fece marcia indietro.

Adesso la nuova generazione di Al-Fatah ha ottenuto la sua rivincita contro la vecchia guardia che dopo la morte di Arafat ha consolidato le sue posizioni intorno ad Abu Mazen, 70 anni, e ha di fatto paralizzato il Comitato centrale e il Consiglio rivoluzionario (i due organi principali) allo scopo di frenare l’avanzata dei giovani che invocavano un profondo rinnovamento del partito. Tra i 463 iscritti alle primarie in Cisgiordania (a Gaza, dove si vota domani, sono 311), parecchi tra i dirigenti più giovani sono riusciti a conquistare un posto nella lista di 132 candidati che Al-Fatah presenterà alle elezioni parlamentari del 25 gennaio. Tra i vincitori ci sono anche due capi locali (entrambi ricercati) delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa: Jamal Abu Rob (Jenin) e Jamal Jumaa (Nablus). Della vecchia guardia i militanti chiamati al voto hanno scelto in gran parte dei casi quei candidati considerati «non corrotti», ad esempio l’ex ambasciatore a Baghdad, Azzam Al-Ahmed e il governatore di Nablus, Mahmud Alul. Un dirigente storico di Al-Fatah, Sakher Habash, ha ottenuto poche centinaia di voti.

Il processo di rinnovamento è ritenuto essenziale per il futuro di Al-Fatah che il 25 gennaio dovrà guardarsi dal movimento islamico Hamas. Hassan Abu Libdeh, uno stretto collaboratore di Abu Mazen, ieri si è detto tranquillo per il futuro del partito dopo la vittoria di Barghouti. «Ce l’aspettavamo – ha affermato – non è una cosa preoccupante, bensì il segnale del progressivo passaggio della dirigenza della causa palestinese alla nuova guardia. Non parlerei di un rischio di scissione in al Fatah».