Un convegno sul Socialismo del XXI secolo promosso dall’Associazione marxista “Politica e Classe”

Questo nuovo secolo si è aperto con una serie di crisi finanziarie generate dal cuore del sistema imperialista, cioè dagli Stati Uniti d’America, ma che nasce dai meccanismi strutturali del Modo di Produzione Capitalista. Oggi con il manifestarsi della crisi derivante dai cosiddetti Subprime si evidenzia la strutturalità della crisi in quanto da un problema relativamente limitato si è diffusa una “epidemia” che sta modificando anche la rappresentazione ideologica che il capitale ha dato di se stesso fino ad ora. Infatti il mercato era stato spacciato per la cura di tutti i mali, come avrebbe dimostrato il fallimento del socialismo reale e tutti gli accadimenti del dopo ’89, oggi, invece, per quanto possa apparire paradossale al “senso comune”, è lo Stato che deve curare il mercato malato.

LA CRISI DI SISTEMA

L’impegno che tutti gli Stati stanno mettendo nel contenere la crisi produrrà sicuramente degli effetti nel breve periodo; la crisi bancaria verrà contenuta così come verranno sostenute le imprese private tramite un ulteriore rastrellamento di risorse finanziarie. Forse si potrà anche contenere la riduzione dei consumi dei ceti più poveri o dei ceti medi, ma quello che appare fin troppo facile prevedere è che le misure massicce che stanno portando gli Stati a sostenere i processi di valorizzazione del capitale non possono che rinviare ed amplificare i processi contraddittori insiti nello sviluppo capitalista e nel suo più generale modo di produzione a scala globale.

Insomma dopo due decenni di ideologia che affermava che il capitalismo è l’unico orizzonte possibile per la specie umana appare inaspettatamente una crisi che lo scuote fin dalle sue fondamenta, che fa rinascere tutti quei fantasmi che nel XX secolo hanno turbato il sonno dei capitalisti. Questo sconquasso però non è l’unico in quanto siamo dentro un ciclo politico segnato da una dinamica di guerra guerreggiata che attraversa gran parte del globo, soprattutto nelle periferie degli imperialismi, e che fa intravvedere dietro le quinte le maggiori potenze mondiali (ed i relativi blocchi economici) in competizione per interposti soggetti. Non passa giorno, infatti, che qualche qualificato istituto di ricerca non ci informa della povertà crescente, del degrado sociale, della disparità di reddito e della crisi dei ceti medi.
Nell’immaginario delle classi dirigenti mondiali e nella loro comunicazione deviante c’è coscienza dell’immanente esistenza di una crisi sociale ed ambientale che tende a “globalizzarsi” con i suoi variegati riverberi in tutti gli interstizi societari.

Siamo ben lontani e vaccinati contro ogni ipotesi crollista del capitalismo ma appare ormai evidente che stanno finendo gli effetti della finanziarizzazione iniziata negli anni ’80 e riemerge con forza una crisi di
sistema legata alla difficoltà dei processi di valorizzazione del capitale.
Un vigoroso fattore di crisi e nuova instabilità, sul piano internazionale, causato da sovrapproduzione di capitali il quale sta segnando questo scorcio della mondializzazione capitalistica. Si presume, però, come affermano anche molte teste d’uovo del capitale, che non basteranno le misure congiunturali che gli Stati stanno approntando e che in qualche modo, in tempi non lunghissimi, l’incalzare della crisi farà sentire, di nuovo, i suoi effetti. Uno è sicuramente l’incrudimento della lotta di classe dall’alto per tenere i margini di profitto e di conseguenza un aumento della conflittualità sociale che porrà le condizioni per far riemergere le forze di classe che correttamente sapranno stare dentro questa nuova fase storica.
L’altro che ci interessa e che sta già facendo capolino è quello di una crisi di egemonia del capitalismo e della sua ideologia che smonta ogni elucubrazione sulla fine della storia, che spinge a rivedere sotto altra luce il conflitto politico di classe del ‘900 e che pone, e crediamo che porrà sempre più, il problema della alternativa sociale e del superamento degli attuali rapporti di dominio e di sfruttamento generalizzato.

SOCIALISMO, DI NUOVO IN MARCIA?

