Un mostro si aggira per l’Europa:la direttiva Bolkestein!

Potrebbe scendere il sipario su quel che resta del sistema di previdenza sociale, di diritti dei lavoratori, di servizio pubblico, al quale anni di privatizzazioni e deregolamentazioni di settori economici hanno già inferto terribili colpi. Posta a spegnere i riflettori sul c.d. “modello europeo” sembra essere proprio l’entrata in vigore della direttiva BOLKESTEIN, battezzata con il nome dell’ultra-liberista olandese, Commissario per la Concorrenza e il Mercato Interno, che ne ha esercitato l’iniziativa legislativa durante la Presidenza Prodi.
Elaborata con la consultazione di diecimila aziende e di nessun sindacato o organizzazione della società civile, la proposta di legge è stata trionfalmente annunciata come un provvedimento volto a “diminuire la burocrazia e ridurre i vincoli alla competitività” e ad applicare le regole della concorrenza commerciale ad ogni tipo di “servizio”: termine che, ai sensi dell’art.4 del testo approvato nel gennaio 2004, sta ad indicare “qualsiasi attività economica non salariata che consiste nel fornire una prestazione dietro un corrispettivo economico”.
E’ evidente che gli “ostacoli” da rimuovere sono quelle legislazioni e quei regolamenti nazionali, considerati dalla Commissione Europea “arcaici e obsoleti”, che impongono norme su tariffe, qualità, trasparenza della gestione di un servizio, e a garanzia della possibilità di tutti di accedervi.
Quindi la Bolkestein, predicando l’apertura di un mercato ovunque un’attività economica possa essere fornita da un privato, e riducendo la capacità di intervento delle autorità locali in materia di sviluppo, di sicurezza sociale e ambientale, rafforza le politiche liberiste della UE sia all’interno dei confini dei singoli Stati, dove si assiste allo smantellamento dei servizi pubblici per la riduzione di risorse a loro destinate, sia nelle sue relazioni su scala globale.
Quanto a queste ultime, la Direttiva richiama l’Accordo GATS (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi) perfezionato in sede WTO, ed addirittura lo supera. Comuni ad entrambi sono i principi di trasparenza (informazione sui servizi), di accesso al mercato e del trattamento nazionale (identità di trattamento da parte dello Stato membro a fornitori nazionali e stranieri).
Se nel GATS essi devono essere chiaramente esplicitati per ogni settore ed esiste un margine per intervenire con restrizioni, la Bolkestein obbliga lo Stato membro ad imporre le stesse condizioni a tutti gli erogatori di servizi indipendentemente dalla loro nazionalità, ma senza poter pretendere il rispetto delle regole in vigore al suo interno, data l’introduzione, che il provvedimento potrebbe operare, del principio del Paese d’origine (art.16).
Se gli emendamenti che si oppongono a questa norma saranno bocciati ed essa verrà pertanto contemplata nel testo finale della direttiva, il fornitore di un servizio sarà sottoposto alla legge del Paese in cui ha sede l’impresa, e non di quello dove opera.
Non è difficile capire quali conseguenze derivino da questa scelta, soprattutto considerando il gap che separa i diversi livelli di tutela ambientale, fiscale,sindacale e sociale degli Stati membri in seguito all’allargamento all’Europa dei 25.
Se da una parte si hanno sistemi in cui, almeno formalmente, sono ancora in vigore regolamentazioni del mercato di beni e servizi e di quello del lavoro, dall’altra gli otto “Paesi dell’Est” entrati nella UE lo scorso anno presentano legislazioni proprie del c.d “Stato minimo”, frutto di quindici anni di transizione al capitalismo scanditi dalle pressioni della Banca Mondiale, del Fmi e della stessa Unione per prepararne l’entrata, secondo un imprinting ai principi neoliberisti dei Paesi occidentali già suoi membri.
L’effetto principale dell’ingresso di questo principio nell’ordinamento europeo sarà l’incoraggiamento alle imprese a trasferire le proprie sedi legali nei Paesi dove la minore tutela del lavoro comporta la riduzione dei costi, per poi tornare ad erogare servizi nei Paesi più regolamentati, ottenendo un profitto maggiore di quello che si percepirebbe mantenendo la sede nel luogo di partenza.
