Un Iraq teocratico

Il nuovo ultimatum di Bush, l’approvazione della costituzione per mantenere la tabella di marcia stabilita dagli Stati Uniti prima della partenza del proconsole Paul Bremer, sta portanto l’Iraq a grandi passi verso la libanizzazione. Uno spettro che coincide con un paese diviso su basi confessionali ed etniche, in preda alla guerra civile che, peraltro, in modo strisciante lo sta già dissanguando con le milizie armate religiose al sud e i peshmerga al nord. Questo accadeva già prima che la costituzione venisse formulata e presentata all’assemblea, all’ultimo momento lunedì sera, per evitare nuove elezioni (come previsto dalla legge di transizione). Ma è tutto il processo messo in atto dalla guerra e dall’occupazione che sta portando alla deriva il paese, a partire dal vuoto di potere creato con l’abbattimento – da parte di eserciti stranieri – del regime di Saddam. L’Iraq è ora un paese dove non vige nessuna legge, che deve essere ricostruito dalla base e che deve darsi proprie forme di democrazia dopo decenni di regime dittatoriale sanguinario, mentre ha dovuto approvare una costituzione in tempi record (tre mesi!) funzionali solo a Washington. Così la terra di Babilonia, che 2000 anni avanti Cristo aveva formulato la prima raccolta di editti e leggi nel famoso codice di Hammurabi, ha dovuto accettare una costituzione imposta dal nuovo ambasciatore Usa a Baghdad. Quel Zalmay Khalilzad che era diventato ambasciatore a Kabul dopo aver trafficato con i taleban (per l’oleodotto che doveva attraversare l’Afghanstan) per conto della Unocal, la compagnia petrolifera americana con interessi in Asia centrale e che evidentemente ora punta sull’Iraq. Sempre di oro nero si tratta.

Il petrolio è una delle questioni che stanno alla base dello scontro sulla nuova costituzione, sotto il capitolo «federalismo», difeso a spada tratta dai kurdi che hanno contagiato anche gli sciiti in cambio di concessioni sulla sharia. I kurdi godono di una forte autonomia già dal 1991, dopo la prima guerra del Golfo, ma la caduta di Saddam invece di avvicinare il Kurdistan a Baghdad ha accelerato le spinte indipendentiste. Nel referendum – la scelta era tra autonomia e indipendenza – che si è svolto contemporaneamente alle elezioni del 30 gennaio scorso, il 98 per cento dei 2 milioni di votanti kurdi aveva scelto l’indipendenza. La fuga in avanti si è però fermata a Kirkuk, la città da sempre rivendicata dai kurdi ma mai concessa da Saddam che, anzi, l’aveva «arabizzata». Ora i nuovi leader kurdi stanno realizzando una pulizia etnica al contrario, con metodi che spesso ricordano i tempi di Saddam. La caccia all’arabo (uccisioni, sparizioni, etc.) è iniziata subito dopo l’arrivo degli americani, e non risparmia le minoranze: turcomanna, caldea, shabak (sciiti). Fra due anni, quando dovrebbe essere decisa la sorte di Kirkuk (dai cui giacimenti si estrae il 40 per cento del petrolio prodotto in Iraq), a decidere saranno rimasti probabilmente solo kurdi.
Se all’inizio gli sciiti erano più propensi a sostenere l’unità del paese, alla fine non sono rimasti insensibili alla prospettiva di accaparrarsi il resto della produzione irachena (poco importa se finirà nella mani delle compagnie americane) che viene prodotta dai giacimenti di Bassora. Perché sebbene la costituzione affermi che «petrolio e gas sono proprietà del popolo iracheno», il governo centrale dovrà amministrarli insieme alle province e alle regioni che li producono. Dopo la nazionalizzazione, sancita dalla costituzione del 1970, i proventi del petrolio erano amministrati da Baghdad e sciiti e kurdi accusavano Saddam di una gestione che beneficiava soprattutto i sunniti. Che invece ora si ritroverebbero senza petrolio. E forse anche questo, oltre allo spirito nazionalista, li rende acerrimi nemici del federalismo, che ad onor del vero non ha esempi sperimentati nel mondo arabo. Ma anche la storica appartenenza alla nazione araba viene cancellata dalla costituzione, che recita: l’Iraq fa parte del mondo islamico e gli arabi della nazione araba (i kurdi non sono arabi). L’accento posto sull’appartenenza al mondo islamico rappresenta un passaggio da un regime sostanzialmente laico ad un modello dove la religione diventa il riferimento fondamentale, da cui dipende l’ambigua affermazione del rispetto degli «standard di democrazia». D’altra parte sono i partiti religiosi sciiti filo-iraniani a dominare la scena politica irachena dopo la vittoria elettorale del 30 gennaio, sponsorizzata dal grande ayatollah Ali al Sistani con una fatwa (sentenza religiosa). Il loro obiettivo è indubbiamente il modello iraniano, ma nel compromesso con i kurdi hanno dovuto per ora rinunciare allo stato islamico limitandosi ad affermare che l’islam è la principale fonte legislativa, che la costituzione garantisce l’identità islamica e che nessuna legge deve essere contraria all’islam, religione di stato. Il che non è poco. Ci sono tutte le premesse per uno stato islamico. Del resto la formulazione – nessuna legge deve essere contraria all’islam – è quella solitamente usata nei paesi islamici. E l’applicazione viene controllata da un’Alta corte attraverso la quale le autorità religiose possono imporre le loro visioni più o meno fondamentaliste dell’islam.