Se nelle “cittadelle” imperialiste possiamo solo parlare in termini di possibilità future e di potenzialità continuando a persistere una profonda crisi della soggettività politica di classe dalla periferia stanno
lievitando ipotesi, movimenti e sperimentazioni, anche istituzionali, di una possibile alternativa. Non siamo nei pressi di una nuova rivoluzione di Ottobre, anzi la trasformazione sociale possibile ha i caratteri della gradualità determinati dai rapporti di forza complessivi, dai limiti mostrati dalla precedente esperienza storica di rivoluzione, dall’intreccio economico e produttivo sorti dagli ultimi venti anni di crescita dell’economia capitalista a livello mondiale. Questa gradualità se vista e comparata ad altri periodi in termini storici è, forse, l’unica possibile in questa fase di mancanza di una soggettività e progettualità pienamente rivoluzionaria a livello internazionale ma sicuramente rappresenta la prima risposta politica delle classi subalterne, dopo la crisi e l’implosione del socialismo reale,
alla totalizzante ideologia della supremazia del capitale e del mercato.

Attualmente l’esempio più significativo è rappresentato dell’America Latina che uscita da decenni di dittature e golpe pilotati dagli USA e dall’impoverimento causato dal FMI ha scelto una strada che divarica dalla logica del cortile di casa statunitense e si dirige verso una nuova importante e, soprattutto, inedita esperienza, con caratteri di socialismo, rompendo l’isolamento di Cuba. La costruzione dell’ALBA e di un mercato comune continentale indipendente, le nazionalizzazioni, le riforme agrarie ed altre modifiche sociali, politiche ed istituzionali che coinvolgono paesi come il Venezuela, la Bolivia, l’Ecuador ed altri ancora in misura diversa sono un fatto nuovo che va valutato appieno nella sua valenza strategica. Questo processo popolare e tendenzialmente socialista che avviene in America Latina procede
in un contesto internazionale dove la competizione interimperialistica mina il capitalismo aprendo contraddizioni che la crisi economica e finanziaria non possono che approfondire e far ulteriormente aggravare.

La necessità dell’alternativa sociale riemerge con forza soprattutto alla periferia dei poli imperialisti, nonostante che questa prospettiva a differenza del ‘900 non ha più un modello di riferimento produttivo,
sociale, politico ben definito. Diverse sono le sperimentazioni che si stanno producendo da quella attinente alla Cina, su cui va fatto un bilancio politico ed una discussione a tutto campo, a quella, più limpida per noi, dell’America Latina fino alle variegate forme dei ritrovati antimperialismi di vario tipo. Per questi ultimi non bisogna scandalizzarsi delle forme che assume il conflitto e gli esempi concreti di Resistenza Globale all’imperialismo ma vanno contestualizzate, comprese e poi anche giudicate rispetto alle prospettive del superamento del capitalismo. Utilizzando questo metodo una moderna opzione comunista può positivamente superare il paradigma eurocentrico su cui si fonda gran parte della teoria dell’attuale”sinistra occidentale” sempre più subalterna all’ideologia del capitale.

Tutte queste realtà presentano ipotesi e percorsi che non dispongono ancora di una prospettiva chiara e unitaria ma che hanno per noi un rilievo strategico. Capire a fondo le caratteristiche della crisi economica interpretando anche i tempi del suo sviluppo e delle sue manifestazioni a partire dagli effetti che si produrranno qui da noi nel cuore del sistema imperialista, analizzare le nuove esperienze di rottura con l’egemonia dominante e con il sistema economico di rapina sono due piani fondamentali per dare forza, credibilità e fiducia alle esperienze politiche e sociali che agiscono nelle enormi difficoltà che registriamo nei paesi a capitalismo avanzato.

Per questo riteniamo importante organizzare un incontro nazionale ed internazionale da tenersi nei primi mesi del 2009, che approfondisca le questioni qui poste e che faccia un passo avanti verso un approccio analitico e teorico di carattere offensivo e non più attestandoci solo sulla difensiva come siamo stati costretti a fare in questi anni di grandi difficoltà politiche.

Nel momento in cui l’alternativa appare come possibilità effettiva, fuori da ogni curvatura ideologica, non possiamo però eludere alcuni nodi strategici che l’esperienza del ‘900 ci ha consegnato e rispetto ai quali dobbiamo fare dei passi in avanti almeno sul piano della analisi. Questa necessità, questo dibattito critico ed autocritico, che parte dal passato ma che guarda al futuro, si impone in modo ancora più forte se concretamente emerge, ancora una volta, che il punto di rottura potenzialmente rivoluzionario si colloca nelle periferie dei paesi imperialisti, dall’America Latina all’Asia, riproponendo molte questioni inerenti alla trasformazione sociale già emerse nel precedente periodo storico.

