Un Paese danneggiato

Tutti avvertono l´importanza eccezionale di queste elezioni. Alcuni affermano che è addirittura in gioco la democrazia italiana. Io credo che non sia in gioco la democrazia: ma qualche cosa di più «esistenziale»: il valore e il senso della società italiana. Senza il quale anche la democrazia, pur senza essere formalmente salvaguardata, diventa una meccanica e vuota procedura.
Ogni società civile contiene dosi più o meno consistenti di inciviltà: malcostume, corruzione, criminalità, ignoranza. Quella italiana è stata, sempre, piuttosto vulnerabile. Sui suoi mali antichi e sulle sue cause si sono espressi personaggi illustri: da Machiavelli e Guicciardini a Leopardi e a Gramsci; e ultimamente, con particolare veemenza, un grande intellettuale italiano da poco scomparso, Paolo Sylos Labini. Proprio leggendo il suo estremo messaggio si avverte la misura di quanto quella dose sia aumentata negli ultimi tempi non solo, ma soprattutto a causa dell´avvento dell´attuale maggioranza politica.
I guasti della avventata gestione economica sono, in un periodo sufficientemente esteso di tempo, reversibili: sempre che all´attuale squadra di governo ne succeda una coraggiosa e competente. Molto più gravi possono essere i guasti che un governo può arrecare alla fibra morale della società, assecondandone le tendenze dissolventi. I guasti si sono prodotti in particolare su tre fronti critici. Il primo è quello dell´identità nazionale. Che non è stata mai molto sicura di sé. Il nazionalismo fascista è la controprova della sostanziale superficialità di un patriottismo nutrito di retorica e privo di cultura storica. Scomparso quello nel disastro e nell´umiliazione della guerra perduta, il sentimento patriottico ha rischiato di ridursi alle manifestazioni ludiche del tifo calcistico, rivendicate anche nel nome del più grande nuovo partito di governo. Molto di più: le più gloriose epoche della storia nazionale italiana, il Risorgimento e la Resistenza, sono state oggetto di una esibita trascuratezza, fino al limite del revisionismo reazionario: per fortuna contrastata con generosa energia dalla parola e dall´azione infaticabili del presidente della Repubblica. Intanto, nelle zone più ignoranti e retrive del Paese si affermava un movimento secessionistico nutrito di rancori paesani e di una mitologia di cartapesta. In nessun paese civile sarebbero stati tollerati gli oltraggi osceni rivolti da quello ai simboli dell´unità nazionale. Mentre non è possibile neppure immaginare un cittadino americano o francese che invita a buttare nel cesso la bandiera nazionale, il protagonista di questa bravata, in Italia, è stato nominato ministro delle Riforme. Quegli intellettuali che si atteggiano ad alfieri della grande tradizione liberale si sono distinti per disattenzione, o benevola paterna riprovazione; come per il sostanziale avallo a quella riforma disastrosa detta pappagallescamente della «devolution».
Il secondo aspetto è costituito dall´ondata di privatismo apolitico, mascherato da individualismo liberale. Un mercatismo senza concorrenza e senza neppure privatizzazioni. Un antistatalismo non inteso a smantellare le rendite delle corporazioni e le inefficienze della burocrazia, ma a scalzare l´autorità e il prestigio della magistratura per salvaguardare interessi oscuri, ritardare o affondare processi. Questo antistatalismo mira non alla riforma dello Stato, ma alla sua resa ai rapporti di forza privati. Attraverso questa offensiva passano i grandi intrighi delle mafie e i piccoli intrallazzi della furberia italiana, del fai-da-te familistico, della disonestà fiscale, che tanta comprensione hanno trovato ai massimi livelli del governo. La terza magagna è la rivalutazione della fatuità italiana, che ha reso non gloriosamente famose le nostre «maschere» in tutto il mondo: esibizionismo cialtrone, inaffidabilità di impegni, voltagabbanismo.
Queste tre derive hanno suscitato fortunatamente un moto di rigetto profondo. Ma i guasti che hanno provocato sono assai gravi: uno per tutti, l´abbandono di una posizione storica di credibile e dignitoso impegno europeo, duramente conquistata, in cambio di uno strapuntino americano. La classe politica del centro sinistra che spero sarà chiamata presto a ripararli avrà certo un compito arduo.
È altrettanto certo che questo compito apparirà in tutta la sua vastità, ma potrà anche contare su una ampia mobilitazione di forze, se non si limiterà solo alla riscossa dell´economia, imprescindibile ovviamente, e sarà sostenuto anche da una controffensiva morale diretta a restituire al paese il senso identitario della sua grande storia, a combattere strenuamente le più vistose manifestazioni del suo malcostume privatistico (anzitutto, come ha annunciato con forza Prodi, ingaggiando una lotta senza quartiere contro l´evasione fiscale), e a ridare attenzione e risorse prioritarie alla cultura italiana, in tutte le sue forme, così indegnamente mortificate: quelle dell´intelligenza e della ricerca, quelle dell´educazione scolastica e civica, quelle del suo territorio meraviglioso, della sua arte, della sua musica. Non era questo il «primato» degli italiani?
Con fiducia andrò a votare, il 9 aprile, portandomi in tasca il libretto del mio vecchio amico Paolo Sylos Labini, disperato appello alla speranza. Voterò anche per lui. Il presidente del Consiglio «mi consentirà» questo broglio elettorale.