Questo è un passaggio importante soprattutto per i diritti delle donne che spesso vengono sacrificati proprio sull’altare della sharia. In Iraq peraltro sta già avvenendo, le milizie religiose non hanno aspettato la costituzione per imporre i propri diktat. E seppure è stabilita una quota del 25 per cento di presenza delle donne in parlamento, questa non rappresenta una garanzia sufficiente a difendere quei diritti che, comunque, ai tempi di Saddam, grazie al codice della famiglia varato nel 1959 erano sostanzialmente garantiti (a parte qualche involuzione recente). E infatti le donne di varie associazioni, allarmate, si preparano a dare battaglia per bocciare la costituzione con il referendum. Quindi Bush per «esportare la democrazia» ha finito per creare un nuovo stato islamico sciita alleato di Tehran, proprio nel momento in cui si trova in rotta di collisione con Tehran. I laici – kurdi, sciiti, sunniti – così come le minoranze sono sostanzialmente escluse da questo processo che dovrebbe garantire la democratizzazione.

Non solo, con il nuovo passo verso il baratro della spartizione, la situazione diventerà sempre più esplosiva: i sunniti sono rimasti esclusi dal processo ma sono proprio loro ad alimentare la resistenza armata che sebbene non riuscirà a sconfiggere l’esercito americano impedirà agli Usa e ai loro alleati di avere il controllo del territorio. I sunniti hanno boicottato le elezioni perché si svolgevano sotto occupazione, ma ora si stanno iscrivendo alle liste elettorali per il referendum sulla costituzione. Perché, secondo la legge di transizione, una maggioranza dei due terzi dei votanti in tre province può respingere il testo costituzionale, imponendo di ricominciare da capo. Un emendamento concesso da Bremer, che avrebbe dovuto favorire i kurdi, ora potrebbe essere l’arma elettorale nelle mani dei sunniti. Del resto la resistenza ha diverse facce, anche se sconta il fatto di non avere una rappresentanza politica riconosciuta e forte. Se le elezioni di gennaio presentate come il primo passo verso la democratizzazione sono stato chiaramente un passo falso – le elezioni di per se non rappresentano la democrazia, soprattutto se escludono il 20 per cento della popolazione -, il secondo, l’approvazione della costituzione senza il consenso dei sunniti, è anche peggio perché pregiudica il futuro del paese e la libanizzazione non è certo auspicabile anche se appare oggi inevitabile.