Un elemento irriducibile: la lotta di classe

C’è qualcosa in questa discussione su violenza e nonviolenza che – al di là di un’apparente evidenza delle tesi in questione – fa pensare a quelle che un filosofo designava come “ruote che girano a vuoto”, concetti solo apparentemente pieni e che comunque – sul terreno politico – producono effetti ben concreti, spostando nella fattispecie l’asse strategico e ideale del Prc. A me pare che in ciò vi sia un passo indietro anche rispetto alla ripresa dell’autorevole tradizione del marxismo etico italiano (Della Volpe, Napoleoni), rintracciabile nel recente libro di Bertinotti e Gianni ‘Le idee che non muoiono’.

Giustamente, a proposito del ricorso alla natura generica e astratta delle anzidette nozioni, si è parlato di approccio “metastorico” e “metapolitico” (Maitan): aggiungo che esse sono un perfetto esempio di fuorviante semplificazione ideologica. Violenza: nozione passe-partout che sommariamente compendia fenomeni diversissimi (non solo storicamente e politicamente, ma anche eticamente) quali ad esempio il terrorismo e la resistenza all’aggressore. E’ comprensibile che Cannavò e gli altri auspichino un’articolazione del discorso che recuperi i “casi concreti”: e non perché non comprendano il tema generale della connessione tra violenza e potere (come ritiene Franco Russo), ma perché mi pare vogliano sfuggire alla genericità tutta ideologica di un ragionamento (Revelli) che, dal lato del giudizio storico, mette in un unico sacco tutto un secolo (“di orrori”) nonché un’intera cultura (“della violenza” appunto); e, dal lato della prospettiva politica, non sa concretizzare l’auspicio nonviolento in una credibile “politica” (Tronti), in una circostanziata strategia di resistenza all’aggressività imperialista.

Sfuggire alla realtà effettuale è un lusso che possono permettersi (e per fortuna che lo fanno) romanzieri e poeti; ma a chi – come Revelli – intende offrire una concreta alternativa storica a quel che è stato per lui l’antagonismo “muscolare” novecentesco, non è consentito semplicemente di metaforizzare su un “uso della parola e del racconto”. Non a caso, pur aderendo all’impostazione nonviolenta ma volendo sfuggire a simili nebbie, Gagliardi/Curzi sono costretti a ricordare che non intendono né indebitamente “proiettare sul passato idee del presente” né criticare chi ricorre alle armi in “luoghi dove la nonviolenza è difficile o pressoché impossibile”: non rinunciano ad esempio alla verità storica che in Vietnam, grazie ad una lotta di liberazione armata, l’imperialismo Usa battuto sul campo ha ripiegato e un intero sistema coloniale è imploso.

Fascismi e imperialismi non sono degli accidenti della storia: è da qui che si impone il tema dell’efficacia della nostra azione. Sono convinto che, paradossalmente, il colpo più duro in questa discussione lo abbia inferto proprio Pietro Ingrao, con le sue domande secche: “Cosa si fa contro la violenza armata dell’aggressore? “, “c’è o no un obbligo di resistere anche con le armi, un diritto alla difesa? “, “Come si incide sui poteri? “. Bisogna essere chiari: come dal loro punto di vista hanno intuito Folena e Caldarola, qui è in questione una radice profonda della stessa ispirazione marxiana. E precisamente il fatto che c’è un elemento delle trasformazioni storiche che non attiene alla libera discussione razionale tra soggetti dotati di intelligenza e buona volontà, ma al confronto/scontro tra interessi sociali irriducibili (la “lotta di classe” appunto) da cui in qualche modo quei soggetti sono condizionati.

Tale consapevolezza non ha ovviamente impedito che, ad esempio in Italia, i comunisti abbiano da tempo scelto la pacifica strada della convivenza democratica, così come detta la nostra Costituzione antifascista. Ed oggi il Prc è proteso a cercare un accordo programmatico a sinistra per cacciare il governo delle destre: ma ciò non significa che sia disposto a barattare la sua ragione sociale, la quale – ricordiamolo – sin dall’inizio si identifica con il rifiuto di liquidare tutto ciò che profumi di comunismo.