Un golpe sindacale

Tecnicamente è un golpe. Come definire diversamente, infatti, la violazione brutale delle più elementari regole di democrazia con la sopraffazione della maggioranza da parte della minoranza? Fim e Uilm da sole rappresentano a malapena un terzo dei metalmeccanici. La Fiom da sola ha raccolto, tra iscritti e voti, un consenso tra il 55 e il 60% della categoria. Nel 2008 è stato firmato un contratto nazionale che prevedeva la durata della parte normativa fino alla fine del 2010. Eppure Fim e Uilm hanno unilateralmente disdettato il contratto in vigore, per applicare il nuovo sistema derivante dall’accordo, anch’esso separato, del 15 aprile. Nella sostanza Fim e Uilm hanno preteso di cambiare le regole del gioco nel corso della partita, senza il consenso dei giocatori più importanti e senza verificare con tutti se si era d’accordo. La Fiom ha semplicemente rivendicato il proprio buon diritto a rinnovare il contratto sulla base delle regole ancora in vigore.

Ma nessun golpe riesce da parte di una minoranza, se dietro di essa non c’è un potere forte che la adopera e sostiene per i propri fini. Non sono i sindacati che fanno gli accordi separati, ma i padroni. La Federmeccanica, dopo due rinnovi separati, aveva deciso per due volte di seguito di fare intese unitarie. Ora ha di nuovo cambiato idea. Perché? Sono gli stessi contenuti dell’accordo che lo chiariscono.
Fim e Uilm hanno infatti accettato di svalutare il valore del lavoro dei metalmeccanici attraverso la riduzione del salario del nazionale. L’aumento è ridicolo e offensivo, 15 euro netti per un operaio di terzo livello per tutto il 2010. La durata triennale non è accompagnata da alcuna garanzia rispetto all’inflazione, mentre si abbandona una conquista storica dei vecchi contratti, la rivalutazione del valore punto. Tale conquista, che aveva migliorato il sistema del 23 luglio, faceva sì che ad ogni rinnovo contrattuale si trattasse su una base più alta del rinnovo precedente. Ora, cancellato questo meccanismo, ci si predispone ad un andamento opposto: cioè che ogni contratto dia meno soldi di quello prima. A tutto questo si aggiunge la piena accettazione dell’intesa confederale separata del 15 aprile 2009. Quella che dà il via alle deroghe al contratto nazionale, che riduce le libertà di contrattazione e i diritti individuali.
Già ora il testo firmato parla di conciliazione e arbitrato e limita l’autonomia di contrattazione in fabbrica.

Alla faccia di chi sosteneva che bisognava fare meno contratto nazionale per avere più accordi aziendali. Fim, Uilm e Federmeccanica, per non sbagliarsi, limitano tutti e due.
La Fiom ha chiesto il blocco dei licenziamenti e della chiusura delle fabbriche. Fim, Uilm e Federmeccanica hanno trovato una soluzione della crisi più lungimirante: l’istituzione di un ente bilaterale che raccoglierà fondi con la promessa di dare, tra tre anni, qualche contributo a qualche lavoratore particolarmente disagiato. Una risposta diffusa e tempestiva, quando centinaia di migliaia di lavoratori rischiano ora il salario e il posto. Ma l’importante è istituire un nuovo carrozzone, con il quale alimentare la collaborazione tra sindacato e imprese.
Potremmo andare avanti nello scoprire piccole e grandi porcherie nell’accordo, dal part-time selvaggio al peggioramento dei diritti per i contratti a termine, ma la sostanza è sempre quella. La Federmeccanica e la Confindustria hanno deciso di svalutare il lavoro passando per la complicità – direbbe il ministro Sacconi – di Fim e Uilm. Pensano di farcela, anche se sanno benissimo che in un referendum normale la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori travolgerebbe il loro accordo sotto una valanga di no. Pensano di farcela perché danno per scontato che nella società e nella politica italiana sia oramai un luogo comune accettato da tutti che i lavoratori siano cittadini di serie B, per i quali non valgono le regole della democrazia. Si può fare un golpe contro un contratto e la democrazia sindacale e presentare il tutto come un’evoluzione delle relazioni industriali.
La rivoluzione francese cominciò perché il sovrano faceva votare per “stati” e non per persone. Così aristocrazia e clero, pur essendo una ristretta minoranza, vincevano sempre contro il popolo, che aveva un solo voto contro i loro due. Oggi si vorrebbe far votare i contratti per sindacati. Si conta la somma delle sigle e si dice “qui c’è la maggioranza”. Anche se la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori sta da un’altra parte. I francesi fecero la rivoluzione perché non accettavano quel sistema medievale di decisioni. Oggi è al medioevo che si vogliono riportare i lavoratori. E non solo loro.
La determinazione della Fiom e una sacrosanta ribellione dei lavoratori e dell’opinione pubblica fermerà questa deriva.