Un esercito invisibile di 500mila bambini lavora ogni giorno in Italia

Un tavolo di confronto governo-parti sociali sul lavoro “under 18”, rilevamenti permanenti Istat, oggi inesistenti, un’inchiesta europea per la presa di coscienza dell’Unione sulla questione che, come accaduto per il lavoro nero, potrebbe mettere a nudo problematiche per nulla marginali in tutti i paesi comunitari. Queste le richieste avanzate ieri dal segretario generale Cgil Guglielmo Epifani alla presentazione del “Rapporto sul lavoro minorile” realizzato da Ires Cgil che denuncia un esercito di 500mila baby-lavoratori. Sotto osservazione i minori tra gli 11 e i 14 anni in 9 grandi città italiane: Torino, Milano, Verona, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Catania. Un fenomeno di lavoro precoce che l’Istat, in alcune delle sue rare indagini ha tentato di minimizzare riportandolo alla categoria “lavoretti” ma che, secondo la stima di Ires Cgil, coinvolge nelle città considerate 150mila ragazzini e ragazzini tra gli 11 e i 14 anni, tra italiani e non e che, proiettato su scala nazionale, porta in luce una realtà di circa 500mila bambini lavoratori, il 9-10 per cento dei quali stranieri. Un minore su 5 lavora con picchi del 35 per cento in città del Sud e quote del 18 per cento al Centro Nord. Dati che non possono essere sottovalutati e che Cgil riporta alla ribalta, «senza nessuna propaganda» ha detto Epifani, ma perché in uno «Stato di diritto non si può tollerare che esista uno sfruttamento del lavoro». «Il governo – ha detto Epifani – non ha fatto nulla e non può chiudere gli occhi, ma deve intervenire con politiche che affrontino il problema alla radice». La correlazione tra lavoro minorile e abbandono scolastico (sulla quale influiscono anche le bocciature facili alle Medie) è molto stretta. Un aspetto sul quale il numero uno di Cgil attacca la Moratti. «Non ci ha mai convinto – ha detto – quello che dice la ministra che si è operato per ridurre la dispersione. In questi anni – commenta – invece c’è stato un aumento dei ragazzi che lasciano la scuola». «Bisogna garantire in via di partenza un futuro a tutti» ha detto ancora Epifani. E se il fenomeno non assume in Italia gli aspetti drammatici che si riscontrano a livello mondiale con 250 milioni di bambini che lavorano spesso in schiavitù, non è possibile che l’Istat non se ne occupi affatto. «Come effettua rivelazioni trimestrali sulle forze lavoro – ha detto Alessandro Genovesi del Dipartimento politiche del lavoro Cgil – l’Istat dovrebbe elaborare almeno un rapporto annuale sul lavoro minorile». Ed è una mancanza che è valsa all’Italia una “ammonizione” europea per l’assenza di strumenti statistici ad hoc. Le duemila interviste a minori tra gli 11 e i 14 anni contattati sul territorio e rintracciati a scuola, oltre a quelli tra i 15 e 17 che lavoravano già prima dei 14 anni, danno una fotografia nitida del problema. Tra quelli ancora a scuola il 70 per cento lavora in attività familiari, il 20 per cento lavora nel circuito di parenti e amici e il 9 per cento con terzi. Il 90 per cento sono italiani e circa il 10 per cento stranieri. E tra i bambini lavoratori stranieri molti sono asiatici con prevalenza cinese. Un quarto è dell’Europa dell’Est con prevalenza di romeni e albanesi e cittadini dell’ex Jugoslavia. Si lavora per la famiglia, il 31,4 dei quali quasi tutti i giorni, per negozi (26 per cento), ristoranti (12 per cento), attività ambulanti (10 per cento), manutenzioni “in giro per le case” affianco al padre (12 per cento) e in campagna (10 per cento), in cantiere (6 per cento), in fabbrica (5 per cento). Qual è la retribuzione? Un 17 per cento viene retribuito con regali e oggetti, il 43,3 per cento con paghette occasionali e il 39,5 % con paghe “regolari” che vanno dai 200 ai 400 euro al mese. Ma il dato sociale più rilevante che emerge dallo studio realizzato in stretta collaborazione con l’Osservatorio sul Lavoro Minorile, l’istituto Barometro e con contributi della Regione Campania, è la stretta correlazione tra lavoro minorile, istruzione dei genitori e reddito familiare. Tra i figli con genitori che non hanno titolo di studio e contano su un reddito di 12mila euro, solo il 45 per cento prosegue gli studi dopo la scuola dell’obbligo. I minori con genitori laureati e reddito familiare complessivo di 50 mila euro, al 99 per cento continuano invece gli studi. Il lavoro minorile si connota così come un incremento necessario a redditi esegui in quelle famiglie nelle quali genitori con scarsa scolarità spesso indirizzano i figli a lavorare già a 11 anni. Più che calare il fenomeno cresce. Nel 2001 i minori che lavoravano erano stimati in 400mila. Oggi si contano centomila lavoratori bambini in più, la metà dei quali figli di stranieri impiegati nei settori delle confezioni e in attività commerciali. Il resto è la risultante dell’impoverimento delle famiglie. E Cgil non sta a guardare. Se Agostino Megale, presidente Ires, rilanciando la campagna “I bambini a studiare. I grandi a lavorare” sollecita una piattaforma unitaria Cgil-Cisl-Uil e una Nuova carta di Impegni (quella del ’98 è rimasta lettera morta) che istituisca l’Osservatorio Nazionale sul lavoro minorile, Epifani chiede politiche a sostegno dei redditi familiari, tolleranza zero per la dispersione scolastica, il rilancio della legge 285/1997 per i diritti dell’infanzia e l’adolescenza e del reddito minimo di inserimento. In gioco oltre al futuro dei giovanissimi c’è anche quello, come ha sottolineato il leader Cgil, del sistema Italia.