Un Gheddafi slavo in Bielorussia?

Traduzione dal francese di Massimo Marcori per l’Ernesto online

Il 14 giugno 2011, il presidente Obama, mentre annunciava nuove misure punitive contro la Bielorussia, ha ritenuto necessario giustificarle denunciando la politica “dittatoriale” del regime di Lukashenko.
Ha aggiunto che quel paese costituirebbe una minaccia “straordinaria” per la sicurezza e la politica estera degli Stati Uniti. Non parlava della Cina o dell’Iran, ma della modesta Bielorussia che nonostante la sua difficile situazione costituirebbe una minaccia per la nazione americana. Esattamente nello stesso momento, l’Unione europea decideva di infliggere nuove sanzioni che continuano ad aggravare la situazione economica del paese. Si tratta di congelare i beni delle imprese bielorusse che si trovano all’estero, di bloccare operazioni commerciali, di scoraggiare eventuali clienti. Come se ciò non bastasse, la riunione dei Ministri degli Affari Esteri del 20 giugno in Lussemburgo arrivava al punto di proporre, senza il minimo imbarazzo, alla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) di non trattare più con il governo di Minsk ma direttamente con la “società civile” bielorussa, cioè con l’opposizione. Qualche giorno dopo, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) condizionava la possibilità di un prestito alla liberalizzazione dell’economia (privatizzazioni in serie) e la fine delle politiche di controllo dei prezzi, “cioè precisamente ciò che il presidente bielorusso si rifiuta ostinatamente di fare…”, aggiungeva, in un raro accesso di obiettività, la giornalista Marie Jégo del giornale Le Monde del 15 giugno.
Dall’altro lato del campo geopolitico, e poco prima, la Germania e il cosiddetto “Gruppo di Visegrad” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) hanno adottato a Bratislava una dichiarazione congiunta che minaccia la Bielorussia di nuove sanzioni. A sua volta la Russia, passando dalle parole ai fatti, ha ordinato il taglio della fornitura di elettricità (equivalente al 12% del consumo totale di elettricità bielorussa), provocando pesanti disagi nell’attività industriale ed agricola. Qualche tempo prima, i suoi oligarchi si erano già impossessati di tre gioielli dell’economia locale: la banca Belinvest, la fabbrica di fertilizzanti Beluruskali e la rete di gasdotti Beltransgaz (con la condizione, imposta da Lukashenko, di non licenziare né modificare salari o condizioni di lavoro; questo sotto pena di rottura del contratto). Segno dei tempi, questa ”joint venture” un tempo impensabile tra il Cremino e la Casa Bianca con l’Unione Europea come subappaltatrice, per strangolare questo paese colpevole di tanta irriverenza.

Le batterie “umanitarie”

Il motivo manifesto per dispiegare tale vigore, rimane, ben inteso, il rispetto dei diritti dell’uomo. Più esattamente un’elezione presidenziale supposta fraudolenta e la repressione di una manifestazione dell’opposizione che contestava i risultati di questa elezione. “Le Monde”, “Libération” ( e anche, più pacatamente, “L’Humanité”) hanno parlato dei “massicce frodi” e di “repressione feroce delle manifestazioni pacifiche”. Un altro giornale francese, meno a sinistra di questi, presentava questi eventi in modo più sfumato.
Così, per ciò che riguarda l’elemento “ultra-repressivo” della manifestazione “pacifica” degli oppositori, questo giornale titolava: “Bielorussia: governo assediato” e scriveva, sulla base dei dispacci dei suoi corrispondenti “Manifestanti dell’opposizione hanno tentato questa sera di assalire la sede del governo bielorusso” (Le Figaro 19/12/2010). Immaginiamo da noi manifestanti che cercano di introdursi, a colpi d’ascia, al Palazzo Reale o all’Eliseo a Parigi….
Per quanto riguarda le “massicce frodi”, ecco come lo stesso giornale informava i suoi lettori sulle conclusioni dell’OCSE (organizzazione tuttavia radicalmente anti-Lukashenko), incaricata di sorvegliare la regolarità dello scrutinio:
“Lunedì, gli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) hanno denunciato uno spoglio “imperfetto” dei voti dell’elezione presidenziale in Bielorussia” (Le Figaro 20/12/2010). Ecco come, per i bisogni della causa, uno “spoglio imperfetto” può diventare “frode massiccia”. Certamente la repressione fu violenta, ma essa corrispondeva alla violenza dei teppisti (una minoranza tra i manifestanti); repressione tuttavia senza alcuna vittima né ferito grave ma ampiamente sufficiente per turbare, profondamente, la Casa Bianca, il Berlaimont (l’edificio di Bruxelles in cui opera la Commissione Europea, ndt) e anche il Cremlino. Nello stesso momento, questo Occidente, così preoccupato dei diritti umani, reagiva ai massacri quotidiani di piazza Tahrir con la graziosa supplica della baronessa Ashton (rappresentante degli affari esteri per l’UE): “Per favore, Sig. Mubarak, siate moderato….”.
Permettetemi dunque di dubitare che siano considerazioni umanitarie, di rispetto dei diritti dell’uomo, ecc. quelle che motivano l’accanimento dei grandi mandarini occidentali e degli oligarchi di Mosca contro la Bielorussia. Si tratta, come descriveva molto bene Bruno Drweski e Marcel Gerber, degli appetiti dei grandi investitori che vogliono mettere mano su un paese che è riuscito a sviluppare una competenza tecnologica notevole e che è, inoltre, quello con il più alto livello di vita della regione. Per i seguaci di un mercato senza vincoli c’è dunque urgenza di rompere questi vincoli, iniziando a screditare Lukashenko, questo vecchio colcosiano testardo “ostacolatore”.

