Un milione e mezzo di atipici, poveri e disillusi

In Italia ci sono 803.588 persone che hanno come unica fonte di sostentamento il reddito da lavoro flessibile, reddito che è molto inferiore alla media. E’ il “nucleo duro” dei lavoratori atipici, come lo chiamano i ricercatori dell’Ires Cgil e i ricercatori della facoltà di scienze della comunicazione della Sapienza di Roma che ieri hanno presentato, insieme al Nidil Cgil, i risultati per l’anno 2006 dell’osservatorio permanente sul lavoro atipico. I ricercatori hanno elaborato i dati dei lavoratori iscritti alla gestione separata dell’Inps, ossia gli autonomi e i collaboratori. Su quasi 9 milioni e mezzo di iscritti ci sono 1.475.111 parasubordinati, a cui vanno aggiunti 209mila che hanno una partita Iva individuale. In prevalenza di sesso maschile, con un’età media di 41 anni, di 35 per le donne, questo esercito di collaboratori atipici, in «costante aumento da una decina di anni», sono sull’orlo della precarietà. Oltre il 58% di loro ha un reddito che non supera i 10mila euro, solo il 7% dichiara più di 50mila euro. E fino a 40 anni questi lavoratori si trovano «strutturalmente al di sotto del reddito medio». Se poi l’analisi si sposta sui contributi versati dal committente si scopre una differenza di genere molto preoccupante: l’imponibile che dichiarano per le donne è mediamente inferiore della metà rispetto a quello degli uomini e questa è una costante in tutte le fasce d’età, a dimostrare come «esista una reale disparità di reddito tra maschi e femmine». Gli atipici si trovano principalmente nella pubblica amministrazione, nei servizi alle imprese e nei servizi pubblici che insieme superano il 70% del totale dei collaboratori con reddito esclusivo, ossia coloro che hanno un unico committente e che sono la stragrande maggioranza (il 90%). La ricerca individua anche chi fa parte del nucleo degli atipici: i collaboratori dei giornali, i dottorandi di ricerca e i borsisti del Miur, i collaboratori parasubordinati, i collaboratori occasionali, gli associati in partecipazione e i venditori porta a porta.
La seconda parte dello studio riporta i risultati di interviste ad un campione di 560 lavoratori e lavoratrici atipici. Anche fra loro la committenza unica è la forma di rapporto prevalente, che riguarda l’80% del campione. La novità che emerge è che questi atipici hanno un rapporto di «quasi dipendenza» con il loro committente, dato che lavorano all’interno del luogo di lavoro perlopiù con una presenza quotidiana e con un orario di lavoro fisso. Come se non bastasse è «abbastanza comune», soprattutto fra i co. co. co. (ancora massicciamente presenti nelle pubbliche amministrazioni) e fra i lavoratori a progetto, che vengano utilizzati per mansioni diverse o aggiuntive rispetto a quelle previste dal contratto di assunzione. Un’altra grande anomalia riguarda l’orario di lavoro e i salari: la metà del campione (il 63% nel settore privato) lavora più di 38 ore a settimana, a volte anche più di 45 ore. E uno su due guadagna meno di 1.000 euro al mese (il 31% addirittura dichiara di avere un reddito inferiore alle 800 euro mensili). Più della metà dei collaboratori che hanno professioni qualificate in ambito scientifico guadagna fra gli 800 e i 1.200 euro al mese. Questo perché, è scritto nel rapporto «le retribuzioni sono fissate tramite contrattazione individuale, fuori dal contratto nazionale». E il potere ricattatorio dei datori di lavoro nei loro confronti è una conseguenza evidente. Peggio va ai collaboratori che operano nel privato, ma peggio di tutti stanno i lavoratori impiegati nelle aziende esternalizzate, cioè in quelle aziende private che hanno una commessa pubblica, dove il 75% dei dipendenti guadagna meno di 1.000 euro al mese.

Accertato tutto questo, le risposte alle domande sulla loro condizione, lavorativa e sociale, e sulle prospettive sul futuro non possono che ottenere risposte non proprio all’insegna dell’ottimismo. Il 65% degli intervistati ritiene che il proprio reddito sia insufficiente o appena sufficiente a vivere e ben l’82% non ha figli (il 50% nella fascia oltre i 35 anni di età). Considerando poi che l’ingresso nel mondo del lavoro avviene tardi (in media intorno ai 30 anni) e che la condizione di precarietà arriva ad estendersi fino ai 45, c’è da aggiungere che il rapporto di lavoro non è costante: solo il 33, 5% degli intervistati infatti lavora nello stesso posto da due o tre anni, anche se nel pubblico impiego il 50% ha lo stesso impiego da più di 4 anni. Ma questo arco di tempo è contraddistinto da più contratti di breve durata, raramente superiori ad un anno, arrivando a firmare anche 15 contratti (sempre collaborazioni, ovviamente) con lo stesso datore di lavoro. A dimostrazione di come «l’istituto della collaborazione para-subordinata è diventata non più l’eccezione ma di fatto la regola, quasi come se fosse una sorta di accesso prolungato alle professioni». Non stupisce dunque che gli atipici vedano nero se guardano al futuro, anche a quello a breve scadenza, circoscrivendo le prospettive nell’ambito delle collaborazioni. Paradossalmente la precarietà sta assumendo i contorni della rassegnazione a non avere alcuna prospettiva professionale, tanto che solo una sparuta minoranza vede la possibilità di far carriera all’interno del luogo del lavoro che occupa attualmente. «Quando abbiamo chiesto loro cosa vorrebbero cambiare della loro condizione molti atipici giovani hanno chiesto i diritti piuttosto che l’aumento di salario, come invece chiede la maggioranza dei collaboratori più anziani» spiega Eliana Como, la ricercatrice dell’Ires che ha condotto la ricerca con il coordinamento di Giovanna Altieri. «Il dato più inquietante è lo scoraggiamento: per emergere da un livello salariale molto basso bisogna attendere i 40 anni – sottolinea Fulvio Fammoni, della segreteria confederale della Cgil – e questa è una condizione che penalizza soprattutto le donne e i giovani». La precarietà, abbiamo visto, è un fenomeno in costante espansione e adesso sta al governo Prodi affrontarlo: «A gennaio partirà il tavolo sulle regole del lavoro e lì dovremo affrontare il problema includendo gli atipici – continua Fammoni – Noi avevamo proposto di inserire nel codice civile solo due figure, il lavoratore economicamente dipendente e quello economicamente indipendente. Il governo ha scelto di agire sul alto dei costi, allora non si fermi a quanto fatto finora: è importante il fondo per l’emersione e è importante che ci sia una contribuzione del 33% anche per gli atipici». Ma il problema sta anche a monte, come dice Mario Morcellini, preside di Scienze della comunicazione: «E’ l’impostazione culturale che deve cambiare, perché nessuno ha capito il potere di devastazione dei rapporti sociali che contiene la precarietà».