Un paese di scempi, oltre Punta Perotti

L’ esercito degli ecomostri è ancora in piedi. Ferito a morte Punta Perotti, crollato per un terzo, a Bari, domenica mattina, restano da demolire decine di brutture e scempi sparsi un po’ ovunque. Per uno che cade, insomma, almeno sedici ne restano in piedi: sedici emergenze che Legambiente ha sottolineato con l’evidenziatore, in un dossier intitolato «I complici di Punta Perotti». Sedici mostri che sfidano il tempo e la legalità, oltre che il paesaggio e la bellezza di luoghi mozzafiato. Ma c’è di più.
Se il sindaco di Bari, ex pm antimafia, dichiara che l’abbattimento di Punta Perotti è stata «la battaglia giudiziaria più difficile della sua vita», mentre i costruttori minacciano la richiesta di un risarcimento milionario, a Licata, in Sicilia, accade esattamente il contrario: è la ditta di demolizioni Scirè a chiedere un risarcimento al comune. Il perché? L’amministrazione comunale non adempie alla demolizione dei mostriciattoli cresciuti a ridosso del mare, demolizione che è stata addirittura definita per contratto. E’ una storia che risale al Duemila, spiega Giuseppe Arnone, avvocato e responsabile della segreteria di Legambiente, che sta curando personalmente la causa di risarcimento: «Nel 2000- spiega Arnone – anche per via di Ciro Lomastro che era un prefetto molto energico, si giunse finalmente alla chiusura di un contratto tra una ditta di demolizioni – l’unica che aveva dato la propria disponibilità – e il comune di Licata. La ditta avrebbe dovuto demolire gli immobili, definiti “insanabili”, sulla costa. In altre parole: centinaia di costruzioni escluse dalla sanatoria edilizia. Il contratto si chiuse, e cominciarono le prime demolizioni». Iniziarono, ma terminarono presto: «La ditta riuscì a effettuarne soltanto cinque. Il prefetto fu trasferito e da allora non s’è mosso più niente. E’ cambiato anche il sindaco, ora c’è Angelo Biondi (An), e l’impresa ha sollecitato più volte l’amministrazione, affinché si potesse ultimare l’operazione. Ora il contratto è scaduto. L’impresa ha affrontato molte spese per la demolizione e, il 25 aprile, ha fatto causa al comune per ottenere il risarcimento dei danni: 50mila euro».
Le costruzioni di Licata non sono tra le mostruosità più ingombranti del paese, non figurano tra i sedici ecomostri censiti da Legambiente nel suo dossier, ma spiegano bene come sia difficile far piazza pulita dell’abusivismo edilizio in Italia. E in particolare al Sud, specialmente in Sicilia e Campania, che si contendono il primato della sfregio al paesaggio, e dove spesso l’abusivismo non collima soltanto con l’inerzia delle amministrazioni, ma soprattutto con la forza militare e intimidatoria di mafia e camorra. La valle dei tempi di Agrigento, per esempio, costruita nel bel mezzo di un’area archeologica: in parte sono state abbattute, con un lunga battaglia vinta, in parte, nel 2001, quando le prime ruspe iniziarono a stritolare il cemento, varcando per la prima volta la soglia della valle. La prefettura di Agrigento e il Genio militare diedero il via libera: sei scheletri andarono giù. Ma molti altri restano ancora in piedi e Legambiente denuncia l’inerzia della regione guidata dal forzista Totò Cuffaro. Oppure le ville abusive di Pizzo Sella, cresciute su quella che a Palermo, ormai, tutti chiamano la «collina del disonore». Sono ormai patrimonio del comune, ma nonostante la Cassazione abbia definitivamente stabilito l’illiceità della loro lottizzazione, restano lì come se nulla fosse. Per intendersi: tra le concessioni, ne figurava una intestata alla sorella di Michele Greco, boss conosciuto come «il papa». «Per noi, in Sicilia, conclude l’avvocato Arnone, «in questi anni il problema principale non è stato quello di abbattere: abbiamo dovuto invece contrastare la nascita di nuovi mostri, di sanatorie e nuove concessioni». Insomma, una vera e propria resistenza.
In Campania è emblematica la storia dell’albergo Castelsandra, detto anche «l’hotel della camorra». «E’ stato costruito nel 1971 su un promontorio stupendo da un imprenditore belga – spiega Michele Bonuomo, responsabile regionale di Legambiente – Poi ceduto a famiglie che, a quanto pare, erano legate alla camorra. C’è chi dice che sia stato costretto a farlo dopo forti pressioni. Queste famiglie ampliarono la struttura, costruirono villette tutt’intorno, costruzioni che in realtà erano dipendenze dell’albergo stesso. E come se non bastasse costruirono anche un orribile ascensore sulla spiaggia, nonostante, si badi bene, l’albergo non sia esattamente sulla spiaggia. Fu una sorta di prova di forza». L’ascensore, almeno quello, fu abbattuto tre anni fa. A colpi di dinamite. «Però l’albergo è ancora in piedi», continua Bonuomo. A quanto pare a causa della ferma opposizione del comune di Casltellabate. «La Regione, il parco del Cilento e il ministero dell’Ambiente sono per l’abbattimento – spiega Bonuomo – ma il comune si oppone e propone un progetto di riqualificazione: l’albergo, quello costruito dall’imprenditore belga, non era abusivo, ma per le villette si può procedere tranquillamente all’abbattimento». E invece non si procede. Un braccio di ferro che dura almeno da tre anni.
Nel frattempo s’è scoperto che, sebbene non abusivo, l’albergo è comunque illegittimo: «Nella zona sulla quale è stato costruito esistevano usi pubblici e inalienabili. Purtroppo siamo in un’area rappresenta ancora l’impunità – conclude Bonuomo – in Campania si segnalano 20 casi di abusivismo al giorno. Molti dei quali sulla costiera amalfitana». E anche la Toscana, benissimo. Uno scandalo chiamato «Elbopoli», per spiegare che intorno all’ecomostro di Procchio, sull’isola d’Elba, erano coinvolti anche nomi insospettabili: furono rinviati a giudizio due ex prefetti, un magistrato, un sindaco, costruttori e tecnici privati e pubblici. Fu sequestrato nel 2003, non è ancora stato demolito. E ancora: 11mila metri cubi di cemento armato che sovrastano l’insenatura dello lo «spalmatoio», a Giannutri, un’isola che fa parte dell’acripelago toscano. In Liguria hanno sfregiato persino le Cinque Terre: lo «scheletrone» di Palmaria, alto trenta metri, costruito su un isolotto di fronte a Portovenere. Una vicenda iniziata nel 1975 che ancora non trova una soluzione, dopo un’infinita serie di rimpalli che, forse, soltanto ora potrebbero portare la giunta regionale e l’amministrazione comunale al tanto sospirato abbattimento. Il paesaggio, insomma, continua a subire abusi senza sosta. Gli ultimi cinque anni sono stati da record: nel 2004, soltanto nel Lazio, sono stati registrati 2936 casi di abusi edilizi. E a Licata c’è un’impresa coraggiosa che non riesce a far partire le ruspe.