Un keynesismo bellico

Il 2 novembre 1999, davanti ai primi segni di una crisi da deflazione, sull’inserto economico del Corriere della Sera un commentatore scriveva: «Per la ripresa dell’economia reale potrebbe anche essere necessaria una politica fiscale più espansiva e addirittura azzerare i tassi di interesse, per dare priorità alla crescita più che all’equilibrio di bilancio e alla stabilità dei prezzi». L’articolista era Lamberto Dini, eterno ministro degli Esteri dei governi di centrosinistra. Molto di quanto sta accadendo in questi giorni nell’economia del dollaro come in quella dell’euro, ricorda da vicino quelle parole.Le monete come argine Riassumiamo: lunedì la riapertura della piazza d’affari globale di Wall Street a quasi una settimana dai giganteschi attentati alle Twin Towers di New York e al Pentagono di Washington ha visto, come ha acutamente osservato ieri su la Repubblica Federico Rampini, una «grande coalizione» che «non si esauriva con le banche centrali» statunitense ed europea ma si estendeva a «governo e opposizione, poteri forti del capitalismo e autorità di Borsa». Una coalizione che ha steso un «cordone sanitario» contro un crollo, con misure che però vanno anche al di là della contingenza. Basta guardare gli interventi messi in opera in pochi giorni. Dapprima, il trasferimento di 50 miliardi di dollari dalla Federal Reserve alla Banca centrale europea, già all’indomani delle stragi, cui è immediatamente seguita una prima, massiccia immissione di liquidità sul mercato da parte della seconda che ha parzialmente frenato l’iniziale caduta a piombo delle Borse del Vecchio Mondo. Poi, quattro giorni di martellanti esternazioni da parte di tutte le figure autorevoli agli occhi del mercato degli investimenti statunitenseper lanciare un solo messaggio: non vendete, difendete l’America cercando di tornare alla normalità degli affari. Un messaggio retorico, di quelli in cui si chiede 100 per ottenere 10. Così è accaduto, nel modo che aspettavano gli osservatori e cui miravano gli araldi del «patriottismo degli affari». La prima giornata di riapertura di Wall Street, l’altro ieri, ha visto la discesa dell’indice Dow Jones ai minimi storici, ma è stato scongiurato l’incubo di una perdita di 10 punti. Quanto alla caduta dei titoli tecnologici, nel Nasdaq, ci ha pensato la Federal Reserve, ammettendo per la prima volta che la crisi aveva attanagliato l’economia nordamericana da ben prima dell’11 settembre, a partire proprio dalla new economy . Il contenimento del crollo è stato in realtà determinato anzitutto dall’autorità monetaria: la Fed ha infatti provveduto a tagliare di mezzo punto i tassi poco dopo le 20 del mattino. A sera, lo stesso e per la prima volta con una manovra precedentemente concordata ha fatto la Banca centrale europea.Il pubblico come ossigeno Il risultato è appunto una discesa ai minimi storici, ma anche perdite sul mercato statunitense contenute nella metà di quelle subite nei mercati europei. Tutto ciò non è stato possibile solo in forza degli interventi monetari: gli investitori, infatti, hanno recepito diversi altri input . Certo, quello ad esempio offerto dalla disponibilità di alcune grandi compagnie a ricomprare i titoli più deprezzati: ma è stata data dietro invito ufficiale del governo. Che, in verità, ha lanciato i segnali più importanti: dalla rete di protezione” subito annunciata per le compagnie aeree avviate al fallimento, alla promessa di nuovi investimenti nelle infrastrutture in nome della sicurezza, e – infine ma non per ultimo – allo stanziamento di 80 miliardi di dollari per la prima reazione militare a venire. Ancora su un quotidiano italiano attento, per costituzione, all’orientamento del mercato, La Stampa , Alfredo Recanatesi poteva così annotare ieri – sotto il significativo titolo «Una mano pubblica» – che «il tempo dirà se Bush si troverà a svolgere un ruolo simile a quello col quale Roosvelt negli anni Trenta riuscì a salvare il corso economico del 20° secolo, compromesso dalla crisi del ’29». Con una sorpresa: «Poiché l’economia mondiale quanto più si globalizza tanto più produce instabilità finanziaria, è necessario che il ruolo compensatore delle istituzioni cresca, non che diminuisca ulteriormente». Questa volta, è un capitalista in carne ed ossa, e di qualche calibro, ad aiutarci a capire. Si tratta di Guido Roberto Vitale, già presidente della Lazard fréres, che, singolarmente intervistato sempre ieri da il manifesto , parla così: «La recessione ci sarà sicuramente. I segnali c’erano anche prima della tragedia e produrranno un’accelerazione. Ma paradossalmente l’emergenza causata dall’attacco terroristico metterà e già sta mettendo in moto politiche antirecessive che probabilmente non si sarebbero attuate in condizioni normali».La guerra come occasione Davvero, è paradossale. Ma prevedibile. Il motto di queste ore dei capitalisti nostrani ed europei, «stringersi attorno agli Usa», è lo specchio d’un interesse reale: agganciarsi alla dinamica che la guerra annunciata introdurrà nell’economia globale, e al riordino che ne prevede la novità di questa “crociata”. Il governatore di Bankitalia continua ad infondere ottimismo su una «ripresa» per la seconda metà dell’anno: stavolta, è confortato dall’opinione dei grandi investitori statunitensi, che parlano di «occasione». E da un governo liberista, come quello di Berlusconi, che annuncia una finanziaria «straordinaria»: aperture della domanda pubblica nelle infrastrutture, stanziamenti militari, altre vendite di “gioielli dell Stato”, nessun aggravio fiscale per le imprese e prime «riforme strutturali» (fondi pensione?). Non è detto che basti al capitale, né che basti per governare la crisi. Il primo chiede attraverso la Confindustria il paradosso estremo: “ammorbidire” il Patto di Stabilità europeo vigilato dalla Bce. La premessa per imitare gli Usa in un ciclo di “keynesismo” bellico e interpretato da destra, riattivando la spesa pubblica per conseguire un effetto reflazionista e integrare il capitale stesso (che ora delle speculazioni ha paura e ha interesse a regolarle) di cui si “brucia” la componente fittizia cresciuta nel divario tra offerta e capacità della domanda. Ma proprio su quest’ultima casca l’asino: resta tabù alleviare salari che tanto hanno perso in questi anni, e la miseria d’un tempo di vita requisito dalla precarietà sotto il nome della flessibilità. Un problema di domanda sociale, interna e globale, che interessa maggiormente l’Europa, dato che insistendo sulla competitività economie come quelle tedesca e italiana, incentrate sull’esportazione, saranno travolte dalla contrazione del mercato-spugna statunitense. Come si vede, gli interessi del lavoro subordinato, dell’intelligenza sociale e degli esclusi d’ongi parte hanno tutto da perdere nella guerra come replica alla crisi. E tutto da guadagnare in una lotta comune per la pace, che alla crisi offra risposte radicalmente alternative, favorite dal rovesciamento del totem del “mercato libero”.