ALCUNE QUESTIONI MPORTANTI DA AFFRONTARE

Sappiamo bene che la capacità del capitale di superare quel periodo per lui estremamente critico è stata legata ad una indubbia capacità politica e militare di sostenere in modo unitario il confronto con l’Urss e con tutto il movimento rivoluzionario variamente collocato; ma sappiamo anche che la partita è stata vinta perché i paesi capitalisti e l’imperialismo sono stati in grado di rilanciare un potente sviluppo delle forze produttive in stretta connessione allo sviluppo della scienza che ha permesso un aumento della produttività del lavoro tramite un forte incremento della socializzazione della produzione oggi “spalmata” a livello mondiale.

D’altra parte la questione dello sviluppo delle forze produttive e della scienza sono state sempre al centro del pensiero marxiano e della pratica, almeno di quella dichiarata, del movimento comunista internazionale. Ma è proprio su questo terreno, prima ancora su quello dei rapporti di forza immediati, che la sfida decisiva nel ‘900 è stata vinta dall’avversario di classe. Questo è, dunque, uno degli snodi su cui approfondire il confronto teorico non per passione di categorie astratte ma perché tale nodo strategico si riproporrà inevitabilmente in un nuovo processo di trasformazione rivoluzionaria. La complessità della tematica è evidente e dunque l’approccio corretto ci sembra quello di ricominciare ad esplorare con estrema attenzione un terreno impervio e scosceso ma sicuramente utile a concepire il socialismo del XXI° secolo. In questo senso vorremmo porre tre questioni sulle quali aprire il confronto teorico e costruire una possibilità di dibattito.

– La prima è relativa alla crisi. E’ certamente vero che la crisi attuale affonda le sue radici in quella di sovrapproduzione degli anni ’70 e non sarà certo con misure congiunturali che gli Stati riusciranno a superare stabilmente la situazione attuale. Sappiamo anche che le crisi vengono spesso superate dal capitalismo con la guerra tramite il Keynesismo militare e certamente questo è oggi uno strumento ampiamente usato, ma anche ampiamente inadeguato se rimane al livello delle guerre locali o cosiddette “umanitarie”. Poiché non siamo catastrofisti ci sembra necessario capire se il superamento delle difficoltà del sistema capitalista possa anche oggi usufruire di un rilancio delle forze produttive tramite il livello sempre più evoluto della scienza. La Green Economy, l’automazione, l’accelerazione dei processi di circolazione tramite lo sviluppo delle infrastrutture ed altre innovazioni, in definitiva la potenza delle ristrutturazioni e delle riconversioni, possono divenire la base di un nuovo ciclo di crescita dell’accumulazione del capitale? Questo non è un piano di analisi eminentemente teorico ma ha direttamente a che fare con le reali possibilità di trasformazione sociale e con le conseguenti valutazioni politiche.

– La seconda è relativa allo sviluppo quantitativo delle forze produttive in una possibile società socialista. L’idea che lo sviluppo di per se portava necessariamente al socialismo ha fatto parte per lungo tempo delle convinzioni del movimento operaio ed anche dei movimenti di liberazione antimperialisti. Questa convinzione è stata scossa dalla fine del campo socialista il quale seppure avesse sviluppato ampiamente forze produttive e scienza non è riuscito a tenere testa nel confronto con il capitalismo di fine secolo. A circa due decenni dalla fine dell’URSS ci troviamo di fronte allo sviluppo impetuoso e contraddittorio della Cina, permanendo la vigenza della legge del valore, che mantenendo al potere il Partito Comunista ripropone obiettivamente una contraddizione con i paesi imperialisti con caratteristiche peculiari che andranno indagate meglio. E’ evidente che questa enorme realtà ci pone serie domande proprio sul piano del rapporto tra lo sviluppo delle forze produttive ed il socialismo alle quali va risposto al di là delle valutazioni più propriamente politiche che possono essere fatte nella contingenza specifica a cui ci riferiamo.

