Un errore previsto

Nei conflitti i giornalisti muoiono perché condividono la stessa sorte dei civili: vittime di una guerra che non risparmia nessuno nella sua voglia di «civilizzare» popoli riottosi.

Non è stato un errore, perché gli errori è difficile prevederli, mentre questo «errore» era stato da molti previsto. Si era detto: bombarderanno Al Jazeera. L’hanno fatto e sono andati oltre. Questi giornalisti uccisi sono il prodotto «necessario» di questa e delle prossime guerre. Fa impressione vederli morire, perché tutti noi, in fondo, pensavamo che i giornalisti avrebbero potuto continuare a considerarsi privilegiati anche sul campo di battaglia.

Lo erano, infatti, lo eravamo, finchè è esistito un campo di battaglia, con i fronti ben definiti: da questa parte i «nostri», dall’altra parte i nemici. E così era, all’inverso, dall’altra parte del fronte. I giornalisti sopravvivevano e prosperavano raccontando la guerra, come quelli raccontati da Karl Kraus ne «Gli ultimi giorni dell’Umanità».

Ma adesso i fronti non esistono più. Per la semplice ragione che le guerre si fanno contro i popoli, contro le città piene di civili inermi, contro paesi rei di essere diversi dalle nostre società. Contro i loro «regimi», che sono poi pezzi di storie e di civiltà che hanno l’unico torto di avere percorso vie di civilizzazione che non collimano con le nostre e che non hanno avuto né l’intenzione, né la forza di ergersi a modello per altri.

Allora raccontare quelle guerre, queste guerre, quelle che abbiamo già vissuto, nella Jugoslavia, in Afghanistan , adesso in Irak, significa invischiarsi in mezzo a quei corpi, a quelle civiltà, mescolarvisi, spesso non capendole. Soprattutto significa divenire bersagli, insieme a quei corpi, al loro sudore, alla loro miseria. Non c’è niente che possa distinguere un giornalista, in mezzo al crocicchio di una metropoli, dal resto dei miserabili che fuggono per salvarsi.

A noi fa raccapriccio pensare che si possa mirare contro uomini e donne disarmati , che stanno vivendo per noi quella tragedia e ce la raccontano, come possono e come sanno. Ma è , la nostra, un’indignazione un po’ ingenua, e anche un po’ involontariamente razzista, come se la sorte di quegli sventurati colleghi fosse «specialmente orribile».

Mentre non lo è affatto. E’ la sorte «normale» dei civili che noi vorremmo civilizzare a nostro modo. Anche per loro, in questi quindici giorni passati, le cose sono andate così: disarmati, nascosti nelle buche, in attesa di essere colpiti o, nella migliore delle sorti, di sfuggire tra una bomba e l’altra, tra una sventagliata e l’altra. Anche contro le loro case, come contro i balconi dell’Hotel Palestine, sono stati sparati colpi di cannone. Con la stessa scusa: forse c’era un cecchino. Forse. Ma se c’era o non c’era lo si verifica dopo. Non c’è tempo per la riflessione e per la carità. Normale, è la guerra.

Appunto. Era prevedibile. Perché le bombe intelligenti, che pure hanno come sempre sbagliato mira, vanno bene finchè l’uomo bianco sta ad alta quota. Ma quando deve scendere dall’iperuranio – e deve farlo nel bel mezzo di una città piena di sei milioni di persone – si sapeva fin dall’inizio che avrebbe dovuto sparare all’impazzata in tutte le direzioni, toccasse a chi toccasse. Tutto era stato previsto, anche migliaia e migliaia di morti civili. Che non vedremo mai, così come non abbiamo del resto mai visto le colonne di civili e militari che, in fuga dal Kuwait, vennero sterminati nel deserto durante la guerra del 1991. Hanno fatto finta che non ce ne sarebbero poi state tante, ma sapevano e le hanno messe nel conto.

I giornalisti uccisi fanno parte, statisticamente, di questo destino. Se ne sono morti «soltanto» 11 è perché sono molto pochi rispetto alla popolazione che li circonda. Quanto vale? Diciamo uno a mille, o uno a diecimila? Non lo sapremo mai. Ma quando ne ammazzano uno dobbiamo sapere che dietro a quell’uno bisogna mettere diversi zeri per contare quei civili che sono morti a causa delle nostre generose attenzioni democratizzatrici. E sarà utile che la nostra indignazione e la nostra solidarietà si distribuisca, statisticamente anch’essa, tra tutti i caduti. Il che sarà anche un, sia pur piccolo, contributo per evitare che ce ne siano altrettanti , nelle guerre future che l’Imperatore sta già progettando. Naturalmente per civilizzare altri popoli riottosi.