Un lavoro sempre più precario

I trend occupazionali hanno visto un rafforzamento fino al 2004 delle posizioni di lavoro dipendenti permanenti rispetto a quelle a termine, con una riduzione relativa dei primi però, già tra il 2003 e il 2004 tra i nuovi occupati fino a giungere a una parità quasi assoluta tra nuovi occupati a tempo indeterminato e a termine nel 2005. L’ultimo anno segna infatti una crescita del lavoro a termine di +6,2% rispetto al 2004, per un totale di +118mila occupati “a scadenza”, la cui quota è così passata dal 38,6% del 2004 al 40% tra i nuovi occupati (percentuale che arriva quasi al 50% per i lavoratori con meno di 30 anni; nel 2004 era il 46,4%).
Se poi analizziamo i trend dell’occupazione part-time, pur continuando (lentamente) a crescere tra i lavoratori dipendenti, solo tra il 2003 e il 2005 diminuisce di più del 10% tra i lavoratori indipendenti, con un saldo finale di poco superiore al +1%. Anche in questo caso a scontare la più marcata riduzione relativa di contratti a part-time tra i dipendenti sono le donne meridionali: solo tra il 2004 e il 2005 il tasso di crescita è stato minore di un settimo rispetto al resto del paese.

Il part-time continua lievemente a crescere infine soprattutto concentrato nel terziario del Centro e Nord Italia con una forte componente femminile, ma non riesce a compensare la decrescita generale dei tassi di occupazione, soprattutto se prendiamo come riferimento le Unità di lavoro standard (Ula). Anche in questo caso il 2005 rispetto al 2004 ci consegna infatti non tanto una crescita netta dell’occupazione quanto una sua diversa “retristribuzione”, con una crescita di occupati a tempo parziale dell’1,9% rispetto al +0,5 dei tempi pieni; crescita che diviene dell’8,4 contro il +1,3 se prendiamo i lavoratori dipendenti. Questo spiega in parte le stesse discrasie tra diminuzione delle Ula e aumento delle persone in carne ed ossa che lavorano.
In conclusione se sull’universo totale l’occupazione subordinata a tempo indeterminato continua a essere maggioritaria, in termini di nuova occupazione registriamo la fine del ciclo positivo che ha visto creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro stabili e a tempo pieno (non semplicemente “redistribuiti”) e assistiamo a una fortissima crescita della componente precarizzata (contratti a meno di 16 ore settimanali, a termine, lavoratori ex interinali oggi in somministrazione, partite Iva monocommittenti, associati in partecipazione e co. co. pro, per un totale di 5 milioni e mezzo, cioè quasi il 30% del lavoro dipendente).

Queste dinamiche spiegano anche il senso di quanto rilevato dalla Banca d’Italia secondo cui “si è allargato il divario fra i salari di ingresso e quelli medi. La quota dei lavoratori a bassa retribuzione è oggi stimabile nel 18% del totale ed è costituita per l’11% da occupati a tempo pieno e per il 7% da occupati a tempo parziale”.

(www. rassegna. it)