Un manifesto dell’antipolitica

la vicenda storico-antropologicaIl libro Oltre il Novecento di Marco Revelli costituisce un vero e proprio manifesto dell’antipolitica, espressione di quella sinistra sociale postmoderna che sempre più intensamente subisce il fascino del premoderno. E’ infatti la politica novecentesca il grande bersaglio polemico di Revelli. I suoi strali si indirizzano certo anche contro il comunismo e impietosamente colpiscono tutto di quella vicenda, mettendo insieme avvenimenti che furono contigui ma non simili né automaticamente sovrapponibili – e anzi spesso divaricarono. Già questa scelta di non distinguere segnala la vocazione all’antipolitica di Revelli. Se infatti non si può dissentire da lui né dalla sua implacabile critica dei cosiddetti “socialismi reali”, né dalla sua messa sotto accusa di quella micidiale ideologia del realismo politico, per cui il fine giustifica i mezzi e le difficoltà del contesto storico assolvono sempre “gli assassini” (ideologia che tenne acriticamente soggiogata al carro dell’esperienza sovietica troppa parte del movimento comunista), si deve invece radicalmente dissentire proprio da quel suo approccio riduzionistico e omologante, filosofico prima ancora che analitico. Un approccio che trasforma la prassi politica novecentesca del conflitto di classe nella metafora del diabolico e riduce la storia del movimento operaio organizzato in quel secolo nell’ossessiva ideologia produttivistica che certo lo segnò. E che non vede invece il segno dell’emancipazione umana e dell’umano desiderio di libertà che così straordinariamente si è impresso nel Novecento – mai come in questo secolo – non in piccola parte grazie al comunismo. E’ proprio quel segno che Revelli sottopone a critica: il segno della politica come specificamente nel Novecento si è incarnata per grandi masse di uomini e di donne, che nell’agire politico collettivo, nella diffusa conoscenza critica di come vanno le cose nel mondo, nell’autorganizzazione, nella militanza volontaria, non soltanto furono in grado di sottrarsi – almeno in parte consapevolmente – alla millenaria antropologia della subordinazione e lottarono efficacemente per i propri bisogni, ma costruirono un orizzonte di senso per le loro lotte, occuparono lo spazio pubblico come luogo della propria pensabilità storica oltre che della propria azione sociale. Non le formiche guerriere al lavoro – il revelliano homo faber a questo riduce l’esperienza del mondo del lavoro – ma la dignità di chi lavora e soprattutto il diritto delle classi e dei soggetti subalterni a “pensare il mondo” per cambiarlo. Se questo aspetto così tipicamente novecentesco viene ricondotto e ridotto alla metafora del prometeismo – metafora per altri aspetti condivisibile – questo significa che non c’è via di fuga allo stato di cose esistente e che i millenari e sotterranei processi di sommovimento sociale – di cui parla Revelli – tali devono restare e sedimentare tutt’al più frammenti reticolari di socialità diffusa. Non diversamente da come è sempre avvenuto, in tutta la storia.
Seppellite anche le donne Appunto, la politica è espunta. Non a caso Revelli – insieme con l’homo faber, il conflitto di classe, il comunismo, il militante politico – seppellisce tutta la grande vicenda storico-antropologica rappresentata dall’emersione al mondo – nello spazio pubblico della politica – delle donne come soggetto capace di essere collettivo oltre che articolato in mille diverse e differenti esperienze. Quindi in grado di concorrere in maniera determinante alla trasformazione del mondo. Revelli seppellisce così quella che le femministe hanno chiamato la libertà femminile: l’inaudito nella storia dell’umanità. Quell’inaudito che, nel Novecento, è diventato pratica sociale, sfida politica, elaborazione teorica, sapere diffuso. Seppellisce senza per altro neanche nominare, perché nel suo libro le donne, in questa dimensione, non ci sono. Nel secolo con cui Revelli vuole chiudere i conti in maniera così estrema e totale, le donne invece sono state politicamente protagoniste proprio in quanto hanno messo radicalmente in discussione la loro condizione di secolare, millenaria subalternità. Si sono dette e pensate e hanno agito collettivamente. Per questo una donna non può buttare sale sul Novecento, come se si trattasse del suolo dell’antica, maledetta Cartagine, su cui i Romani avevano deciso che più neppure un filo d’erba dovesse ricrescere, a futura infamia del luogo. Una donna non può seppellire quel secolo nell’oblio più assoluto, nel buco nero della damnatio memoriae, perché è proprio là – tra le tragedie infinite che ne hanno costellato la storia e però anche tra gli inauditi percorsi di libertà che nel “secolo breve” hanno sfidato l’intero arco della storia umana – è proprio là, in questo groviglio lacerante di contraddizioni, che si affondano le radici della nostra storia di donne, gli snodi cruciali di quella “rivoluzione più lunga” che è entrata a fondo e si è sedimentata nel corpo sociale, ha cambiato gli uomini e le donne, ha spostato le cose e il senso delle cose. Via via in tutto il mondo, in maniera incalzante. E non ha versato sangue, non ha riprodotto la logica micidiale dell’amico-nemico, non ha creato nessun altra invasiva e totalizzante gerarchia del potere. Così il Novecento non può essere ridotto al rimbaudiano “tempo degli assassini” ed è l’esperienza politica delle donne in quel secolo – non certo una metafisica e metastorica essenza femminile – a consegnarci il grande interrogativo per ripensare e reagire la politica della trasformazione, a chiederci se sia possibile una politica sottratta alla logica dell’amico/nemico, all’idea del conflitto come annientamento pratico e simbolico dell’Altro, del cambiamento come tragica inversione dei ruoli e affermazione di nuove gerarchie di potere – Simone Weil parlava delle vittime di ieri che diventano gli oppressori di oggi. Le donne nel Novecento non soltanto hanno lottato per il pane, i diritti, la libertà – bread and roses – ma hanno nominato e combattuto, politicamente oltre che teoricamente, il genocidio simbolico di se stesse, hanno svelato la radice profonda dell’imbroglio patriarcale, che consiste appunto, in primis, proprio nella negazione del diritto all’umano per la metà dell’umanità, per la parte femminile della società. E lo stigma negativo incorporato nell’icona della strega – a indicare l’indicibile e l’esecrando di una donna che si sottrae alla legge maschile – si è mutato in un segno di consapevolezza, ribellione, soggettività. E con ciò stesso le donne hanno prodotto l’evento di una nuova nascita per lo stare al mondo di tutti e tutte.