Finanziare le rivoluzioni colorate….

Nel suo bilancio finanziario riguardante la Bielorussia, la “National Endowment for Democracy” (NED), organizzazione creata da Ronald Reagan per promuovere “la libertà nel mondo” informava di aver elargito la somma di 2.773.965 $ per il solo 2009.1 Secondo gli osservatori, tale somma ha dovuto essere moltiplicata per 5 per l’anno 2010, anno cruciale e di cui il bilancio non è stato ancora pubblicato. Se a questo si aggiunge la somma raccolta in occasione della riunione dei contributori “per la democrazia bielorussa” il 2 febbraio scorso a Varsavia e il cui montante raggiungeva già 87 milioni di dollari, possiamo avere un’idea della portata dell’aggressione che questo paese conosce da parte di questi candidati predatori. D’altro canto, a credere al quotidiano fiammingo De Standard (24/01/2007), l’UE concedeva, già nel 2006, un budget di 2 milioni di euro per finanziare i media che si opponevano a Lukashenko. Queste cifre sembrano crescere sensibilmente poiché, nella riunione di Varsavia prima citata, il commissario europeo Stefan Fule ha annunciato l’aumento a 15,6 milioni dell’aiuto dell’UE “all’opposizione democratica in Bielorussia”.

Preparare un cambio molto docile

Ma esiste anche il sostegno non finanziario, l’interventismo permanente sul piano culturale, ideologico e politico. Oltre alla rete di borse di studio, inviti di ogni tipo, programmi di formazione negli Stati Uniti e diversi paesi occidentali, vi sono mirati programmi politici di preparazione delle élites che si suppone possano sostituire gli agitatori locali. E’ il caso del “George C. Marshall Center” chiamato così in omaggio al creatore del “Piano” (e precursore dell’idea europea dei nostri giorni…), situato a Garmisch-Partenkirchen in Germania. La presentazione di questa istituzione non potrebbe essere più edificante (www.marshallcenter.org) per la chiarezza delle sue origini e dei suoi obiettivi. Essa ci informa che fu creata subito dopo il colpo di stato contro Eltsin nell’URSS nell’agosto 1991 su iniziativa di specialisti in questioni di difesa e fu così che i capi dell’USCOM (U.S. European Command) decisero di stabilire e rafforzare i contatti in materia di sicurezza e difesa con le “democrazie emergenti dell’Europa centrale, orientale e dell’Eurasia in modo da influenzare positivamente lo sviluppo di strutture di sicurezza idonee a stati democratici”. E’ così che, con l’accordo del generale Colin Powell, capo di Stato Maggiore delle forze armate e del sottosegretario del Ministro della Difesa di allora, Paul Wolfowitz, venne creata questa importante istituzione.

