Un fondamentalismo aziendalista contro i beni culturali

Come scrive Salvatore Settis su Repubblica del 16 novembre, anche il patrimonio culturale italiano è nel mirino del “fondamentalismo aziendalista” del governo Berlusconi. In un documento firmato dal sottosegretario Letta è scritto testualmente che “la realtà dello sfruttamento del bene culturale si inquadra a pieno titolo nell’economia d’impresa”. Ancora, si afferma che “la gestione dei beni culturali dev’essere improntata a logiche imprenditoriali che producano reddito attraverso una impresa”.
Settis, giustamente, mette in evidenza come questa concezione del patrimonio culturale sia interna ad una logica inaccettabile di onnipotenza del mercato.
Chiediamo un commento a Giuseppe Chiarante, della Presidenza dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e Presidente dell’Istituto di studi, ricerche e formazione “Ranuccio Bianchi Bandinelli”.
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Il documento d’indirizzo firmato da Letta, e quindi praticamente dal Presidente del Consiglio, sui Beni culturali e sulla logica aziendalista e mercantilista cui deve essere sottoposta la loro gestione non fa che rendere esplicito il principio ispiratore che sin dall’inizio della legislatura ha guidato la politica dell’attuale governo in questo settore, ossia la scelta di considerare il patrimonio culturale e il paesaggio alla stregua di beni che valgono in quanto produttori di reddito, anche eventualmente attraverso la loro vendita, come si è cercato di fare con la legge Patrimonio S.p.A..
Questa politica in realtà ha prodotto un solo risultato: rendere sempre più precaria la tutela dei nostri beni culturali attraverso i tagli di spesa, attraverso la diminuzione del personale tecnico-scientifico.
In questo modo si è colpito non soltanto un fattore fondamentale della nostra identità nazionale ma le stesse ragioni per cui i beni culturali hanno anche una ricaduta economica, ricaduta che non sta in ciò che può rendere l’ingresso ad un museo o la visita di uno scavo ma nel grande richiamo che questi beni esercitano per il turismo culturale.
Sarebbe bene invitare il governo a riflettere sul fatto che in questi anni, mentre è entrato in crisi il turismo marittimo, anche per i guasti che sono stati prodotti nella tutela del nostro paesaggio naturale, il settore che è costantemente aumentato è stato quello del turismo culturale, le presenze nelle città d’arte.
Ma sappiamo tutti che il turismo culturale rende da un punto di vista economico soltanto nella misura in cui il patrimonio culturale è ben tutelato e nella misura in cui se ne assicurano le condizioni per il godimento pubblico.

La differenza fondamentale tra il bene culturale e gli altri beni, che sembra sfuggire del tutto all’attuale governo, ossessionato dall’idea di fare cassa in qualunque modo, è che il bene culturale è un bene per sua natura deperibile e che diviene, una volta distrutto, irrecuperabile. È quindi una ricchezza che, prima di tutto, deve essere tutelata.
Soltanto se tutelata produce un richiamo che diventa vantaggioso anche sul piano economico.
In aggiunta a questo mi pare fondamentale tenere presente che ciò che caratterizza il patrimonio culturale italiano è il suo essere formato da una stratificazione ricchissima di beni distribuiti sul territorio. Non siamo negli Stati Uniti, il nostro Paese non è ricco soltanto di grandi musei, di vasti siti archeologici ma soprattutto di piccoli centri storici, chiese di campagna dove spesso ci sono opere d’arte di grandissimo valore.
Il ragionamento perverso sviluppato dal sottosegretario Letta porterebbe inevitabilmente a concentrare l’attenzione unicamente sui grandi beni, perché ovviamente la visita del Colosseo, per fare solo un esempio, rende molto di più della visita di una chiesa di campagna o di un centro storico di cui non si mette l’ingresso a pagamento. Questo ragionamento porterebbe ad una de-legificazione delle norme di tutela del complesso del nostro patrimonio che già sono state duramente colpite, in questi anni, con i vari condoni e con tutti i provvedimenti che hanno facilitato le vendite ai privati di parti del patrimonio culturale.
La logica del governo è una logica cieca rispetto alle proprie responsabilità nei confronti del Paese ed ignora la Costituzione, che in uno dei principi fondamentali indica il patrimonio culturale come uno dei suoi punti fondamentali di impegno, e non sa nemmeno perseguire coerentemente una politica di valorizzazione anche per quanto riguarda la possibile ricaduta sul piano turistico.

Aggiungo una considerazione: questo Ministero, che era un tempo un Ministero che aveva quattro direttori generali, adesso è diventato un mostro burocratico con quasi cinquanta direttori generali, per lo più amministrativi e non tecnico-scientifici, come dovrebbe essere nel campo della cultura, ognuno con imponenti segreterie ed apparati. Nel frattempo si tagliano i fondi per gli Archivi, ridotti ormai al 70%, si riducono gli orari di apertura dei musei, si chiudono, anche nei musei importanti, molte sale per mancanza di personale, oramai da anni non si fanno più concorsi per giovani studiosi tanto che l’età media del personale scientifico supera i cinquant’anni.
Pagheremo per lungo tempo i danni prodotti, anche su questo terreno, da questo governo. È chiaro infatti che le conseguenze di guasti di questo genere si sentiranno in lontananza, tanto più perché, come dicevo, il bene culturale quando va perduto è irrecuperabile.
Si è rotto un principio, proprio già degli Stati pre-unitari, fondamentale: il principio secondo cui il patrimonio culturale pubblico è inalienabile. Questo è stato vero, dicevo, prima dell’Unità d’Italia, poi con la costruzione dello Stato italiano, nelle leggi del primo Novecento, addirittura nell’epoca fascista e ovviamente con la Costituzione repubblicana. Oggi il meccanismo si rompe e la situazione è delicatissima perché quando si tocca una norma del genere si apre la strada alla politica più dissennata.