Oltre che a creare forti disuguaglianze tra i lavoratori e a vanificare anni di lotte sindacali per il raggiungimento di diritti oggi riconosciuti nelle discipline interne vigenti ( “ostacoli” scavalcabili nell’Europa post Bolkestein con un semplice cambiamento d’indirizzo al di là del confine), si rischia di aprire una vera e propria asta al ribasso sulle tutele offerte nel mercato del lavoro.
I Paesi dove queste sono più avanzate subiranno infatti pressioni crescenti man mano che le imprese si trasferiranno formalmente in quelli dove minore è la regolamentazione.
Ed è chiaro che questo non avverrà solo per eludere li vincoli a garanzia del lavoratore, ma anche quelli in materia ambientale, di controllo del territorio, di trasparenza e di imposizione fiscale.
Ovviamente l’impulso alle privatizzazioni e il principio del Paese d’origine sono costellati da una serie di altre norme di stampo liberista a loro intonate, ad esempio quelle riguardanti il distacco dei lavoratori, che pongono la responsabilità dei controlli e delle ispezioni sulle condizioni di lavoro in capo al Paese di provenienza e non a quello ospitante.
Da ciò deriva una situazione di maggiore insicurezza, che può culminare nel fenomeno dei “lavoratori fantasma”, la presenza dei quali è sconosciuta e che pertanto non godono di fatto dei diritti e delle garanzie come dovrebbero.
L’iter parlamentare della direttiva ha subito dei ritardi dovuti alla presentazione di ben 1154 emendamenti al testo, nonché all’emergere di posizioni contrarie nella Commissione Ambiente e in quella Affari Sociali.
Proprio quest’ultima lo scorso luglio ha segnato un importante risultato politico, deliberando a maggioranza l’esclusione dall’ambito di operatività della direttiva dei servizi di interesse generale (istruzione, sanità, servizi sociali, …che rientrebbero altrimenti nell’ampia definizione inserita nella proposta), il rigetto del principio del Paese d’origine, la cancellazione delle norme sul distacco dei lavoratori.
Agli inizi di ottobre si è inoltre manifestata una spaccatura anche all’interno della Commissione Mercato Interno, costretta ad aggiornarsi al 21-22 novembre. Il voto in plenaria del PE, previsto per la fine di questo mese, è pertanto slittato al gennaio 2006.
Gli arresti verificatesi sul piano istituzionale sono senza dubbio eventi rilevanti, ma non sufficienti ad assicurare né il congelamento della proposta né una sua accettabile modifica, soprattutto considerando la manifesta volontà della presidenza Blair di accelerarne l’approvazione e il coro di dichiarazioni rivolte in tal senso che vi ha fatto eco.
Coro a cui contribuiscono le recenti parole di La Malfa, secondo il quale l’Italia dovrebbe “adottare unilateralmente la direttiva” e fungere da “apripista” nell’Unione.
A partire dal Forum Sociale Europeo di Londra è stata lanciata una campagna per il ritiro della Direttiva, volta a sopperire alla mancanza di informazione sull’argomento e a organizzare momenti conflittuali a riguardo, tra cui la giornata del 15 ottobre, che ha visto scendere nelle piazze europee le migliaia di donne e uomini contrari all’Europa dell’involuzione sociale.
E’ necessario che i lavoratori, le associazioni, i cittadini decisi a difendere il ruolo del welfare e della tutela pubblica dalle razzie del “laissez-faire” del nuovo millennio, e a ribadire che salute, istruzione, cultura non sono beni che si possono acquistare nella grande ”Standa” del mercato mondiale o europeo ma oggetto di diritti di tutta la collettività, partecipino attivamente alla campagna STOP BOLKESTEIN!, mobilitandosi con risolutezza e determinazione e facendo sentire la loro voce, estromessa dalle consultazioni, da ogni luogo del continente fino a Strasburgo e Bruxelles.