Il signor Alexander Milinkevic è il leader dell’opposizione bielorussa, lo sfortunato candidato contro Lukashenko alle ultime elezioni e il grande organizzatore della manifestazione che seguì. Parliamo anche di un diplomato (2001) del “George C. Marshall Center” al pari di molti altri suoi seguaci. La coalizione messa in piedi da Milinkevic si estende dalla destra nazionalista e razzista (sostenitrice della revisione delle frontiere con la Polonia e dell’ostilità verso tutto ciò che è russo compresa la lingua) fino ad una frazione originata dalla scissione del Partito comunista (divenuta “Partito per un mondo giusto”) e il cui presidente è un certo Serghei Kaliakin, un vecchio quadro della burocrazia sovietica ai tempi dell’URSS (il partito di Kaliakin fa parte della “Sinistra Europea”, ndt).

La sinistra bielorussa e la sinistra europea

Alcuni attenti osservatori ci chiedono: “Come si spiega che un partito comunista stia con l’opposizione ed un altro con Lukashenko?” La risposta, che supera di gran lunga il tema di questo testo, tocca una questione di rilievo della nostra epoca: quella dell’identità della sinistra, della sua stessa definizione. Per capire un po’ meglio la posizione e il comportamento di Kaliakin e del suo “Partito per un mondo giusto”, mi rifaccio a qualche frase di un articolo di J.A. Derens su Le Monde Diplomatique quando spiega che la coalizione eterogenea di Milinkevic deve cancellare alcune divergenze: “Pertanto, dice Derens, la coalizione rifiuta di pronunciarsi su temi che irritano: nessuna allusione all’integrazione europea o euro-atlantica, nessun riferimento al “governo centrale forte”. Preoccupato di preservare questa sorprendente unità, Kaliakin proclama: “Sarebbe inaccettabile dividersi su questo tipo di disaccordi”. E Derens aggiunge: “Vecchio responsabile locale all’epoca sovietica, quadro del Partito comunista dell’URSS per decenni, egli è oggi il direttore della campagna di Milinkevic”. Ecco dunque un vecchio apparatnik del PCUS, capo oggi di un partito neo-comunista e dei diritti dell’uomo, diventato il portavoce…di un vecchio del George C. Marshall Center e candidato apertamente finanziato da fondi americani. “La priorità oggi è di cacciare Lukashenko, ha dichiarato Kaliakin, per il resto si vedrà dopo”. Nell’attesa, questo dissidente del PC ortodosso non ha trovato sconveniente essere ricevuto, certo brevemente, da G. W. Bush e lungamente da Condoleeza Rice in occasione di una visita dell’insieme dei dirigenti “democratici” alla Casa Bianca.
Come spiegare queste derive? Come spiegare che il Partito Comunista Francese sotto la direzione di Robert Hue ha conservato i suoi ministri nel gabinetto Jospin mentre quest’ultimo bombardava, con la Nato, Belgrado? Come comprendere questa evoluzione verso una sorta di sinistra “kouchnerista” (che si definisce radicale) che permette che si guardi senza reagire quando Sarkozy installa, a colpi di bombe, il candidato del FMI e del grande business del cacao, alla presidenza della Costa d’Avorio? E che ha dato prova di grande mansuetudine quando l’Occidente perpetra crimini a ripetizione contro la popolazione libica sotto il pretesto di proteggerla. Durante questi avvenimenti, nessuna protesta degna di questo nome, nessuna manifestazione, nessun’altra mobilitazione oltre a quella di centinaia di migliaia di persone nel “Gay Pride” che reclamavano il diritto al matrimonio omosessuale.