Non solo «lacrime e sangue» Un passaggio di civiltà, è stato detto, che è maturato e si è prodotto certo anche fra le lacrime e il sangue del Novecento, ma certo anche per il fatto sostanziale che non tutto il quel secolo è stato lacrime e sangue. Protagoniste ovviamente significa anche che le donne hanno attraversato tutti gli orrori del secolo, oltre che i percorsi di emancipazione, liberazione, libertà della “rivoluzione più lunga”. Non tutto neanche per quel che riguarda le donne è rose e fiori perché nulla nella storia dell’umanità è soltanto rose e fiori. Degli orrori le donne sono state spesso le prime vittime ma anche se ne sono fatte responsabili. Per complicità antropologica con l’ordine patriarcale con l’ordine patriarcale e per il desiderio di essere legittimate dal potere maschile, come ancora succede per troppe donne che imbracciano il fucile e straparlano di guerre umanitarie; oppure per conformismo opportunistico, agio personale, abbaglio mentale. Oppure anche per convinzione maturata. Molte donne hanno concorso a legittimare il fascismo e il nazismo. Come dimenticarlo? E nella vicenda del comunismo novecentesco, molte altre hanno mimato, con le scelte della loro vita pubblica e privata, la terribile e tragica identificazione tra comunismo e volontà del partito (partito-stato nei cosiddetti socialismi reali, sempre comunque partito religiosamente con la “p” maiuscola), condividendo quella micidiale partitolatria, quel comunismo grottescamente identificato nell’ipse dixit di un capo, un comitato centrale, un apparato, che spesso ha corroso alle radici le ragioni stesse della scelta comunista e che del comunismo ci ha lasciato macerie. Ma c’è l’altro versante. Il “secolo breve” è stato in realtà lunghissimo, per le donne un infinito corpo a corpo col patriarcato – e con l’intreccio tra ordine maschile e ordine capitalistico – che ancora dura e che sicuramente segnerà questo secolo agli albori, non a caso già contrassegnato da accuminate e inedite modalità del conflitto tra i sessi su scala planetaria. E la critica femminista ai tempi e alle modalità del lavoro fordista, a cui Revelli nel suo libro dedica giustamente alcuni passaggi elogiativi, non può essere scissa dall’esperienza umana femminile per il diritto al lavoro fuori casa, dalla dura lotta emancipativa per rompere il cerchio della domesticità e della maternità come destino biologico, dall’“inaudito” della pretesa femminile alla cittadinanza attraverso il Welfare oltre che il diritto di voto. C’è un nesso tra quella critica femminista e la storia novecentesca delle donne e il nesso si chiama soggettività politica.
L’“antico” ricatto, lavoro o maternità Negli anni Venti, in Gran Bretagna, un’apposita legge, abolita soltanto nel 1944, impediva alle insegnanti di sposarsi. Una volta contratto il matrimonio, le donne dovevano abbandonare il posto di lavoro. Torna di moda oggi, nel post-fordismo senza regole, che costringe le giovani donne a scegliere tra maternità e lavoro. Per gran parte del secolo le donne hanno continuato a vivere in una condizione di inferiorità giuridica, considerate né più né meno che minus habentes. Il diritto a votare in Svizzera è stato ottenuto nella tarda seconda metà del secolo. In Italia, nell’assemblea costituente – quella della grande Costituzione del 1948 – molte voci maschili si levarono contro la pattuglia femminile che pretendeva (e otteneva) l’uguaglianza nel diritto ad accedere alla magistratura. L’inaudito dell’essere sotto giudizio pubblico di una donna. Duro da digerire. Anche di tutto questo qualcosa torna nell’ottusità di certe sentenze della Corte di Cassazione in Italia, nelle maledizioni bibliche del Vaticano contro il principio dell’autodeterminazione, nella persistente opacità che nasconde il grande irrisolto problema della democrazia di genere. Questa è storia del secolo che abbiamo alle spalle e che va oltre il secolo. Secolo attraversato dal più grande inaudito della storia dell’umanità: appunto quello di soggetti senza parola, simbolicamente inesistenti, che si dicono e si rappresentano a partire da sé, da propri bisogni materiali e esistenziali, dal proprio desiderio di senso. Grazie alla politica.