– Infine, come terza questione, va analizzata l’ipotesi che è strategica per una prospettiva socialista ed è quella afferente alla qualità delle forze produttive ed alla loro socializzazione. La tesi, che ci sembra convincente, è che la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive ed i rapporti di produzione capitalistici non vede una neutralità di tali forze, ovvero le stesse forze produttive hanno subito un determinato indirizzo e sviluppo in quanto prodotto diretto del Modo di Produzione Capitalistico nel suo divenire “combinato e diseguale”. Più precisamente la contraddizione con i rapporti di produzione capitalistici è evidenziata dalle forze produttive a loro volta intimamente capitalistiche e non genericamente neutre.

In base a questa tesi emergerebbe un “buco nero” teorico nella costruzione delle esperienze dei paesi socialisti in quanto questi, pur cambiando nei decenni le condizioni dei lavoratori e la sovrastruttura politica, hanno mantenuto di fatto la struttura nata dallo sviluppo capitalistico finalizzata ineluttabilmente alla riproduzione del capitale e delle relazioni ad esso funzionali e non certo a costruire nuovi rapporti sociali. Questa impostazione coglie un dibattito che è stato presente nel movimento comunista, certamente in modo poco chiaro, in forma frammentata e scisso dalle dinamiche che innervano la società. A fronte di questa mole di contraddizioni non nuove riteniamo che anche su questo versante la teoria, la ricerca e la prassi del marxismo non partono dall’anno zero come desidererebbero alcuni apologeti dello stato di cose presente.

La vicenda del comunismo, nel ‘900 ed oltre, non è un cumulo di macerie da cui allontanarsi. Ancora una volta continuiamo a sostenere che ..non vada buttata l’acqua sporca ed il bambino.e la storia non è terminata! Nei decenni alle nostre spalle c’è chi si è interrogato sulle questioni sopraesposte. Un lavorio svolto nel gorgo dei conflitti e delle battaglie politiche e non nelle alchimie di asettici laboratori. La riqualificazione della nostra cassetta degli attrezzi può attingere,con modalità critiche e con un metodo appropriato alla situazione concreta, da alcune significative vicende e dal portato teorico/pratico manifestatosi. Alcuni aspetti della rivoluzione culturale in Cina, il dibattito e la polemica del Che verso le scelte economiche fatte a Cuba costruite sul modello dell’URSS, l’emergere di nuovi filoni di studio e di ulteriore riflessioni provenienti dai grandi cicli di lotta della decolonizzazione, delle mobilitazioni antimperialiste dei popoli oppressi, l’esplodere dei movimenti sociali nel cuore delle metropoli fino all’imporsi nell’agenda politica della questione ambientale e del possibile infarto ecologico del pianeta sono un autentico crogiuolo da cui è possibile far lievitare elementi di linea teorica e di rinnovata critica al modo di produzione capitalistico. Un indispensabile salto di qualità del metodo e della teoria marxista utile per mantenere aperta la lotta, la critica e la trasformazione per l’alternativa di società, per il socialismo internazionale.

L’ORGANIZZAZIONE DEL CONFRONTO

L’avvio di un confronto e di un approfondimento così complesso richiede una adeguata organizzazione che metta i relatori ed i compagni che parteciperanno al dibattito in condizione di sviluppare al meglio analisi ed elaborazioni. Per questo motivo intendiamo organizzare due momenti distinti ed articolati su una o due giornate di lavoro da definirsi nei particolari nelle prossime settimane, quando avremo un quadro completo delle disponibilità alla partecipazione.

Il primo momento sarà tra la fine di Marzo e i primi di Aprile dove cercheremo di affrontare sia sul piano dell’analisi teorica che su quello del confronto più direttamente politico le prime due questioni poste nella Base di Discussione, cioè quella della crisi di sistema e quella delle esperienze concrete di trasformazione socialista che già si danno nel mondo.

Il secondo momento sarà organizzato entro il mese di Maggio e avrà un carattere essenzialmente teorico per affrontare la questione delle Forze Produttive nei vari aspetti che si presentano e che abbiamo cercato di descrivere sommariamente in questa nostra proposta di discussione.

Ai due momenti parteciperanno compagni, rappresentanti politici ed intellettuali del nostro paese ma anche provenienti da altre parti del mondo sia per comunicare le esperienze concrete che si stanno facendo a livello internazionale sia per contribuire all’aspetto più teorico del confronto che stiamo organizzando.

Mail: [email protected]
Sito : http://www.contropiano.org