Un letto e una lama di luce, nuove celle di Guantanamo

Ho fatto il talebano. Nel senso che il capitano della Navy Kris Winter, una donna dai modi garbati, ha accettato di chiudermi in una cella di Camp Delta, a Guantanamo. Ha scelto la 47 del primo settore. Possibilità di movimento: 4 passi in lunghezza e un solo passo in larghezza. In queste gabbie metalliche i detenuti marciscono da 5 anni. Ma presto le rimpiangeranno. Li aspetta una prigione di massima sicurezza. Un posto da brividi, un mostro d’ acciaio e cemento, costruito dalla società Halliburton, che ebbe come amministratore delegato il vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney. Costo 39,9 milioni di dollari. Per chi ragiona ancora in lire, sarebbero quasi 75 miliardi. La nuova prigione dimostra due cose: il governo americano, nonostante gli appelli internazionali, non ha nessuna intenzione di chiudere Guantanamo; secondo: molti detenuti non usciranno mai di qui. «Sono terroristi – sentenzia l’ ammiraglio Harry B. Harris, il capo della base -. Abbiamo il diritto di tenerli». Le ultime rifiniture al supercarcere avvengono sotto l’ occhio vigile della signora Eileen Fonseca, ufficiale della Navy. Le guardie spalancano per lei pesanti cancelli metallici, attraverso i quali sbuchiamo in un ambiente cupo, con una luce crepuscolare da incubo. Di fronte, le celle su due piani. La commander Fonseca apre la 167. Una volta dentro, col cancello chiuso, il mondo sparisce. Pareti di cemento, la base del letto in cemento e un’ unica feritoia larga una decina di centimetri e alta più o meno un metro, fatta di vetro infrangibile e opaco, da cui filtra una luce lattiginosa. Nel soffitto è incastonato l’ occhio di una telecamera. «Staranno bene – ritiene l’ ufficiale Fonseca -. Cibo buono e aria condizionata». Così gelida da rendere tutto più raccapricciante. La dimensione delle celle è la stessa di quelle di Camp Delta, ma mentre lì i detenuti si vedono e si parlano attraverso le maglie metalliche, qui ognuno è solo con se stesso. Al secondo piano troviamo il centro di controllo, 15 militari seduti davanti a 24 schermi sui quali arrivano le immagini di centinaia di telecamere inserite nelle celle, nelle pareti esterne e a tutti gli angoli dell’ edificio. Ogni tre passi c’ è una grande mattonella di vetro nel pavimento, un pozzo luminoso per controllare cosa succede di sotto. Camp Delta è composto da 4 settori: Camp 1, 2, 3 e 4. Seguendo nella numerazione, la prigione di massima sicurezza, l’ ultima nata, è Camp 6. Camp 5 è simile alla 6, ma su un solo livello. E ha già i primi ospiti: i 14 leader di Al Qaeda arrivati all’ inizio di settembre dopo una lunga permanenza nei black sites, i buchi neri, le prigioni segrete della Cia. Il capo qui è John Faith, uno spilungone del Texas. Mi guida lungo corridoi dalle cui pareti pendono decine di manette e catene. Di colpo in una cella qualcuno grida in una lingua incomprensibile. Un’ altra voce risuona nella cella di fronte. Potrebbe essere Mohammad Sheikh Khalid, il numero 3 di Al Qaeda, oppure Abu Zubaydah, responsabile dei campi di addestramento terroristici, o forse è la voce di Ramzi Bin Al Shibh, uno degli ideatori dell’ attacco alle Torri gemelle. Invece in un altro braccio della prigione echeggiano voci salmodianti che fanno pensare a una preghiera. Camp 6 era stata concepita come prigione di media sicurezza, secondo lo standard americano. «Ma due episodi – spiega l’ ammiraglio Harris – ci hanno spinto a creare condizioni di massima sicurezza». Il 10 giugno 3 detenuti si suicidarono contemporaneamente. Un gesto definito da Bush «un atto di guerra». L’ altro fatto risale al 18 maggio. Accadde nel Camp 4, dove 130 prigionieri godevano di un minimo di libertà per aver collaborato. Attirarono le guardie fingendo che un detenuto si stava uccidendo. Era un agguato. Strinsero una cordicella al collo di una guardia cercando di strozzarla. Gli altri militari spararono proiettili di gomma. La rivolta finì lì. «Ma abbiamo imparato che non ci si può fidare – dice l’ ammiraglio Harris -. Sono terroristi». Perciò meritano un trattamento severo. Cambierà anche l’ abbigliamento. Via le tute arancione, ne indosseranno una grigia di materiale plastificato che non si straccia, così non potranno ridurre il tessuto in corde per impiccarsi. Di processarli non si parla. Le commissioni militari sono state bloccate dalla Corte Suprema. Il Congresso dovrà decidere se farle ripartire. L’ aula in cui tenevano udienza, con computer, telecamere, impianti per la traduzione simultanea, poltrone in pelle lucida, è un gioiello rispetto ai tribunali italiani, ma è desolatamente vuota.«All’ inizio del 2007 – dice il colonnello Maurice Davis, capo del settore giudiziario del Pentagono -, credo che saremo di nuovo al lavoro». Per alcuni, si profila il rischio della pena di morte. Oltre alle commissioni, è attivo un board di militari davanti al quale un detenuto può comparire senza assistenza legale. Lo fanno sedere su una sedia bianca di plastica e gli legano una gamba con una catena fissata al pavimento. «Deve giustificare – dice il capitano Philip Waddington – perché era lì dove è stato catturato. Ha diritto di vedere solo alcune prove, non possiamo mostrargli secret evidences, prove segrete». Il board compila poi una relazione che viene mandata al Pentagono. E lì si decide se liberare o no il detenuto. Finora ne sono stati rilasciati 320. «Per una nazione in guerra – dice l’ ammiraglio Harris – non è normale rilasciare nemici. Ci assumiamo un rischio: potrebbero tornare a combattere contro i nostri soldati e contro gli alleati. Anche contro gli italiani». I detenuti rimasti sono 459, compresi i 14 leader di Al Qaeda. L’ 85 per cento rifiuta di presentarsi davanti al board di militari. Sono i duri, inflessibili, che continuano a minacciare di essere pronti «a uccidere gli americani quando usciremo di qui». Ma questo li inchioda e ora li porterà nell’ orribile Camp 6. «Sono in un limbo», dice il capitano Waddington. Dopo 5 anni sono senza accuse, senza processo, senza assistenza legale. In Italia al tempo delle Brigate rosse, la carcerazione preventiva poteva seppellire un detenuto in carcere per 10 anni senza processo. Ma almeno c’ era un’ imputazione precisa. Qui niente.