La battaglia per l’egemonia

Di ritorno dalla Bielorussia ho avuto un’impressione contraddittoria. Da un lato un gruppo dirigente abbastanza cosciente della posta e chiaramente disposto alla resistenza e dall’altro un serio abbandono alla lotta delle idee a livello della gestione mediatica. A tale proposito, la programmazione televisiva bielorussa mi ha particolarmente colpito. Si direbbe che si è quasi in permanenza davanti ad uno schermo di qualsiasi catena di divertimento del grande pubblico e questo, in un paese che si profila oggi come probabile centro del prossimo confronto europeo. Lungi da me, beninteso, la pretesa di voler ridurre tutto alla pedagogia politica e ideologica. Ma ritengo che a fianco di questi programmi di massa dovrebbero essere previste in modo sistematico trasmissioni TV aventi come soggetto di intrattenimento, dibattiti, inchieste su temi di attualità. E questo in modo attraente, moderno, con grande partecipazione giovanile. E’ nell’assenza della lotta per l’egemonia della cultura nel senso gramsciano del termine che si trova, secondo me, la debolezza della risposta politica del paese. Perché è qui, che si giocherà il destino del modello bielorusso.
Perché ci troviamo di fronte ad un presidente coraggioso, una popolazione soddisfatta socialmente e che lo sostiene in maggioranza. Ma che lo seguirà fintanto, giustamente, che rimarrà soddisfatta. Altrimenti il futuro sarà molto incerto, soprattutto negli scenari fabbricati dalla NED, il Marshall Center e il signor Kaliakin. La permanenza del progetto, di questo socialismo reale alla Lukashenko dipenderà, mi pare, dall’esito della battaglia sul terreno dell’egemonia politica, della cultura politica popolare.

Lukashenko

“Non venderò nemmeno una sola delle attività del paese a questo prezzo”, diceva il presidente qualche giorno fa, spiegando di fronte a funzionari della Banca Nazionale di Bielorussia e a giornalisti il suo rifiuto di accettare una transazione con investitori russi. “Queste imprese non mi appartengono, né a me né a voi; esse appartengono al nostro popolo”.
Più recentemente, lunedì 2 luglio all’indomani del taglio di corrente russa, egli riassumeva in un importante discorso, i difficili momenti che attraversa il suo paese:
“La situazione non è ancora tragica. Non siamo bombardati nello stesso modo di altri paesi, siamo bombardati con sanzioni e minacce. Ci attaccano per mettere alla prova la nostra resistenza. Alcuni ci odiano perché ci rifiutiamo di camminare nella loro direzione e di danzare al suono della musica di Bruxelles. Noi siamo per loro il cattivo esempio che non si augurano di veder resistere. E questo, perché il nostro paese non ha l’intenzione di lasciarsi saccheggiare. Perché da noi non c’è questo baratro tra il lusso provocatore e la miseria estrema. Perché i beni pubblici non sono in vendita e la ricchezza del paese non fugge verso paradisi fiscali”. Questo linguaggio, questa chiarezza, riassumono bene, a mio avviso, il personaggio Alexandr Lukashenko, il vecchio colcosiano incaricato di un così arduo progetto.

Traccia di conclusione

Questo paese, povero di risorse (terre agricole, materie prime, senza sbocco al mare), dotato di alta tecnologia, assalito di continuo da queste “rivoluzioni colorate”che non prosperano sempre poiché esso può contare, fortunatamente, su una direzione, sì autoritaria, ma in grado ancora di respingerle; questo paese non potrà reggere a lungo se non giunge a rinforzare tra la popolazione, e in particolare i suoi giovani, quello spirito di resistenza che potrà da solo fronteggiare le molte prove in arrivo dai predatori.
Sì, come ha dimostrato bene Bruno Drewski, è lo spirito degli investitori senza confini che incombe. E che non sopportano l’asprezza del presidente: il suo rifiuto di adesione alla Nato, di allinearsi alle norme della mondializzazione generale, la sua pretesa di fare ancora parte del movimento dei non allineati.
Ma credo che ci sia ben altro. Se Obama e Medvedev temono tanto questo piccolo paese è soprattutto perché rischia di diventare il cattivo esempio. Se la Bielorussia potesse dimostrare che c’è il modo di modernizzare il “sovietismo” senza dover cadere negli abbandoni e i compromessi di Gorbaciov e le svendite di Eltsin, il suo contributo supererà di gran lunga il suo bilancio, già molto meritorio, per il suo popolo. Ecco perché la posta è enorme.
La Bielorussia, paese dalle deboli radici storiche, sta forse per darsi un’anima a forza di tanta insubordinazione.

NB: Questo testo contiene una serie di citazioni e riferimenti. Sono disposto a fornire le fonti, con piacere, a coloro che lo desiderano. Per questo, è sufficiente contattare il responsabile di questo sito.

1 NED, istituzione creata da Reagan, sponsorizzata dalle maggiori corporations americane e specializzata da lunga data nella destabilizzazione dei regimi ingombranti.